“Glory Hole”, la forza di attraversare l’ignoto
Al Teatro Abarico di Roma il 25 aprile alle 21 va in scena il testo di Natalia Makarov Mititelu. Un viaggio senza tempo, senza spazio, ma dalla forte carica espressiva
L’oscurità, il silenzio. Il vuoto che racchiude l’oblio dei corpi, dei pensieri e dell’anima. Il dolore, la morte. Ci sono domìni misteriosi che appartengono a questo mondo, che vanno oltre l’attuale conoscenza umana. A questi fenomeni si cerca di dare una spiegazione logica, razionale. Tentativi di far apparire le loro esistenze giustificabili, plausibili ma mai rassicuranti. Ci fanno paura, e allora proviamo a resistere, a combatterle. Ed ecco che allora riempiamo il vuoto con tante cose, inondiamo di luce l’oscurità e di rumore il silenzio. Combattiamo l’oblio con le azioni e con le relazioni, il dolore con le pasticche.
Riempiamo e ricolmiamo e così ci allontaniamo da ciò che temiamo senza conoscerne nulla. Così non facciamo altro che prendere tempo in una fuga infinita dal dolore e dall’ignoto, un buco nero che ha il potere di risucchiare tutto, fino a che l’ultimo brandello della nostra essenza. E mentre fuggiamo ci logoriamo – non è terrificante anche questo? – non pensando che forse questo buco spaventoso non va riempito, ma solo attraversato.
Lo faremo il 25 aprile con “Glory Hole”, il nuovo spettacolo proposto della regista Natalia Makarov Mititelu, al Teatro Abarico di Roma. Con Giulia De Girolamo, Luca Pagnottelli, Paolo Pezzotti, Lucrezia Proietti Stefano Renzetti e Arianna Pepe Bontempi.
Un’opportunità, che abbiamo vissuto in anteprima, di sospenderci nel tempo, nello spazio, di sperimentare quasi l’assenza di peso.
Attraversare il buco nero
E come si fa? Se persino la scienza assume il buco nero a simbolo dell’ignoto? Un luogo dove tempo, spazio leggi fisiche hanno delle proprie regole, diverse. Eppure, se ci pensiamo, non è quello che accade ai bambini quando, da soli in una stanzetta, giocano? Abbandonano con estrema facilità, quasi inconsciamente, chi sono per diventare qualcun altro o qualcos’altro, un pirata o una fata, volano nel cielo o nuotano nei più profondi abissi. E non dite loro in quel momento che non sia tutto vero! Creano quel mondo con le sue proprie leggi insieme, senza un comune accordo.Iimmaginano.
E lo faremo anche noi, per quanto non siamo bravi come i bambini. Immagineremo il vuoto, l’oscurità e l’oblio e ne saremo pervasi. Abbandoneremo pian piano tutto ciò che portiamo con noi, le cose, i suoni, le luci. Ci muoveremo in scena con i corpi privi quasi di peso, che si avviluppano in una densa cecità dove persino le voci, come eco di un coro, perdono l’identità che avevano in origine. Si muovono questi corpi e queste voci, quasi alla ricerca di ciò che erano. Si percepiscono l’un l’altro, sperimentano le proprie percezioni, i propri sensi per poi abbandonarsi. Come un dolore che viene rilasciato lentamente e si acutizza prima di riassorbirsi e scomparire definitivamente.
Un viaggio sperimentale
Quello a cui parteciperemo il 25 aprile sarà un percorso sperimentale. Sarà un viaggio sensoriale, corporeo ma anche in grado di portare la nostra mente in più reconditi ambiti. Per scoprire altro forse, una nuova dimensione di cui non si sa. Ma in qualche modo, come per uno strano effetto magico, la funzione più ci sentiremo rigenerati, preparati, quasi rassicurati, come chi ha visto in faccia il proprio dolore e l’ha riconosciuto.
Vedremo con i nostri occhi luoghi che crediamo non appartenerci nella realtà, vedremo cose e proveremo sulla nostra pelle sensazioni che non sembrano le nostre. È un po’ quello che accade come quando siamo in un sogno. Sperimentiamo situazioni possibili, alcune belle alcune terrificanti. La nostra mente le assimila e impara ad affrontarle. Questo probabilmente è attraversare il buco nero. Che sia questo il rimedio per non avere più paura?
Articolo a cura di Andrea Pezzullo
