Tra Thailandia e Cambogia non c’è intesa, né tregua, che regga
Gli Stati Uniti avevano forzato un accordo di cessate il fuoco a fine ottobre: ad un mese e mezzo dalla firma è già disatteso. Decine di morti, feriti e migliaia di sfollati
E’ di nuovo critica la situazione al confine confine tra Thailandia e Cambogia. Ottocento chilometri di tensioni fatte di scontri a fuoco, razzi, attacchi aerei, campi minati, chiusure e divieti reciproci che nell’ultimo anno sono stati causa di decine di morti e centinaia di feriti cui si aggiungono gli sfollati. Negli ultimi giorni circa 700 mila persone sono state costrette a lasciare le abitazioni perché il territorio non è più sicuro.
Le origini della tensione tra Thailandia e Cambogia
L’attrito tra Bangkok e Phnom Penh, rispettive capitali di Thailandia e Cambogia, risale al secolo scorso ma è nelle ultime due decadi che la situazione si è fatta più ostile. La fine della colonizzazione francese in Cambogia, avvenuta nel 1953 dopo quasi un secolo di assoggettamento, innescava la questione della ridefinizione dei confini con la Thailandia. Un’operazione dove territori e templi venivano assegnati ad una parte o all’altra, molto spesso senza trovare il rispettivo consenso – come spesso avviene nei fenomeni di post decolonizzazione. In questa disputa è più volte intervenuta la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite. Tale apporto, tuttavia, il più delle volte non ha incontrato la reciproca soddisfazione dei due contendenti.
Le ostilità si intensificano nel 2008, quando la Cambogia vuole registrare il tempio di Preah Vihear come Patrimonio dell’UNESCO. Le accese proteste della Thailandia causano violenti scontri che portano a una trentina di morti e migliaia di sfollati. In seguito, nel corso del tempo, si sono verificati scontri sporadici, con soldati e civili uccisi da entrambe le parti.
L’escalation attuale
A maggio 2025, l’acuirsi delle ostilità dopo che un soldato cambogiano è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito thailandese nella zona di confine. Questo ha fatto precipitare le relazioni tra i due paesi al punto più basso degli ultimi anni, al punto da spingere la Cambogia a vietare le importazioni dalla Thailandia. Una crisi che ha influito sugli approvvigionamenti di beni primari, tra cui frutta e verdura, le forniture di elettricità, gas, carburante e servizi internet. Entrambi i Paesi hanno rafforzato la presenza di truppe lungo il confine e la Thailandia ha notevolmente ristretto i valichi di entrata. Di conseguenza, la situazione ha portato ad una rispettiva chiusura – non solamente fisica – ed entropia, generando un forte nazionalismo che non facilita il dialogo.
Nel corso di quest’estate, a luglio, l’escalation ha raggiunto il punto più alto. La Thailandia accusa la Cambogia di aver lanciato razzi e, per rappresaglia, effettua attacchi aerei contro obiettivi militari cambogiani. Almeno 48 persone sono state uccise e migliaia sono state sfollate durante i cinque giorni di combattimenti. L’evolversi degli eventi ha attirato l’attenzione di Donald Trump che, insieme a Malesia e Cina, è stato fautore di un accordo tra la parti per il reciproco cessate il fuoco.
Il 26 ottobre, a Kuala Lampur, arriva la firma per un cessate il fuoco. Accordo forzato dalla minaccia del Presidente USA di interrompere i rapporti commerciali con entrambe le nazioni se non si fossero risolte a convenire – minaccia che arrivava con giusto tempismo, visto che i due Paesi asiatici avrebbero dovuto rinegoziare di lì a poco i contratti di esportazione con gli Stati Uniti. L’accordo di Kuala Lampur prevedeva il monitoraggio internazionale della situazione al confine ed il rilascio di 18 soldati cambogiani. La Cambogia – la più piccola tra le due nazioni – aveva acconsentito all’accordo con maggiore favore, sentendosi più tutelata.
L’intesa, parsa tuttavia subito forzosa, ha avuto vita breve: già nel novembre scorso le due parti avevano cominciato ad accusarsi reciprocamente di violare l’intesa e aver compiuto atti provocatori al confine. Domenica 8 Dicembre gli scontri sono stati definitivamente ripresi ed hanno aggiunto altre 30 vittime tra militari e civili nonché una nuova ondata di evacuazioni.
Articolo a cura di Sara Gullace
