Vertice NATO ad Ankara: riarmo e impegno per Kiev, focus sull’Est

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Ad Ankara gli alleati NATO hanno stretto accordi per portare a compimento pratico il piano per la difesa concordato un anno fa a L’Aia. Chiusi 50 miliardi di nuovi contratti militari, in programma l’abolizione dei dazi sugli armamenti interni. La Turchia ha un nuovo peso specifico all’interno dell’alleanza.

Il 7 e 8 luglio si sono riuniti ad Ankara, capitale della Turchia, i leader delle nazioni aderenti alla NATO. I risultati dell’incontro risultano in parte quelli già espressi l’anno scorso a L’Aia. La Federazione russa è vista come la principale minaccia alla sicurezza. L’impegno a rafforzare la difesa alleata si muove tutta in questa direzione. In questo scenario rientra anche l’aiuto all’Ucraina, partner nella sicurezza atlantica, secondo la dichiarazione congiunta al termine del vertice, e quindi destinatario designato di molti dei finanziamenti previsti per le spese della difesa, circa 70 miliardi.

Se dunque a L’Aia nel 2025 era stato preparato il terreno, ad Ankara si muove un passo concreto verso il riarmo. La NATO ha già annunciato 50 miliardi di nuovi appalti e con l’aumento di spesa degli alleati europei e del Canada – che così escono dal mirino di Trump che li accusava di contribuire poco – si potrà finanziare un nuovo piano industriale. A margine, ma non privo di importanza è il ruolo della Turchia. Oltre che essere il Paese ospitante, diventa centrale la sua industria specializzata in droni e munizioni, oltre che la sua posizione geografica strategica.

Da L’Aia ad Ankara, una questione di soldi

Il vertice del 2025 nei Paesi Bassi si era aperto in un clima di tensione. Il presidente americano Donald Trump accusava formalmente gli europei e il Canada di non investire abbastanza nelle spese per la difesa. Un’accusa portata avanti sin dal suo insediamento alla Casa Bianca – nel gennaio 2025 – ha cui molti Paesi europei hanno dato seguito. Tra questi l’Italia, che da una spesa dell’1,57% del PIL aveva indicato come obiettivo del 2025, dopo molti sforzi e contestazioni interne – di portarla al 2%. Per Trump neanche questo sforzo era sufficiente. A L’Aia si è indicato l’obiettivo di spesa comune del 5% entro il 2035, per tutti gli alleati.

Ad Ankara la NATO si trova a partire con parecchi soldi in più – 139 miliardi derivanti dall’adeguamento di Europa e Canada – e si è data l’obiettivo di deciderli come spenderli. E non si tratta di una ridistribuzione equa di nuove risorse. Il proposito della NATO è di darsi una nuova strategia, nuovi obiettivi industriali e militari che ridisegneranno la nuova mappa dell’alleanza, che qualcuno chiama già NATO 3.0.

Una nuova NATO, su quella vecchia

La dichiarazione congiunta, siglata al termine del vertice di Ankara è chiara: per la NATO la Russia è la principale minaccia alla sicurezza. E si può affermare che se così non fosse la NATO non avrebbe motivo di esistere. L’alleanza atlantica nasce durante la guerra fredda appositamente per fronteggiare il blocco sovietico, a cui l’URSS risponde con il Patto di Varsavia che lega militarmente tutti i Paesi di orbita sovietica. Allo scioglimento dell’Unione sovietica, nel 1991, il Patto di Varsavia non viene rinnovato, ma la NATO rimane. Come deterrenza, certo, ma qualcuno – gli Stati Uniti in primis cominciavano a chiedersi: “Per quanto ancora?”. Non dovremmo quindi stupirci se le dichiarazioni dell’alleanza ci appaiono bellicose: avere un nemico, o, con un eufemismo, una minaccia, è la giustificazione stessa della sua esistenza.

Certo, l’invasione russa in Ucraina ha dato nuovo impulso vitale alla NATO. Nell’ottica di fronteggiare la minaccia russa bisogna rafforzare le posizioni ad Est. Qui diventano strategiche le posizioni di Ucraina e Turchia.

L’aiuto all’Ucraina

Il prossimo febbraio saranno trascorsi 5 anni dall’invasione russa in Ucraina. Da questa guerra ancora in corso il Paese ha subito un cambiamento sostanziale. Da Paese di confine a centro dell’attenzione geopolitica. Militarmente, l’esercito ucraino è riconosciuto come tra i più avanzati del continente. L’industria bellica è stata capace di rivoluzionare il concetto stesso di guerra, con l’utilizzo dei droni, di cui sono diventati specialisti indiscussi. Nell’ottica NATO l’Ucraina è diventata importante tanto che l’idea di farla entrare nell’alleanza non sembra ai più così lontana. Per la Russia – questo anche prima dell’invasione del 2022 – sarebbe un punto di non ritorno.

Al momento ci si limita a fornire appoggio ideologico e aiuto logistico e militare. Sono stati promessi 70 miliardi in equipaggiamenti, munizioni e addestramento per tutto il 2026 con l’impegno di mantenere forniture equivalenti per tutto il 2027. Si è ribadito che l’impegno deve essere equo ed equivalente tra tutti gli alleati. Una postilla che Trump ha tenuto particolarmente a sottolineare.

La nuova potenza turca

Non è stato un ruolo da mero ospite dei lavori, quello della Turchia. Il Paese ha una posizione geo-strategica rilevante, per niente nuova, anzi nota sin dai tempi antichi. Istambul, la seconda Roma erede di Costantinopoli e Bisanzio (questi i suoi antichi nomi prima della dominazione e denominazione musulmana) controlla gli Stretti: i Dardanelli e il Bosforo, porta d’accesso dal Mar Nero al Mediterraneo. Nessuna nave può accedere dalla Crimea, né da alcun porto russo senza passare di lì. Inoltre confina con Siria, Iran ed Iraq. Ha rapporti strettissimi con la Russia, ma anche con l’Ucraina, soprattutto per le forniture militari.

È proprio questo elemento a farne un caso particolare. Sul piano dell’industria militare all’interno dell’alleanza, la Turchia è seconda solo agli Stati Uniti. Sebbene si serva di partnership e non abbia industrie belliche autonome, la Turchia ha tessuto una fitta rete di accordi aziendali in tutta Europa per cui produce qualsiasi fornitura militare, dai droni e velivoli militari – proprio a fine 2024 l’accordo tra le italiane Leonardo, Piaggio Aerospace e Baykar, azienda turca del ricchissimo genero/erede di Erdogan, il presidente turco – passando per le armi leggere, fino ad essere una delle più grandi produttrici di munizioni. Una rete di affari che punta a superare i 150 miliardi di euro entro il 2027. Nel vertice di Ankara, si è discusso sull’ipotesi di abolire i dazi all’interno dell’alleanza per favorire dal punto di vista economico le interconnessioni.

Per la sua – ormai acquisita – influenza sul piano militare l’accordo di Ankara eleva la Turchia a “potenza” dal piano regionale al livello globale. Ha potere di decisione sia sulle sorti dell’Europa dell’Est sia su quelle Medio-Orientali, costituendosi come potenza musulmana dominante e in opposizione a Israele, pur essendo parte della NATO.

Il dibattito all’interno dei singoli Stati: l’Europa e il realismo

La discussione sul riarmo in Europa è viva ed animata in ogni Stato membro dell’Unione. Ma bisogna fare i conti con la realtà. L’asse strategico, per quanto riguarda l’Europa, si è spostato sul suo confine orientale. Benché i parlamenti e i quotidiani riempiano pagine di giornale sui possibili scenari la verità, quasi inammissibile, è una: gli accordi economici con la NATO – presi a L’Aia e formalizzati ad Ankara – sono vincolanti e duraturi. Non c’è governo di opposizione che una volta salito al potere possa cambiare, a meno di totali stravolgimenti di fronte che poco convengono alla sicurezza.

Chi ha scelto il nome al nuovo corso della NATO, ha ragione. Una nuova strada si è tracciata. Ma somiglia tanto alla vecchia. Quella che speravamo di aver superato.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

Immagine di copertina via Unsplash

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