Gli Stati Uniti potrebbero annullare le leggi sulle emissioni
La decisione dell’EPA, la più importante istituzione per la protezione ambientale negli Stati Uniti, sulle restrizioni da applicare al Paese americano.
“La più grande deregolamentazione della storia degli Stati Uniti”. Così ha definito la sua nuova proposta di legge Lee Zeldin, politico repubblicano che, dopo l’elezione di Donald Trump nel gennaio 2025, è stato messo a capo della più importante istituzione per la protezione ambientale degli Stati Uniti, l’EPA (Environmental Protection Agency).
Alla fine di luglio di quest’anno, l’EPA ha proposto di abrogare il cosiddetto Endangerment finding“, una sentenza che permette alla stessa Agenzia per l’Ambiente di decidere quali limitazioni imporre ai vari settori per contenere le emissioni di gas serra. Di conseguenza, verrebbero cancellate automaticamente le regolamentazioni per le emissioni nell’automotive, per le centrali elettriche e le compagnie petrolifere. L’Agenzia per l’Ambiente era stata autorizzata a stilare la lista delle sostanze dannose dalla Corte Suprema e, quindi, a imporre una limitazione dell’emissione di queste sostanze a vari settori. L’obiettivo era quello di rispettare un emendamento del 1963, il Clean Air Act, che obbliga lo Stato a garantire aria pulita e respirabile per cittadini e cittadine.
EPA non regola più le emissioni negli Stati Uniti: una contraddizione
In soldoni, la nuova proposta dell’EPA vuole togliere il diritto all’Agenzia di stilare una lista di sostanze inquinanti e porre una limitazione alle aziende. Se sembra una contraddizione, è proprio così. È infatti molto strano che un’agenzia governativa avanzi una proposta per togliere dei compiti a se stessa. A meno che non ci sia a capo qualcuno con l’intenzione di minarla dall’interno. Sembra un film, ma nell’era di Trump è ormai tutto possibile.
Ma l’EPA, o meglio Lee Zeldin, come ha giustificato questa decisione all’opinione pubblica? La motivazione l’ha fornita la stessa amministrazione Trump con un report che smentirebbe la letteratura scientifica riguardo alla questione climatica. Nel report viene affermato che esiste “un largo consenso scientifico globale” secondo il quale “i fenomeni meteorologici estremi non sono aumentati in modo incontestabile rispetto ai dati storici”. Vengono anche elencati tutti i benefici della Co2 e viene smentito il pericolo della perdita delle barriere coralline. Infine, l’aumento delle temperature è attribuito alla “natura” e all'”albedo”, negando la responsabilità antropica.
Lo scetticismo sul report della Casa Bianca
Inutile dire che il report è fortemente antiscientifico. Oltre alle tristi prove di eventi estremi a cui assistiamo con ormai spaventosa frequenza, esiste un consenso quasi unanime da parte della comunità scientifica nell’affermare che il riscaldamento climatico moltiplica la frequenza e l’intensità degli eventi estremi. Per non parlare dei dati che dimostrano la responsabilità antropica nell’aumento delle temperature.
Inoltre, è curioso come, nell’introduzione al report, che riporta il distintivo del Ministero dell’Energia governativo, sia ribadito più e più volte che la ricerca è stata condotta in modo assolutamente indipendente. Una ripetizione che sembra avere una lunga coda di paglia.
Il report è poi stato scritto in soli due mesi. Sempre nell’introduzione, viene affermato come, a causa del poco tempo a disposizione, chi l’ha scritto non hanno potuto approfondire tutte le tematiche, ma solo alcuni significativi eventi. Tempo imposto da chi? Dal governo per legittimare una scelta politica? Da quando questo può essere il movente di ricerche scientifiche “indipendenti”?
Scienza o pseudo-scienza?
“Sembra un post di un blog: una raccolta un po’ sparsa di affermazioni scettiche, spesso già smentite dalla comunità scientifica, studi decontestualizzati o esempi scelti ad arte che non rappresentano i risultati più ampi della ricerca scientifica sul clima“. Così ha affermato lo scienziato climatico Zeke Hausfather. Il report è stato scritto da cinque ricercatori (quattro ricercatori e una ricercatrice, ndr.). che da anni esprimono scetticismo verso la scienza del cambiamento climatico. Uno di questi è un economista e non uno scienziato.
Riporto un frammento di un’intervista a John Christy, devoto battista ed ex missionario in Africa, nonché uno dei ricercatori che hanno firmato il report:
Direi solo che, in generale, la fede cristiana sostiene il valore della vita umana, quindi le azioni che ne migliorano la durata e la qualità sono un imperativo morale. In questo momento, l’uso di energia basata sul carbonio fornisce esattamente ciò di cui c’è bisogno: l’energia necessaria per prolungare e migliorare la qualità della vita umana. Senza energia, la vita è brutale e breve, come ho imparato mentre prestavo servizio come insegnante/missionario in Africa.
Insomma, si percepisce nelle sue parole l’idea dell’essere umano come “prescelto” da Dio e la combustione di carbone come unico modo per prolungare la vita umana e viverla dignitosamente. Il tutto condito da un po’ di superficiale colonialismo. Forse non proprio le premesse adatte per chi è in procinto di scrivere una ricerca scientifica sul clima.
L’agenda politica di Trump prevedeva di deregolamentare le emissioni
L’aumento delle temperature conseguente a quello della CO2 nell’atmosfera era noto già alla fine dell’800. La scienza climatica è sopravvissuta intatta a ogni amministrazione. Fino alle ultime presidenziali. La lotta alla ricerca scientifica sui cambiamenti climatici non è solo un effetto collaterale dell’elezione di Donald Trump. Questo provvedimento era parte del suo progetto politico già prima dell’elezione ed è stato pubblicamente annunciato. Durante il discorso di insediamento alla Casa Bianca, il presidente neoeletto ha anche pronunciato la fatidica frase: “drill, baby, drill” (trivella, tesoro, trivella).
“Il fatto che questo articolo sia stato pubblicato nello stesso momento in cui il governo ha nascosto le valutazioni climatiche nazionali effettivamente richieste dal Congresso che riflettono accuratamente la scienza – Prosegue Hausfather – non fa che dimostrare ulteriormente quanto questa sia una farsa”.
Insomma, più che una genuina scoperta scientifica, la piega negazionista del governo sembra un modo per accontentare il suo elettorato molto conservatore e per mantenere ben saldi i rapporti con i magnati di gas e petrolio. D’altra parte il mercato dei combustibili fossili negli Stati Uniti vale ancora 2 trilioni di dollari, con prospettive di crescita fino a oltre 3 trilioni entro il 2034.
I report IPCC
Come contro-prova si possono citare i report dell’IPCC, Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. L’ente coinvolge ben 721 scienziati e scienziate a titolo volontario in tutto il mondo che stilano un report sottoposto a revisione paritaria e approvato da tutti i governi nazionali. L’ultimo report conferma la responsabilità dell’attività umana nel surriscaldamento globale e quindi degli impatti negativi sugli ecosistemi.
I report IPCC sono basati su ricerche scientifiche che, in quanto tali, vivono di scetticismo. La scienza, proprio grazie alla messa in discussione delle sue stesse scoperte, si evolve, teoria dopo teoria. Gli aggiustamenti, però, devono avvenire in modo organico, non su mandato di un organo di governo per sostenere un’idea politica. Qualora questo accada, i risultati di tali ricerche possono essere considerati inaffidabili.
“Questo è un programma per promuovere i combustibili fossili, non per proteggere la salute e il benessere pubblico o l’ambiente.” Ha affermato Rachel Cleetus, direttrice dell’organizzazione no-profit per la scienza e il clima Union of Concerned Scientists.
Le conseguenze della deregolamentazione delle emissioni
Le conseguenze, qualora l'”Endangerment finding” fosse abrogato, sarebbero disastrose. Gli Stati Uniti sono il secondo maggiore emettitore di gas serra al mondo e storicamente hanno generato più emissioni inquinanti di qualsiasi altro Paese. Scienziate e scienziati predicono che, a un ritmo attuale di emissioni, potremmo superare gli 1,5 gradi già in questo decennio.
Le conseguenze sarebbero disastrose. Disastri naturali sempre più frequenti, problematiche di salute, perdite economiche, degrado degli habitat e quindi delle fonti di vita e sostentamento per tutti gli ecosistemi. E, quindi, anche per gli esseri umani.
Articolo a cura di Iris Andreoni
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