Orbán sconfitto alle elezioni. Cosa dobbiamo aspettarci dalla nuova Ungheria?
Le elezioni in Ungheria sanciscono un risultato storico. Viktor Orbán, dopo 16 anni al potere incassa una cocente sconfitta. Ma non è esatto definire la vittoria di Peter Magyar un totale cambiamento di fronte
I sondaggi della vigilia davano il partito d’opposizione in Ungheria, TISZA, nettamente favorito su Viktor Orbán, FIDESZ. In quelle prime fasi dello spoglio, a partire dal 12 aprile, forse nessuno ci credeva veramente. Eppure è successo. Péter Magyar non ha solo vinto le elezioni, ha incassato dei numeri straordinari: due terzi del parlamento, la “super-maggioranza” che gli permette di governare con una certa tranquillità.
Di fatto finisce un’era politica. Quella segnata dallo strapotere di Orbán e del suo cerchio magico, dal suo controllo autoritario su ogni ambito della vita pubblica, civile, istituzionale ed economica del Paese. Tuttavia è sbagliato pensare che l’Ungheria abbia totalmente cambiato rotta rispetto al passato, anzi, la figura politica del vincitore di queste elezioni raccoglie in parte l’eredità di Orbán, pur ribaltandola. Ma partiamo dal risultato.
I dati della vittoria
I numeri post voto danno tutta la misura dell’eccezionalità che si è verificata in questi giorni in Ungheria. A partire dalla partecipazione alle urne: oltre 78%. Va ben oltre il dato raccolto dopo le elezioni del 2022, che con il 69% avevano segnato record storico di affluenza dal 1990, anno delle prime elezioni libere dopo la caduta del muro e la fine dell’influenza sovietica.
Tutto è andato secondo le previsioni di voto. Dei tre partiti minori presentatisi alle elezioni, solo l’ultra-destra di Patria Nostra ha superato la soglia di sbarramento acquisendo 6 seggi all’Assemblea nazionale. Il partito di governo, FIDESZ, esce con il 38% e soli 55 seggi ottenuti su un totale di 199. Il 53,8% dei voti sono andati a TISZA, la coalizione d’opposizione formata da diversi partiti uniti sotto un unico obiettivo, deporre Orbán, e che ha in sé varie anime raccolte sotto la guida di Péter Magyar. A questa vanno 138 seggi, superando la soglia dei 133, numero minimo per raggiungere la cosiddetta super-maggioranza, che era l’obiettivo più importante da raggiungere.
Grazie a questo numero, infatti, il nuovo governo non solo potrà governare con autonomia, ma gli sarà più facile proporre le essenziali riforme costituzionali – di cui la destra orbanista ha fatto scempio – e riportare, secondo i vincitori, lo Stato di diritto in Ungheria.
Una sconfitta totale per il fronte populista ungherese. A nulla sono valsi i messaggi di appoggio dei colleghi sovranità sparsi in Europa, dalla tedesca Alice Weidel di AFD a Meloni in Italia. Nemmeno il messaggio di endorsement del presidente americano Donald Trump, recato in Ungheria nei giorni scorsi dal suo vicepresidente J.D.Vance. A nulla è valsa la minaccia dello spettro di un’Europa maligna, di fronte alla voglia di rinnovamento e di partecipazione del popolo ungherese.
I commenti dopo il voto
Tra i tanti a essere soddisfatti dell’esito delle elezioni in Ungheria c’è la Commissione europea, che attraverso la sua presidente Ursula Von Der Leyen commenta: “Stasera il cuore d’Europa batte più forte in Ungheria. Un paese riprende il suo cammino europeo … l’Unione si rafforza”.
Certo l’Ungheria di Orbán è stata spesso definita il peggior nemico interno all’Unione. Ostruzionista – attraverso l’esercizio del veto – nelle politiche verso l’Ucraina, di quelle energetiche e sanzionatorie a sfavore della Russia, per non parlare della repressione delle libertà e dei diritti civili sul fronte interno, il comportamento del Paese magiaro è stato spesso al centro delle discussioni e delle recriminazioni del Parlamento europeo.
Questo allontanamento è stato compensato dalle promesse elettorali di riavvicinamento di Magyar. Ma sarebbe un’errore madornale considerare lo stesso leader di TISZA, la sua stessa formazione politica, la variegata composizione del suo partito, completamente europeisti senza considerare il contesto dell’elettorato ungherese.
Chi sono Peter Magyar e TISZA
“Tisza” è il nome ungherese del fiume Tibisco, un affluente sulla riva sinistra del Danubio. Immagine spesso usata come metafora: quella del grande fiume – il Danubio/FIDESZ – e il suo affluente/TISZA per descrivere la natura del partito e del suo leader. TISZA, infatti ha una formazione recente, due anni. Tanti quanti ne conta l’ascesa in politica ufficiale di Peter Magyar. Questo dato è da esplicare.
Peter Magyar è un politico esperto, nonostante la prima parte della sua attività si sia svolta dietro le quinte. Rampollo di una importante famiglia di giuristi, avvocato, ex marito di Judit Varga, che è stata ministro della Giustizia del governo a guida FIDESZ, partito di cui lo stesso Magyar è stato militante dal 2002 al 2024. Queste brevi note biografiche svelano la matrice originaria del pensiero politico del neo eletto Primo ministro ma non la sua complessità.
Conservatore moderato dagli anni passati a Bruxelles, con incarichi da diplomatico, Magyar si fa portavoce di quanti non pensano, soprattutto tra le generazioni più giovani, che l’Europa sia il male assoluto da combattere ma che sia una fonte di opportunità, pur mantenendo al centro gli interessi dell’Ungheria. Non perde il legame con il territorio e con le tradizioni radicate nei territori più rurali, di cui dissemina sezioni del partito brulicanti di attivisti non appena ne assume la guida.
In questo modo riesce a colmare vuoto lasciato da Orbán. Quello dei giovani delle grandi città che hanno speranza nel futuro e allo stesso tempo delle vecchie generazioni rurali che sono stanchi della corruzione del regime senza che questa porti un miglioramento delle loro vite. E la lotta alla corruzione e il ritorno allo Stato di diritto tramite il cambiamento della costituzione sono i motori portanti di questo tipo di elettorato. Molto meno importanti sembrano quelli legati al rapporto con l’Europa.
Cosa si deve aspettare l’Europa da Magyar
Il trattamento di temi come l’Ucraina, i diritti civili, simbolo dello scontro tra Ue e Orbán, potrebbero non avere connotati di totale apertura, come l’Unione vorrebbe.
Sul prestito da 90 miliardi all’Ucraina per sostenerla nella guerra d’aggressione di Putin, bloccata in Europa dal veto di Orbán, Magyar si è già espresso. L’Ungheria non parteciperà – la giustificazione è l’economia dissestata – ma nemmeno impedirà agli altri Paesi membri di portarla avanti. È infatti un tema molto delicato che fa storcere il naso sia alla confinante Federazione russa, sia a quei conservatori che lo hanno votato che però hanno ancora in mente i dissapori storici della minoranza ungherese di Ucraina soggetta a varie tensioni.
Sul tema dei diritti civili, condizione necessaria alla presenza dell’Ungheria in Ue, il nuovo governo non prenderà nessun provvedimento concreto a breve, se non il famoso ripristino dello Stato di diritto. In pratica: c’erano delle leggi, poi negate da Orbán, iniziamo ad applicare quelle.
È chiaro che 16 anni di potere autoritario non possono essere cancellate con un colpo di spugna. Né al livello legale, né nella cultura civile del popolo, che dal 1945 una vera democrazia come la concepiamo noi, non l’ha avuta mai. Ci vorrà del tempo, ma tutto fa presagire che non dovremo attendere molto per vedere la direzione di questo grande passo che, nonostante tutto, in Ungheria è stato compiuto.
Articolo a cura di Andrea Pezzullo
