Elezioni in Ungheria 2026: non è solo una faccenda ungherese

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Budapest al voto domenica 12 aprile per le parlamentari. Lo sfidante Peter Magyar potrebbe riuscire nell’impresa storica di far cadere Viktor Orbán dopo 15 anni di potere incontrastato.

Non sarà una domenica come tante quella del 12 aprile in Ungheria. Quel giorno gli occhi degli osservatori politici di mezzo mondo saranno puntati sulle elezioni parlamentari che promettono di essere molto di più di un rinnovo dell’Assemblea nazionale. Questo voto potrebbe segnare non solo un punto di svolta per l’Ungheria. La fine di un’era, per certi versi. Quella definita di “autocrazia elettorale” in un contesto di stagnazione economica e diritti civili repressi. Ma avrebbe risvolti determinanti anche in tutto il resto d’Europa.

L’Ungheria infatti, dopo il suo ingresso nell’Unione europea nel 2024, è diventata un Paese membro centrale. Negli ultimi anni, tuttavia, le politiche del governo presieduto da Orbán hanno fatto molto discutere. Contro questo governo si pone una coalizione democratica che tenterà di riportare, a suo dire, una vera democrazia in Ungheria e promette un riavvicinamento all’Europa.

Lo scenario pre-elettorale

Ufficialmente sono 5 i partiti in corsa. Di questi, tre sono partiti molto piccoli: uno di estrema destra, Mi hazánk (Patria nostra), uno di sinistra composto dai Democratici (Dk) e uno anti-elitario che si presenta con il nome Magyar Kétfarkú Kutya Párt (Cane a doppia coda). Secondo i sondaggi, fra i tre, solo il partito di estrema destra ha reali possibilità di raggiungere la soglia dello sbarramento del 5% utile ad occupare seggi in parlamento. La vera sfida che si consumerà domenica sarà tra il partito del premier Orbán, Fidesz, e quello dell’outsider Peter Magyar, Tisza (Libertà e onore).

Viktor Orbán è a capo del governo in Ungheria dal 2010. Il suo modello politico combina insieme una serie di pratiche che potremmo in tutto e per tutto definire autocratiche. Forte di un fervido nazionalismo il premier ha mantenuto il potere esercitando progressivamente il controllo dei media, soffocando la libertà di stampa e silenziando qualsiasi tipo di opposizione, delle risorse economiche del Paese, mettendo fedelissimi a capo di tutte le imprese pubbliche, e delle istituzioni, arrivando ad indebolire gradualmente il potere della magistratura. Un “sistema” che gli ha permesso, non potendo costituzionalmente negare le elezioni, di influenzarne l’esito e vincere quattro tornate elettorali.

Un sistema che è oggi in bilico. Il concorrente, Peter Magyar, negli ultimi mesi è stato capace di riunire attorno a un unico partito (Tisza) tutta l’opposizione. A Orbán, Magyar contrappone una più stretta collaborazione con l’Europa e la lotta alla sua politica interna fatta di politiche antidemocratiche e intrisa di corruzione e nepotismo a tutti i livelli. Non si tratta, tuttavia, di un partito di sinistra vero e proprio, bensì di una coalizione di diverse forze politiche riunite nell’unico interesse di riportare in Ungheria un po’ di democrazia, ovviamente cercando di battere Orbán. E stando ai sondaggi sembra ci stia riuscendo. Secondo l’istituto Publicus, il partito di opposizione sarebbe avanti con il 52% su Fidesz fermo al 39%.

Cosa sta pagando la politica di Orbán

Questi numeri sono l’esito di un malcontento crescente in Ungheria, soprattutto nella popolazione più giovane. Se infatti l’Ungheria, nei primi anni dopo l’ingresso in Unione Europea, ha conosciuto un certo sviluppo economico, oggi il paese soffre le conseguenze della stagnazione economica e dell’aumento dell’inflazione, causato dalla mala gestione delle risorse economiche nel corso degli anni e accresciuta, negli ultimi mesi, dall’aumento dei salari proprio in vista delle elezioni.

Se un certo consenso risiede nella popolazione più anziana, i giovani vogliono l’Ungheria più connessa all’Europa e alle opportunità che a essa sono sono legate. Mal digeriscono le norme liberticide promulgate in questi anni. Ne è una prova l’ampio consenso della popolazione civile in occasione della protesta contro la legge che vietava il Pride a Budapest, a cui hanno partecipato non solo migliaia di cittadini ungheresi, ma anche, in segno di solidarietà, anche cittadini provenienti da tutta Europa, finanche esponenti politici. Norme che nel corso degli anni sono valse al Paese diverse procedure di controllo.

Ungheria e Europa

Non sarebbero in pochi a Bruxelles ad accogliere positivamente un’eventuale sconfitta di Viktor Orbán. Di fatto i rapporti con il premier magiaro, dopo anni di contrasti con l’Europa a suon di veti – l’ultimo esercitato poche settimane fa per bloccare il prestito di 90 miliardi a favore dell’Ucraina – sono ridotti ai minimi termini. Proprio l’esperienza del rapporto conflittuale con l’Ungheria di Orbán ha riacceso in UE il dibattito sul superamento del principio di unanimità in favore del voto a maggioranza qualificata, che impedirebbe così a singoli Paesi di bloccare il processo decisionale utilizzando il proprio diritto di veto.

Tuttavia è sbagliato pensare che Orbán sia completamente isolato in Europa. Dalla sua ha tutto il fronte sovranista, dalla Slovacchia di Fico, passando per l’Afd tedesca, fino al governo Meloni. Tutti loro si sono spesi in appoggio del collega durante questa campagna elettorale. Non per ultimo, anzi forse il più importante, Orbán incassa l’endorsement del presidente americano Trump con cui ha parlato in diretta telefonica, per mezzo del vicepresidente J.D. Vance, recatosi di persona all’ultimo convegno pre elettorale di Fidesz, martedì scorso. Un fatto senza precedenti che parla anche delle interferenze straniere che si starebbero per abbattere su queste elezioni.

Proprio il ruolo internazionale dell’Ungheria di questi ultimi anni è ciò che più interessa gli osservatori. Orbán è stato infatti capace di essere amico di Trump e, allo stesso tempo, di favorire gli interessi di Putin per quanto riguarda la guerra in Ucraina e non solo. L’esito di queste elezioni in Ungheria potrebbe mettere in discussione soprattutto questi equilibri. Non è di certo solo una faccenda ungherese.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

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