Hong Kong nel caos: governo in stato di emergenza

La tensione ha raggiunto l’apice, il governo risponde alle manifestazioni con misure antidemocratiche

Hong Kong torna indietro di cinquant’anni e in città è una guerriglia. A fronte delle sommosse antigovernative nate nella tarda primavera, la governatrice Carrie Lam – osteggiata dalla popolazione in quanto filo-cinese – la scorsa settimana ha riesumato una misura che non si utilizzava più dall’epoca coloniale: le leggi di emergenza. Adesso la Lam potrà indire leggi senza passare dall’approvazione dell’organo legislativo.

La misura è già stata applicata: da sabato scorso a Hong Kong è vietato utilizzare maschere a protezione del volto, pena il fermo e il carcere fino ad un anno. Una misura che colpisce dritto al cuore uno dei simboli della ribellione locale: le maschere utilizzate dai manifestanti per scendere in strada.

E la legge, che vuole fiaccare le manifestazioni, altro non sta facendo che accrescere malcontento e tensioni. “È un crescendo di violenze: non possiamo permettere che i manifestanti distruggano Hong Kong” – è stata la giustificazione della Lam appena promulgata la legge. Eppure a Hong Kong la decisione della governatrice non è appoggiata in modo univoco: gli organi legislativi l’hanno definitiva incostituzionale in quanto viola il diritto di espressione.

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Una delle tante proteste a Hong Kong (fonte immagine: twitter.com/CryptoHelper4)

Già la scorsa settimana la situazione aveva toccato il culmine degli ultimi mesi: il settantesimo anniversario della Repubblica Popolare Cinese è stato accompagnato dalla diciassettesima settimana di proteste antigovernative in città.

Proteste che hanno segnato il grave ferimento di uno studente e la menomazione ad un occhio di una giornalista indonesiana. Hong Kong da quest’estate è costantemente in piazza per contestare l’operato della Lam. Come dicevamo, la scorsa settimana si è toccato l’apice della violenza: 269 arresti, 100 ricoveri e 30 poliziotti feriti. Oltre ad un dispiego di lacrimogeni e proiettili di gomma superiori alla media degli ultimi mesi.

Ricordiamo che Hong Kong è città stato annessa alla Cina dal 1997, anno in cui si liberò dalla presenza britannica, che gode di autonomia amministrativa ad eccezione di difesa e politica estera in un sistema definito di “due pesi e due misure”. Ed è per la minaccia a questa autonomia che studenti, casalinghe ma anche giornalisti, medici e avvocati hanno manifestato a più riprese nelle piazze principali, davanti alla sede centrale della polizia ed al Palazzo di Giustizia.

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Carrie Lam, capo esecutivo di Hong Kong dal 1º luglio 2017

Il malcontento era partito con la proclamazione di una legge per l’estradizione, voluta dalla Cina ed appoggiata da Lam la scorsa primavera. A seguito delle rivolte, la legge era stata prima sospesa e un mese fa annullata. A quel punto la tensione tra popolazione e il governo era già altissima e si era spinta ben oltre la ormai cancellata estradizione.

La popolazione adesso ha alzato la posta: intanto, si chiede l’amnistia per i 2.000 arrestati e l’annullamento dell’accusa di “rivolta”. Inoltre, si preme per ottenere un’indagine sull’operato della polizia durante le manifestazioni: la richiesta è che gli accertamenti vengano svolti da organi indipendenti dal Governo e non dall’istituto di vigilanza già attivo – di cui la popolazione civile ha scarsa fiducia – così come supposto dalla Lam.

In ultima istanza, certamente non per importanza, la richiesta di suffragio universale per l’elezione del Parlamento di Hong Kong: su quest’aspetto Lam e governo non sono disposti a fare passi avanti.

Ma cosa ha portato alla degenerazione della protesta fino a questa situazione di caos urbano? Le manifestazioni sono nella maggior parte dei casi pacifiche: riunioni pubbliche e catene umane organizzate via internet; con il passare del tempo, l’opposizione governativa e la derivante frustrazione, però, hanno preso una piega più violenta.

Molotov, barricate, incendi, assalti e accerchiamenti a Parlamento e commissariati oltre che a negozi e catene commerciali di stampo cinese hanno esacerbato gli animi di entrambe le parti e provocato reazioni ancora più dure.

A supportare le richieste della popolazione di Hong Kong c’è Amnesty International che da mesi parla di maltrattamenti e torture da parte della polizia nei confronti sia di detenuti che di manifestanti.

Secondo Nicholas Bequelin, Direttore regionale della ONG in Asia Orientale, le forze dell’ordine agiscono anche al riparo dei riflettori: “Parliamo di Intimidazioni e rappresaglie, arresti arbitrari e violenze compiuti durante gli arresti ma anche durante il periodo di custodia”. Informazioni riferite in seguito alle dichiarazioni di quasi 200 detenuti e relativi avvocati e medici.

Sara Gullace

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