Addio al Lupo Benni, come te nessuno mai (più)

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Ci lascia Stefano Benni (78 anni), scrittore visionario bolognese, simbolo del realismo magico di fine secolo. Ci ha dato 17 romanzi, 12 raccolte di racconti, tre raccolte di poesie e 5 raccolte di testi per il teatro. Eppure, non sono abbastanza per colmare il vuoto che lascia.

Visionario e profondissimo. In un ignoto martedì settembrino ci lascia il talento luminoso e spericolato di Stefano Benni (classe 1947). Da qualche anno, lo scrittore bolognese – o il Lupo, come lo conoscevano i suoi lettori – si teneva lontano dalle scene per una malattia iniziata già da qualche tempo, ma era riuscito comunque a mantenere indimenticabile la sua produzione, iniziata con “Terra!” nel 1983 e conclusasi con “Giura” nel 2020.

Benni è stato uno scrittore indefinibile e, siamo sicuri, estremamente inviso a qualche collega per la sua capacità di far tutto in modo eccellente e imprevedibile. Comico, poeta, sceneggiatore, romanziere, editorialista, vignettista all’occasione, indovino, interprete di sogni, pirata. Aveva, come spesso succede a chi è destinato ad essere ricordato, un aspetto caratteristico che lo rendeva quasi un personaggio dei suoi libri: bianchi e ricci capelli, giacche ampie da pescatore, cappello con le falde e un’idea nuova sempre sospesa intorno al capo.

A Stefano Benni la realtà non è mai bastata, la modellava a suo piacimento per renderla più interessante e, quando mancava qualcosa, semplicemente la inventava. Dalle parole, alle creature viventi, ai mondi raggiungibili ed abitabili, tutto per il Lupo viveva in un luogo di relatività e poteva mutare al servizio della storia da raccontare.

Aveva molte passioni: i sogni, i racconti di Edgar Allan Poe, le belle donne irraggiungibili, la poesia di García Lorca, i sotterfugi, la musica di Thelonius Monk, la potenza della giustizia e la lettura ad alta voce erano solo alcune di queste. Credeva profondamente nella libertà e osteggiava, con il suo spirito di bolognese montano, ogni confine che gli veniva interposto. Sempre dalla parte giusta, ci lascia più soli che mai in un momento in cui il mondo attraversa una fase d’oscurità su cui perderemo per sempre la sua potente visione.

All’occhio attento, nascosti in bella vista, nei suoi romanzi si possono ritrovare tutti i principali avvenimenti del momento in cui sono stati scritti. Da Berlusconi ad Andreotti, nessun politico attivo dagli anni ’90 al 2010 è stato al sicuro dai ritratti (solitamente poco lusinghieri) di Benni. La politica in generale gli è sempre piaciuta poco, in proporzione con quanto sul serio tendevano a prendersi i suoi rappresentanti. Per Stefano Benni nulla esisteva su cui non fosse possibile scherzare e, con l’andare del tempo, questo precetto gli ha causato qualche problema di comprensione con le ultime generazioni.

Un controsenso divertente, considerando quanto il suo “La compagnia dei Celestini” (1992) sia stato bandiera di chi era adolescente negli anni ’90 e sognava un mondo migliore. Nei primi anni del Cinema America Occupato (poteva essere il 2016), a Roma, Benni partecipò alla riproduzione del suo film “Musica per vecchi animali” (1989 con Umberto Angelucci), versione cinematografica del romanzo “Comici spaventati guerrieri”.

Alla conclusione della pellicola gli chiesero di dire qualcosa e mi colpì che disse solo, parafrasando, che era bello essere giovani ed avere sempre inequivocabilmente ragione. Non mi era mai capitato, né più dopo quel giorno, di incontrare un uomo di successo che non avesse orgoglio della propria esperienza di vita, ma solo grande rispetto per il fuoco della giovinezza. Così, anche nei libri, i suoi personaggi più verdi sono sempre i più saggi: Elianto, Margherita, Lee, Perla, Lupetto. E nella vita, il Lupo non smise mai di circondarsi di ragazze e ragazzi per imparare da loro a vivere.

Nel suo sguardo illuminato non mancava l’orrore per il terrorismo ecologico. Benni ha sempre gridato forte contro le ruspe e l’odore acre del cemento e dei quartieri, la cancellazione di quel verde che è simbolo di vita. Prima con “Terra!”, poi con “Margherita Dolcevita” (2005) e “Pane e tempesta” (2009) riuscì a raccontare la reazione all’impotenza data dal progresso che non si può arrestare. Mettendo in mano la rivoluzione a piccoli villaggi montani e a una ragazzina in salopette che inventava inizi di romanzi e fabbricava rudimentali bombe carta. Rileggere quelle pagine e verificarne il doloroso accadere, vent’anni dopo, dovrebbe darci la misura del pericolo.

Si potrebbe discutere su quale resterà l’eredità più preziosa di Stefano Benni, sempre a causa di quel brutto difetto di saper fare bene tutto. Ma saranno indiscutibili la potenza e la generosità dei suoi racconti brevi. “Bar Sport”, “Il bar sotto il mare”, “La grammatica di Dio” e “L’ultima lacrima” non trovano eguali nel panorama letterario italiano per l’abilità di caratterizzazione di personaggi da una pagina appena, la forza dei messaggi e l’allegra distopica spaventosa dei mondi inventati. Concludere uno dei suoi libri di racconti permetteva per un breve attimo di scostare il velo e capire il mondo, prima di perderlo di nuovo, come al risveglio da un sogno.

In omaggio alle sue fantasticherie, e per non perdere l’occasione di piangere una penna straordinaria, è raccomandata la lettura (o rilettura) di:

  • Terra!: la fantascienza post apocalittica che somiglia a una riunione di condominio
  • Bar Sport: i racconti di tutti i bar d’Italia in un unico splendido grido
  • Baol: la poesia che c’è dentro la reazione al regime
  • Elianto: la Divina Commedia di fine Novecento
  • Il bar sotto il mare: le storie più vecchie del mondo che pensavi di sapere già
  • Saltatempo: l’autobiografia più falsa e completa di Benni
  • Margherita Dolcevita: ode all’importanza dei sogni delle ragazze
  • Pane e tempesta: romanzo del terrore in cui i mostri non sono nemici
  • La grammatica di Dio: come si riscrivono le parabole in una Bibbia new age

La morte di Stefano Benni è un dolore per tutti, lettori e non. Avremmo avuto ancora bisogno della sua fantasticheria e della fede incrollabile che aveva nell’umanità, per quanto brutta e fallibile fosse. Sarebbe stato un dono potergli sentir dire ancora come farsi amica la paura, come corteggiarla e comprenderla. Oggi siamo tutti più tristi e soli.

Tutti tranne Benni ovviamente, che da qualche parte se la ride per la sua rinnovata libertà.

Camminavo una notte in riva al mare di Brigantes, dove le case sembravano navi affondate, immerse nella nebbia e nei vapori marini, e il vento dà ai rami degli oleandri lente movenze di alga. Non so dire se cercassi qualcosa, o se fossi inseguito: ricordo che erano tempi difficili ma io ero, per qualche strana ragione, felice. (Il bar sotto il mare, 1987)

Articolo a cura di Gloria Frezza

Immagine di copertina via Wikimedia – licenza CC

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