Referendum Giustizia: rivoluzione o gioco politico?

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Lo scorso 30 ottobre l’approvazione definitiva in Parlamento, a gennaio il “sì” della Camera in prima lettura. La riforma Nordio si avvia verso il referendum confermativo, che già divide politica e cittadini. Si voterà il 22 e il 23 marzo.

Camera e Senato hanno approvato il testo della riforma costituzionale sulla Giustizia ma non si è raggiunta la maggioranza di due terzi. Sarà quindi un referendum a deciderne l’esito. L’iter è ben diverso dello scorso giugno su lavoro e cittadinanza. Questa volta il referendum è di tipo confermativo. Interviene, dunque, alla fine di un procedimento parlamentare già completato in cui i cittadini hanno l’ultima parola per approvare o no una modifica alla Costituzione. Non ci sarà il quorum: il risultato sarà valido a prescindere da quanti elettori andranno a votare.

Cosa prevede

Il Disegno di legge prevede:

  1. separazione delle carriere tra giudici e p.m. (chi vince il concorso dovrà scegliere se essere un magistrato giudicante, giudice, o requirente, pm, e non potrà più cambiare funzione nel corso della carriera).
  2. istituzione di un doppio C.S.M., uno competente per i giudici, l’altro competente per i pubblici ministeri. Cambierebbe anche il modo di elezione dei consiglieri del CSM: fino ad oggi la nomina avveniva per elezione; con la riforma si passa ad una nomina per sorteggio.
  3. Istituzione di un’Alta Corte per giudicare disciplinarmente tutti i magistrati, composta da 15 membri (tre nominati dal Presidente della Repubblica tra professori universitari in materie giuridiche e avvocati con almeno vent’anni di esercizio. Altri tre saranno estratti a sorte da un elenco di professionisti con i medesimi requisiti, compilato dal Parlamento. Infine, nove membri saranno magistrati: sei appartenenti alla carriera giudicante e tre alla carriera requirente, anch’essi selezionati per sorteggio tra coloro che abbiano almeno vent’anni di servizio e svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità.

Le posizioni del “sì” e del “no”

Tra i sostenitori del “sì” c’è la convinzione che con la separazione delle carriere si attuerebbe la piena indipendenza del giudice dal pubblico ministero. Questo garantirebbe la parità delle parti processuali tra accusa e difesa nel giudizio penale. Ne è dimostrazione l’istituzione di un secondo CSM composto unicamente da pubblici ministeri. Da questa parte è forte il desiderio di combattere il cosiddetto “correntismo” (sistema di influenza e di spartizione degli incarichi da parte delle correnti della magistratura) con il nuovo sistema di elezione dei componenti del doppio CSM. E poi il discorso dell’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, per contrastare il fenomeno della “giustizia domestica”, ovvero i magistrati che vengono giudicati da altri magistrati. L’Alta corte si comporterà quindi come un organo terzo, composto sempre da magistrati e membri laici nominati tramite sorteggio.

Lo schieramento del “no” risponde punto per punto. In primis c’è la convinzione che già esista una separazione tra le due carriere, dovuta prima dalla riforma Castelli (ha introdotto la distinzione tra magistratura giudicante e magistratura requirente) e poi dalla riforma Cartabia (ha limitato a massimo 4 volte i passaggi di carriera tra PM e giudice). Chi è per il “no” sostiene che non ci siano prove empiriche circa il fatto che il giudice sia influenzato dal pm (i dati del 2024 dicono che il numero di assoluzioni è pari al 46% dei casi). Il “no” è anche per il sorteggio dei componenti del doppio CSM, ritenuto un organo più controllabile con membri laici legati alla maggioranza politica e magistrati pescati casualmente. Stesso discorso per l’istituzione dell’Alta Corte: si teme che PM e giudici diventino più vulnerabili a pressioni esterne con il sorteggio e le nomine del Parlamento.

La narrazione della destra che non torna

La destra appare unita: FdI, Lega e FI, dritta verso il “sì”. Pd, M5S e Alleanza Verdi Sinistra per il “no”.

È il ministro della giustizia Carlo Nordio a fare da portabandiera per il “sì”. Il centro destra chiede una “giustizia più giusta”. Così recitava lo striscione esposto da FI, ricordando il loro fondatore, nonché storico sostenitore della riforma, Silvio Berlusconi. In campagna referendaria, la destra, a partire dalla premier Meloni, sta rimandando alla riforma della giustizia le situazioni del Ponte sullo Stretto, dei centri in Albania, il caso Diciotti, la condanna di Delmastro, e Open Arms. In tutti questi casi la destra ha additato la magistratura responsabile di essere troppo politicizzata, e che la riforma servirebbe proprio per combattere questa polarizzazione.

I vari siti di fact checking indicano come gli esempi prima citati c’entrino in realtà ben poco con la riforma. Il caso della bocciatura del Ponte sullo stretto da parte della Corte dei Conti, ad esempio, non è legato alla separazione: la riforma riguarderebbe solo la magistratura ordinaria (la corte dei conti è composta da giudici speciali). Oppure sul caso Open Arms, in cui il giudice non è condizionato dal pm (Salvini è stato assolto), e che non si è trattato di un accanimento contro il Ministro, in quanto è il suo ruolo quello ricorrere per Cassazione in situazioni sfavorevoli per le persone offese (gli immigrati in quel caso). Questo a dimostrazione di quanto si tratti di una vera e propria battaglia politica, e di quanto interesse ci sia nel confondere gli elettori.

La replica dell’opposizione e dei comitati

Opposizione e comitati non vogliono veder cadere la magistratura sotto l’esecutivo e un CSM più debole, e attaccano la destra per la narrazione che sta dando del referendum. Troppo riduttivo usare slogan riferiti alla sola separazione delle carriere, omettendo il resto. Il ricorso allo stesso linguaggio usato durante elezioni politiche potrebbe non far comprendere a pieno qual è l’intento della riforma e, visto che è la Costituzione che si sta cambiando, bisognerebbe informare meglio i cittadini. Uniti con loro, ma senza uno stretto legame, ci sono i partiti di opposizione. La scelta di non unirsi è stata proprio dei comitati, che non vogliono rendere il referendum un affare totalmente politico.

Raccolta firme, fuori sede e sondaggi: la lotta impari del “no” che sta rimontando

Dall’inizio della campagna referendaria hanno preso forma diversi comitati composti da magistrati, avvocati e giuristi. Molto seguiti i comitati come “Società civile per il No”, o “Giusto dire No”, entrambi con estensione nazionale. A dar loro man forte anche comitati cittadini e regionali. Nel corso di questi mesi sono stati organizzati dibattiti e incontri per far chiarezza sul contenuto della riforma.

Di pari passo con le iniziative dei comitati, il 22 dicembre è partita la raccolta firme promossa da 15 giuristi per impedire al governo di abbreviare i tempi. Ad essere contestata è stata proprio la scelta della data, così vicina da non poter permettere ai sostenitori del No di esporre le proprie teorie e posizioni riguardo la riforma. I 15 giuristi si sono opposti anche alla decisione di aver fissato la data senza aspettare la fine della raccolta firme del referendum, in genere prevista dalla prassi costituzionale. La raccolta firme ha raggiunto e superato le 500.000 firme. Il 28 gennaio il Tar ha respinto il ricorso per spostare la data, ritenendo infondati i motivi di ricorso dei promotori.

Sempre il 28 gennaio la Commissione Affari costituzionali della Camera ha bocciato le richieste dell’opposizione per permettere ai fuori sede di prendere parte alla votazione. Quindi, chi ha intenzione di votare deve far rientro al proprio comune di residenza. Per le Europee del 2024 e il referendum “cittadinanza-lavoro” del 2025 ai fuori sede era stato permesso di votare nei comuni di domicilio. Questa decisione potrebbe sfavorire circa 5 milioni di elettori.

I sondaggi settimane fa davano il “sì” in netto vantaggio sul “no” di 6/7 punti percentuali. Ad oggi, secondo l’istituto di statistica Ixè, “sì” e “no” sarebbero vicinissimi, con il “sì” in vantaggio di soli 0,2 punti, il 50,1% a fronte del 49,9%. Sale anche il numero degli informati: a dicembre solo 1 italiano su 3 conosceva bene il contenuto della riforma, oggi solo un quinto è totalmente disinformato. Una rimonta molto significativa, che rimette in discussione la posizione degli italiani sulla riforma.

Articolo a cura di Francesco Dicuonzo

Immagine di copertina via Unsplash

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