Rapporto Symbola: la cultura cresce e fa crescere

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Lo scorso agosto è stato diffuso il rapporto “Io sono cultura 2026” a cura della Fondazione Symbola. In Italia la cultura genera ricchezza e fa crescere altri settori.

Certamente a qualcuno non suonerà lontana questa frase: “Con la cultura non si mangia”. L’amara sentenza, è attribuita a Giulio Tremonti , che ha sempre smentito. L’anno era il 2009 e i tempi, quelli del suo ministero più complicato, quello del l’Economia del governo Berlusconi a cavallo della crisi economica globale. Vera on non vera, la citazione registrava un pensiero allora piuttosto diffuso. Non tanto da parte degli operatori economici e della pubblica finanza  che, tuttavia, quando c’era da fare dei tagli era proprio dal settore culturale che partivano. Nell’immaginario collettivo si era affermato quasi un paradosso. Era culturalmente diffuso il pensiero che la cultura fosse un settore economico parassita, che mangiava risorse che si potevano ben spendere altrove.

Talmente diffuso da estendersi alle dimensioni più private. Quanti attori, registi, scrittori, artisti in generale, che si sono formati negli anni 2000, quando esprimevano la loro occupazione si sono sentiti replicare: “Sì, ma per vivere che fai?”.

Da sedici anni la Fondazione Symbola ha deciso di portare avanti una battaglia, culturale ma sostenuta a suon di dati, per dimostrare che in Italia con la cultura si mangia e ci mangiano in tanti. L’ultimo rapporto “Io Sono Cultura”, lo studio annuale in collaborazione con Unioncamere, l’unione nazionale delle Camere di commercio regionali, uscito agli inizi di agosto 2026 su dati del 2025, mostra con chiarezza quanto in termini economici la cultura contribuisca alla crescita del Paese. I dati riportati sono tutti incoraggianti, e vanno presi sapendo che servono a dimostrare questa tesi. Ma si scorgono spunti di riflessione interessanti. Primo fra tutti, come la crescita della cultura vada considerata oltre il proprio settore e si estenda in altri ambiti.

Alcuni dati

Lo studio infatti non prende in esame il “settore” in senso tradizionale, ossia l’attività economica che si occupa di produzione culturale. Inserisce il concetto di Sistema Produttivo Culutrale e Creativo (SPCC), che si divide in due componenti.

Il primo vien definito Core cultura, e racchiude in sé l’industria culturale in senso stretto. Editoria, cinema, produzione di spettacoli dal vivo, industria musicale, musei e patrimonio artistico e culturale. Da sola il Core Cultura ha generato, nel 2025, 66,8 miliardi di euro. Una crescita del 3,2% rispetto al 2024. A queste attività tradizionali se ne aggiungono alcune che possono apparire più trasversali perché entrano in rapporto con contesti diversi da quelli propriamente culturali, come la creazione di software e videogiochi che da sola ha generato un valore aggiunto di 18,6 miliardi di euro, il 27% dell’intero Core Cultura.

Questa seconda componente viene definita Embedded Creativities. La potremmo tradurre come “creaività integrata” in altri settori. Ad operare in questo contesto sono infatti tutti quei professionisti della cultura che lavorano in altri comparti dell’industria. Ad esempio, nel settore automotive, il designer dell’auto, il pubblicitario che crea la comunicazione, il regista, il fotografo, lo sceneggiatore che crea lo spot per la TV. Questo tipo di interazione della cultura ha generato l’anno scorso circa 49 miliardi di euro crescendo del 3,4%.

Un settore trasversale

Il punto su cui più insiste il rapporto è la capacità degli operatori culturali di andare oltre il proprio settore e generare crescita per l’intera economia. Altri numeri: se il settore economia da solo genera il 5,7% del valore aggiunto dell’intera economia italiana per un totale di 115 miliardi di euro, indirettamente attiva un valore di 310 miliardi, pari al 15,4%.

Basti pensare a quanto l’estetica, la creatività, il design, influiscano in settori come l’artigianato. O quanto il nostro sistema culturale sia profondamente legato al turismo. In questo settore economico particolare, la cultura genere un “effetto moltiplicatore”, sebbene il termine sia usato in senso improprio. Immaginiamo un festival culturale o musicale. Questo porta al territorio visitatori, il che vuol dire stanze di albergo occupate, tavoli di ristorante prenotati, tempo libero speso nella scoperta bellezze della città e aumento di clientela per i negozi. Il rapporto calcola che per ogni euro attivato direttamente dal settore cultura se ne generano 1,7 nel resto dell’economia. Immaginiamo cosa possono fare iniziative internazionali, come la Capitale della cultura, che ogni anno attira in una diversa città milioni di visitatori e attiva nella “capitale” designata migliaia iniziative economico-culturali.

Questo non vuol dire che la cultura non “genera” direttamente una crescita. È un catalizzatore estremamente rilevante nella promozione delle altre attività del territorio. Non è un caso se il Mezzogiorno, ricco di patrimonio culturale e artistico, unito a quello paesaggistico ed enogastronomico, attiva un’economia, trainata dal settore turistico, superiore a quella della media nazionale: +3,7% a confronto del 3,3%.

Le criticità ancora da risolvere

I dati sono importanti ma la loro lettura non deve essere fuorviante. Se la cultura è capace di generare ulteriore sviluppo non vuol dire che sia la causa stessa dello sviluppo. L’effetto è quello del moltiplicatore di opportunità e non del moltiplicatore economico in senso stretto. Per intenderci, quello dove un ‘investimento statale genera direttamente un reddito per tutte le componenti che vi concorrono. Ad esempio: l’investimento per i lavori pubblici di una strada genera reddito per l’impresa edile, quindi per i lavoratori, quindi per i supermercati o dove si voglia spendere il proprio stipendio.

Altrimenti non avrebbe senso, per un settore così redditizio, il taglio che progressivamente è stato operato nei conti pubblici sui fondi destinati alla cultura. In una relazione parlamentare – pagina 196 – 197 – si documenta che nel bilancio 2025 del MIC, il ministero della Cultura, ha investito il 12,5% in meno rispetto al 2024, con un taglio di 448,2 milioni. I settori più colpiti sono paradossalmente proprio la tutela delle belle arti e paesaggio ( -381,2 milioni) e Fondo per la tutela del patrimonio culturale ( -94 milioni).

Nel rapporto Eurostat più recente, per quanto riguarda la spesa pubblica per l’amministrazione e gestione del patrimonio, e per le attività culturali, siamo sul lato più basso della classifica. Ciò vuol dire che sappiamo spendere poco o il patrimonio non necessita di interventi così costosi, in un contesto in cui l’Italia è la prima in classifica nei Paesi con il maggior numero di siti UNESCO.

Se volessimo fare una sintesi, se come indicato nel rapporto Symbola-Unioncamere la cultura italiana ha questa straordinaria capacità di attivare e stimolare la crescita, perché lo Stato continua a ridurre gli investimenti? La logica sarebbe di stimolarli ulteriormente. Stando però attenti ad un concetto importante. Valorizzare non significa abusare, Il territorio e la nostra sono un settore economico che dà crescita, bisogna tutelarlo, fare in modo che dia il meglio di sè e non spremerlo.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

Immagine di copertina via Unsplash

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