Referendum giustizia: intervista a Carmine Foreste del “Comitato per le Riforme – Sì Cambia”

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In vista del referendum del 22 e 23 marzo abbiamo fatto alcune domande a Carmine Foreste, presidente dell’Ordine degli Avvocati Napoli e presidente del comitato per le “Riforme – Sì Cambia”.

Comunicazione della redazione: per rispettare la par condicio qui la nostra intervista a Mirella Cervadoro, già presidente di Sezione della Corte di Cassazione, per il “No” al referendum giustizia

Tre domande a Carmine Foreste, presidente dell’Ordine degli Avvocati Napoli e presidente del “Comitato per le Riforme – Sì Cambia”

Perché votare “Sì” al referendum del 22 e 23 marzo confermando la riforma Nordio approvata in Parlamento nel 2025?
Il prossimo 22 e 23 marzo i cittadini sono chiamati a compiere una scelta di civiltà giuridica. Votare ‘Sì’ per confermare la Riforma Nordio significa completare un percorso iniziato decenni fa e dare, finalmente, piena sostanza ai principi costituzionali del giusto processo.
Nonostante le riforme del 1989 e del 1999, la figura del giudice ‘terzo’ è rimasta un’ambizione incompiuta. Oggi, la contiguità tra chi accusa e chi giudica — uniti da percorsi professionali e logiche disciplinari comuni — rischia di appannare la terzietà che ogni cittadino ha il diritto di attendersi in un’aula di tribunale. Con la separazione delle carriere, garantiamo l’indipendenza del giudice da ogni condizionamento, restituendogli il ruolo di arbitro neutrale e superiore alle parti.
Parallelamente, interveniamo sul cuore del sistema di governo della magistratura: l’introduzione del sorteggio per il CSM è lo strumento necessario per scardinare il logocentrismo delle correnti. Solo sottraendo le nomine alle dinamiche di potere associativo potremo avere un organo di autogoverno autenticamente trasparente, meritocratico e libero.
Votare ‘Sì’ non significa indebolire la magistratura, ma al contrario rafforzarne l’autonomia e il prestigio, proteggendola da influenze interne ed esterne e ponendo la dignità del cittadino al centro del sistema giustizia.

Quali benefici porterebbe questa revisione della Costituzione?
Votare a favore di questa riforma significa riconoscere alla nostra Costituzione la sua natura di testo ‘vivo’. I Padri Costituenti, nella loro lungimiranza, hanno previsto il meccanismo di revisione proprio per permettere alla Carta di evolversi e correggere quelle storture che il tempo e la prassi avrebbero potuto generare.
Oggi ci troviamo di fronte a una necessità storica: porre rimedio alle degenerazioni del correntismo. Si tratta di un fenomeno estraneo allo spirito del 1948, nato decenni dopo come legittimo dibattito giuridico, ma trasformatosi col tempo in una logica di spartizione del potere di stampo politico che nulla ha a che vedere con la missione della magistratura.
Le conseguenze di questo sistema ricadono direttamente sulla vita dei cittadini. I ritardi cronici nelle nomine dei vertici degli uffici giudiziari — che spesso restano vacanti per anni a causa di veti incrociati e logiche spartitorie tra correnti — paralizzano l’efficienza dei tribunali. Una giustizia lenta è una giustizia negata: il blocco dei processi civili e penali danneggia l’economia, la sicurezza e la certezza del diritto.
Approvando questa riforma, non tradiamo la Costituzione, ma la onoriamo, liberando l’ordine giudiziario da logiche di fazione. Restituiamo efficienza alla macchina giudiziaria e garantiamo ai cittadini un sistema guidato esclusivamente dal merito e dalla tempestività.”

Nel dibattito pubblico le perplessità si concentrano soprattutto sull’impatto sistemico della riforma: lei cosa ne pensa?
L’impatto sistemico di questa riforma sarà profondamente positivo ed è necessario, oggi più che mai, fare chiarezza rispetto a una narrazione distorta, alimentata spesso da interessi di parte o di categoria che mirano a conservare lo status quo. Il nostro dovere verso i cittadini è fornire informazioni trasparenti, affinché il voto del 22 e 23 marzo sia libero da timori del tutto infondati.
Voglio essere estremamente chiaro su un punto che sta a cuore a tutti: la magistratura non sarà mai sottomessa al potere esecutivo. L’architettura della riforma parla chiaro. Il nuovo Articolo 104 della Costituzione blinda l’autonomia e l’indipendenza di entrambe le carriere — giudicante e requirente — da ogni altro potere dello Stato. Non c’è alcun rischio di deriva autoritaria o di controllo politico sulle indagini.
Allo stesso modo, l’attività dei Pubblici Ministeri rimane pienamente tutelata. Restano infatti intatti due pilastri fondamentali della nostra democrazia.
L’obbligatorietà dell’azione penale, che garantisce l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
L’Articolo 109 della Costituzione, che assicura all’autorità giudiziaria la diretta disponibilità della polizia giudiziaria.
Questa riforma non toglie tutele, ma aggiunge equilibrio. Non crea gerarchie politiche, ma separa le funzioni per garantire un processo più giusto. È un atto di fiducia verso una magistratura che, libera da logiche correntizie e confusioni di ruolo, potrà finalmente operare con la serenità e l’efficienza che l’Italia ci chiede.

Intervista a cura di Graziano Rossi

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