Salvini, chi è senza libertà di parola scagli la prima pietra

Tra contestazioni e accuse di razzismo il tour di Matteo Salvini riaccende i riflettori sull’inscindibile relazione esistente tra sistema democratico e libertà d’opinione. Una breve riflessione

di Mattia Bagnato

libertà di parola

(fonte immagine: http://www.ilmattino.it/)

Mai campagna elettorale fu più accesa. Erano anni, infatti, che non si assisteva ad una competizione politica tanto infuocata e carica di tensione. Lo stivale intero, da nord a sud, sembra sia attraversato da una spirale di rabbia che vede in Salvini il principale bersaglio. Tant’è vero che non passa giorno in cui il leader della Lega Nord non venga fatto oggetto di dure contestazioni. Un’escalation di proteste che, da febbraio ad oggi, si è ripetuta senza soluzione di continuità, innescando un aspro dibattito sul rapporto tra democrazia e libertà di opinione. La stessa libertà di parola che, secondo alcuni, il leader leghista usa per lanciare messaggi razzisti e discriminatori.

Non condivido la tua opinione, ma lotterò fino alla morte perché tu possa manifestarla”. Qualsiasi riflessione sull’imprescindibilità di poter esprimere liberamente la propria opinione, soprattutto in un regime democratico, non può che partire da qui. Lo sapeva bene Francois-Marie Arouet, in arte Voltaire, e lo sapevano bene coloro che hanno voluto inserire questo inalienabile diritto nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo. Non c’è ombra di dubbio, infatti, ogni essere umano ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso quello di non essere molestato nell’esercizio pratico di tale libertà.

Aprire bocca e dargli fiato – Fin qui tutto liscio come l’olio. La questione, però, è tutt’altro che chiusa, perché a questo punto verrebbe da chiedersi fino a dove ci si può spingere nell’estremo tentativo di dare libero sfogo alla propria libertà di parola. Eccoci, quindi, arrivare al nocciolo della questione. La domanda nasce spontanea e chiama in causa quei limiti, sempre che esistano, a cui ci si dovrebbe rimettere quando si esercita il, sacrosanto, diritto d’opinione. Ammesso e non concesso, quindi, che ce ne siano, vale la pena scomodare per l’ultima volta il padre putativo di tale libertà. Voltaire, infatti, nel Trattato sulla tolleranza, afferma che vi è un confine rappresentato da coloro che “turbano la società: turbano la società non appena ispirano il fanatismo”.

Parole, parole soltanto parole – La libertà d’opinione è l’essenza della democrazia, su questo non ci piove. Senza di essa, il concetto di sistema democratico si trasforma in artificio. Come fa notare Ian McEvan, infatti, la libertà di parola non è mai esagerata, o quasi, aggiungerei io. Secondo lo scrittore inglese, però, questa non è assoluta. Le parole hanno un peso e non si può pretendere che rimangano neutrali, a maggior ragione se pronunciate da chi ritiene opportuno radere al suolo i campi Rom, creare linee di trasporto pubblico per i milanesi diverse da quelle degli altri cittadini o, dulcis in fundo, esorta ad imbracciare le armi per difendersi dallo straniero invasore.

Le parole sono pietre – Le parole pronunciate da Salvini feriscono come un sasso lanciato tra i partecipanti ad un comizio. Taglienti come lame, proprio perché forti di una diffusione mediatica di cui solo un personaggio politico può disporre. A poco serve, poi, lamentare un deficit di democrazia, dovuto ad un presunto bavaglio politico, se paragonato con i numeri delle apparizioni televisive. 73 presenze in 60 giorni, uno spazio di parola quattro volte superiore a quello della notizia. Alla faccia della libertà d’opinione, verrebbe da dire.

Chi semina vento raccoglie tempesta – Così, chi oggi si mostra preoccupato per il futuro della “nostra” democrazia, ieri non sembrava altrettanto allarmato dalle centinaia di croci celtiche e saluti romani che riempivano Piazza del Popolo. Perché, come scrive Erri De Luca, “la nostra libertà non si misura in orizzonti sgombri, ma nella conseguenza tra parole ed azioni”. Cosa pensava di ottenere, allora, Matteo “Il democratico” quando con il bicchiere di birra in mano si dannava l’anima cercando di dispensare consigli igienici ai napoletani. Pensava, forse, che un giorno lo avrebbero ringraziato ed applaudito?

Ad ogni azione corrisponde una reazione – La sensazione, infatti, è quella che l’aggredito ce la stia mettendo tutta per aizzare chi lo contesta, provocandone la reazione incontrollata. Un atteggiamento che sembra rasentare l’irresponsabilità politica di chi non perde occasione per accendere le polveri dello scontro. C’è modo e modo di esprimere le proprie idee, questo vale anche per chi in nome del diritto di contestazione brandisce mazze e bastoni. Resta, comunque, il fatti che non si può passare la vita ad offendere e schernire pensando di pulire via tutto con un colpo di spugna.

Mamma li turchi – Ciò che infastidisce di più, tuttavia, è il becero tentativo di strumentalizzare un presunto diritto di parola per cavalcare il malessere galoppante. Lo stratagemma è tutt’altro che nuovo, ciò nonostante finora sembra funzionare perfettamente. Riecheggiano ancora nell’aria, infatti, i comizi carichi di “pathos” a cui ci aveva abituati Beppe Grillo. Oggi, però, la cosa si è fatta ancora più preoccupante, perché i “Vaffa” si sono trasformati in incitamento all’odio razziale. A farne le spese sono quei poveri disperati stipati come animali su barconi fatiscenti. L’ultima prova di questo assurdo gioco al massacro è arrivati pochi giorni fa, quando una “normalissima” lite tra bambini si è convertita in “guerra di religione”.

In una democrazia tutti i pensieri vanno accettati, anche quelli che non si condividono e che posso dare fastidio. Vanno accettati perché parte integrante di quel pluralismo di opinioni che costituisce il sale di un regime democratico. Libertà di parola fa rima con tolleranza e inclusione, due concetti che alla Lega Nord non sono mai piaciuti tanto. Quello a cui stiamo assistendo da qualche mese a questa parte, infatti, non sembra avere molto a che fare con la libera manifestazione del pensiero. Tutto questo appare sempre di più una strategia subdola, senza dubbio, ma ben pianificata. Puntare alla pancia della gente, sfruttandone le paure più recondite per provocarne la reazione.

Salvini sembra perfettamente conscio che così facendo riuscirà ad intercettare le istanze di una società civile completamente in balìa degli eventi. Una popolazione stanca dell’incompetenza di una classe politica e che, forse, ha trovato in lui la più efficacie valvola di sfogo. Così, ogni fumogeno ed ogni petardo sparati contro il leader leghista non fanno altro che aumentarne consenso e visibilità, trasformandolo il carnefice in vittima.

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