Euroclear divide l’Europa sull’Ucraina

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Il Consiglio Europea si riunirà il 18 dicembre 2025. Al centro del dibattito, il voto per finanziare il prestito all’Ucraina con gli asset russi congelati a Bruxelles

Una passeggiata di poco più di tre chilometri e mezzo per le vie del centro di Bruxelles, passando per il parco di fronte al Palazzo reale. E’ questa la distanza che divide il palazzo che ospita il Consiglio Europeo, Palazzo Europa, il Palazzo della Nazione, sede del Parlamento belga e Euroclear, società tra i principali attori della finanza mondiale, sconosciuta ai più fino a qualche giorno fa.

Una distanza che oggi sembra siderale, se misurata sui punti di accordo in vista del voto che si terrà a Bruxelles il 18 dicembre sul finanziamento all’Ucraina con i soldi russi congelati nel 2022, allo scoppio della guerra custoditi in buona parte da Euroclear. L’Europa li vorrebbe usare, il Belgio si oppone. Il resto d’Europa si divide. La questione è delicata.

Finanziare l’Ucraina, con quali soldi?

Venuto meno l’interesse degli Stati Uniti nel sostenere economicamente l’Ucraina nei suoi sforzi nel conflitto contro la Russia, è diventato urgente per l’Europa reperire fondi. Un finanziamento diretto è impossibile. In primis per i dubbi di alcuni Paesi membri riguardo al peso che esso avrebbe sui propri bilanci. In secondo luogo per la strenua e dichiarata opposizione di Paesi come Slovacchia e Ungheria su una risoluzione che deve essere approvata all’unanimità.

I ragionamenti si concentrano al momento sulla possibilità di usare gli asset russi in Europa congelati per mezzo delle sanzioni nel 2022. La Commissione europea intende usare questi beni, in tutto 210 miliardi, come “prestito di riparazione”, che dovrà essere restituita alla Russia solo se questa, al termine della guerra, si impegni a risarcire l’Ucraina per i danni causati dal conflitto. Che ciò sia impossibile è chiaro, così questo “prestito” suona  – soprattutto alle orecchie russe – più come un espediente per requisire di fatto i beni russi senza farlo in maniera esplicita. Cosa che si scontra, oltre che con le proteste russe, con alcuni problemi legali. E qui entra in gioco Euroclear e gli interessi del Belgio.

Cos’è Euroclear?

Euroclear è più di una società che opera nel mercato finanziario globale. Fa parte della sua stessa infrastruttura essendone una delle colonne portanti.

Nata alla fine degli anni Sessanta da una costola di quella che oggi è la JP Morgan, la più grande e potente banca mondiale, oggi è una società indipendente che si occupa di regolamentazione e custodia dei titoli. Il che vuol dire che se un titolo o un’azione viene venduta in Europa, è Euroclear che si occupa di garantire la sicurezza e la validità del trasferimento. Allo stesso modo custodisce i patrimoni dei suoi clienti, che però non sono i singoli azionisti ma sono grandi gruppi finanziari, banche, fondi di investimento, interi Paesi. Attualmente Euroclear dichiara di gestire circa 41mila miliardi di euro. In pratica la metà del Prodotto interno lordo mondiale.

Il Belgio, oltre a incamerare parecchi milioni di euro ogni anno dall’attività di questa società attraverso le tasse – Euroclear ha sede a Bruxelles – detiene circa il 10% delle sue azioni. Un indotto economico importante per un Paese di 12 milioni di abitanti con un Pil equivalente a meno di un terzo di quello italiano.

I timori del Belgio

Il governo belga si è opposto fin dall’inizio al piano della Commissione europea. Il timore principale era legato alle ritorsioni legali della faccenda. I beni russi affidati a Euroclear sono “congelati” e non confiscati. Tale congelamento, fino a pochi giorni fa, doveva essere ratificato dalla Commissione europea con voto unanime, e rinnovato ogni sei mesi. Cosa sarebbe successo se per minaccia di veto di alcuni Paesi tale sanzione non venisse rinnovata? Euroclear sarebbe stata costretta a restituire i soldi alla Russia, compromettendo la sua credibilità come istituzione finanziaria e mettendo sostanzialmente in seria crisi l’economia del Belgio.

Per scongiurare questa eventualità, il 12 dicembre scorso il Consiglio europeo ha deciso con voto a maggioranza – senza necessità di unanimità – di bloccare i beni russi senza una data di scadenza precisa, genericamente fino al termine della guerra. Potranno essere sbloccati solo dopo un ulteriore voto. Inoltre per sollevare il Belgio dal peso della responsabilità, si è deciso di usare anche beni russi custoditi in Svezia, Francia, Cipro e Germania. Certo poca cosa i 25 miliardi detenuti in diversi Paesi rispetto ai 185 detenuti nel solo paese fiammingo.

Ma il punto fondamentale che si discuterà il prossimo 18 dicembre, non sarà tanto quello di trovare una soluzione per trovare i 90 miliardi che servono all’Ucraina per l’anno prossimo, cosa che certamente va fatta. Ma di farlo non mettendo in crisi l’intero impianto strutturale su cui si basa la stessa Europa. Non creare, cioè, fratture così insanabili all’interno dell’Unione così da poter mettere in crisi non solo la sua credibilità al livello internazionale, ma la sua forza economica e il suo stesso funzionamento. Cosa che non sarà facile.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

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