Allevamenti intensivi in Lombardia: un sistema insostenibile
Un nuovo report mostra come gli allevamenti intensivi in Lombardia siano più di quanti il territorio può sopportarne, a causa dell’ inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo
Il nuovo report di Economia e Sostenibilità (EStà) “Allevamenti intensivi in Lombardia, anatomia di un eccesso”, mette in luce la problematica dell’inquinamento causato dall’industria suina e bovina nel territorio lombardo.
Il comparto zootecnico lombardo – si legge in una delle prime pagine – è fortemente concentrato e sovradimensionato rispetto alla capacità ecologica del territorio. I risultati evidenziano un contributo crescente alle emissioni di gas serra, un carico di azoto particolarmente elevato, criticità relative al benessere animale e una forte dipendenza da mangimi importati, che rendono il sistema fragile e vulnerabile anche dal punto di vista economico.
Il report, disponibile sul sito di EStà, è lungo e il tema complesso, non solo per l’ampiezza delle problematiche che riguardano il comparto zootecnico, ma anche per la sempre maggiore assenza di dati pubblici ad accesso libero e la contraddittorietà di quelli disponibili. Nonostante ciò, è bene riportare i risultati più incontrovertibili dello studio.
Allevamenti intensivi: un primato tutto lombardo
In Italia è molto comune che le persone, le aziende e persino le istituzioni provino un sentimento di fierezza nei confronti del settore alimentare nostrano. Per certi aspetti è legittimo, vista la ricca tradizione culinaria del nostro Paese. Ma questo report ci mostra come alcuni primati non siano affatto un vanto. La Lombardia, per esempio, è tra le regioni europee che ospita più allevamenti intensivi, e quella con la più grande industria zootecnica d’Italia. Non fosse che la superficie disponibile non è sufficiente a sopportare l’impatto di questa gigantesca macchina.
La Lombardia ospita infatti “solo” il 10% degli allevamenti italiani, ma essi contengono il 40% di tutti i bovini e suini presenti sul territorio nazionale, con più di 5 milioni di animali totali, cioè la metà di tutte le persone residenti nella regione. Praticamente in Lombardia è presente un bovino ogni due abitanti. Una cifra che racchiude in sé il non-plus-ultra del concetto di “allevamento intensivo”.
Cosa sono gli allevamenti intensivi?
L’allevamento intensivo produce carne, latte o uova in quantità elevate e al minor costo possibile. Perciò, gli animali vengono allevati in spazi ridotti, con l’uso sistemico di farmaci, mangimi industriali di bassa qualità e con una forte automatizzazione dei processi. Il tutto a scapito del benessere animale e dell’integrazione con il territorio circostante.
Gli allevamenti sono generalmente diversi a seconda del prodotto finito. Alcuni, per esempio, allevano solo bovini da latte e altri a quelli da carne. Si potrebbe pensare che la maggior parte degli allevamenti intesivi sia destinato agli animali da carne. Invece, anche se in Lombardia sono presenti “solo” il 22,31% degli allevamenti di bovini da latte in Italia, al loro interno è concentrato il 43,61% della totalità di animali di questo tipo presenti in Italia. E c’è di più: le produzioni stanno aumentando, specialmente quelle di prodotti caseari, nonostante il numero degli allevamenti lombardi bovini si sia ridotto del -27%. Un dato apparentemente positivo, ma che segnala semplicemente una maggiore intensivizzazione della filiera.
Il trattamento animale negli allevamenti intensivi
Nel concreto, quindi, questi animali dovranno produrre più latte. Un processo che prevede inseminazioni forzate e cicli estenuanti di gravidanze, nascite e produzione di latte, il che favorisce lo sviluppo di malattie o disturbi fisici, per esempio la mastite. Il tutto in una condizione di quasi immobilità data dal poco spazio. Un’inchiesta di Animal Equality – tra le più grandi organizzazioni al livello mondiale per i diritti degli animali – mostra quanto queste pratiche siano diffuse al livello mondiale.
Tutti gli agnelli maschi nati per far sì che le mucche producano latte, sono per la maggior parte destinati al macello. Le femmine, invece, prenderanno il posto delle loro madri. Perciò, per sopravvivere a ritmi sempre più sostenuti, verranno mano mano “selezionate le mucche con maggiore stazza e produttività. Questo comporta maggiori fabbisogni alimentari per gli allevamenti, più spazio destinato alla coltivazione di cibo, e quindi anche un maggiore impatto ambientale.
Gli allevamenti intensivi sanciscono anche la morte di aziende medio-piccole, che sono molto meno impattanti a livello di emissioni.
L’inquinamento atmosferico degli allevamenti intensivi
Uno dei problemi degli allevamenti intensivi è sicuramente l’inquinamento atmosferico. Il settore agro-zootecnico contribuisce alla maggior parte delle emissioni di due potenti gas serra. Da un lato il metano (CH₄), che ha un potenziale di riscaldamento globale 27 volte maggiore rispetto alla CO₂ (nell’arco di 100 anni). Dall’altro il protossido d’azoto (N₂O), che ha un potenziale riscaldante di 273 volte maggiore rispetto alla CO₂. Inoltre, le emissioni di ammoniaca contribuiscono in modo significativo alla formazione di particolato sottile (PM), lo stesso che deriva dal motore delle automobili e che è molto dannoso per la salute.
Ecco perché la qualità dell’aria peggiora nelle aree in cui sono presenti gli allevamenti intensivi. Secondo il report, tra il 2014 e il 2021 le emissioni complessive di CO₂eq in Italia hanno registrato una diminuzione del -2,37% e la Lombardia del -10,43%. Eppure si tratta di una riduzione insufficiente rispetto agli obiettivi definiti dal Green Deal e dall’Accordo di Parigi. In più, in Lombardia le emissioni derivanti dal settore degli allevamenti hanno registrato un aumento del 2,50% tra il 2014 e il 2021, a fronte della tendenza nazionale del -1,27%. Il problema dell’inquinamento relativo all’industria zootecnica sembra, insomma, non voler essere risolto.
L’inquinamento delle acque e del suolo
Oltre ai gas climalteranti, una fonte di inquinamento per il suolo e le acque superficiali e sotterranee è data dagli scarti solidi e liquidi degli allevamenti. Alcuni elementi presenti negli scarti, come l’azoto e il fosforo, sono essenziali al benessere delle colture e dei terreni. Se in eccesso, però, diventano tossici e possono portare alla morte degli ecosistemi o gravi danni alla salute di chi vive nelle zone limitrofe.
L’ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) ha stimato che il settore agro-zootecnico lombardo immetta nell’ambiente un eccesso di oltre 100.000 tonnellate all’anno di azoto reattivo (nitrati, ammoniaca, protossido di azoto) e oltre 15.000 tonnellate all’anno in eccesso di fosforo. In più della metà dei comuni di pianura il carico di azoto zootecnico eccede il fabbisogno delle colture tanto che, nella maggior parte dei casi, è stato trovato più del doppio dell’azoto necessario. Per questo, dal 2018 l’Italia è sotto procedura di un’infrazione europea che vede coinvolta Regione Lombardia a causa della rilevazione di situazioni di non conformità di alcuni punti di monitoraggio acque.
Allevamenti intensivi: l’interruzione del ciclo vitale
Infine, gli allevamenti intensivi interrompono la circolarità dei nutrienti di cui gli ecosistemi necessitano per restare in vita. La divisione tra settore zootecnico e agricoltura è infatti sempre più netta. Questo comporta il fatto che i nutrienti come i minerali prelevati dal terreno per nutrire gli animali non vengono poi restituiti al suolo attraverso lo spargimento delle loro deiezioni. Questo, infatti, comporterebbe costi troppo elevati.
Gli scarti, come abbiamo detto, finiscono nelle acque e nel suolo limitrofi agli allevamenti, causando eutrofizzazione, cioè l’arricchimento eccessivo di nutrimenti in una certa area e l’ impoverimento di altre zone.
Il benessere animale
Un problema enorme, quello dell’industria zootecnica lombarda, italiana e globale. Una questione che, però, non sembra mai essere affrontata adeguatamente, e nemmeno considerata partendo dal punto di vista di chi, in primis, ne subisce gli effetti negativi, ovvero gli animali stessi. Come si evince dal report, le norme sul benessere animale spesso non vengono rispettate, visto che sono troppo recenti, troppo vaghe e non sottoposte a controlli repentini e indipendenti.
Esistono ormai molti (anche se mai abbastanza) documentari che mostrano le violenze, le crudeltà, le torture che avvengono all’interno degli allevamenti intensivi (e non). Uno degli ultimi è quello di Giulia Innocenzi, “Food for Profit“, che mostra anche quanto l’industria zootecnica, oltre a sacrificare esseri viventi, sia fonte di enorme profitto per pochi, a scapito dell’impoverimento di altri, sia da un punto di vista economico, ma anche di salute alimentare.
I collegamenti tra lo sfruttamento animale e la logica capitalista dell’accumulo di ricchezza sulle spalle dei più “deboli”, sono infiniti. Per questo, virare verso un’industria zootecnica “sostenibile” e che rispetti le norme sul benessere animale non rappresenta una soluzione radicale, ma solo un momento di passaggio. Il vero cambiamento sarà culturale e su larga scala, con un sistema che non normalizzi l’oppressione e lo sfruttamento di chi non ha voce.
Intanto, ognuno, secondo le proprie sensibilità e possibilità, può fare qualcosa per aggiungere un mattone alla soluzione della crisi climatica. Un buon inizio potrebbe essere proprio informarsi sugli impatti degli allevamenti intensivi.
Articolo a cura di Iris Andreoni
Immagine di copertina via Unsplash, licenza Creative Commons
