Urbino e Siena: uno sguardo all’Europa senza dimenticare la tradizione

Anche Siena e Urbino sono candidate a Capitali Europee delle Cultura 2019. Dal passato illustre alla sfida rappresentata dal presente

di Alessia Signorelli @lasignorelli

fonte immagine: stefanobisi.it

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Negli ultimi mesi abbiamo sentito spesso nominare la città di Siena, a causa di quel vaso di Pandora finanziario -e non solo – che risponde al nome di scandalo Montepaschi le cui ripercussioni dal punto di vista culturale, sono state già trattate qualche tempo fa da questo settimanale.

Eppure, anche Siena è nel novero di quelle città del nostro ex Bel Paese che concorrono al titolo di Capitale Europea 2019. E non fatevi ingannare dai numeri. Il 2019 non è poi tanto distante. Siena è la città del Palio, è la città di Piazza del Campo, è la città dove c’è una “toscanità”, anzi, una “senesità” fiera, dove la propria eredità culturale è sentita con una certa caparbietà, in una specie di “elitarismo” che, invece di risultare spocchioso e sgradevole, ottiene l’effetto di gettare un’ombra ancora più affascinante su questo esempio di architettura e storia, su questo frammento di Toscana che non ha bisogno di altro se non di se stessa.

Questo, ovviamente, a livello ideale, perché poi, lo sappiamo tutti come stanno andando le cose da molti mesi a questa parte, perché le facce avvilite e anche parecchio “incazzate” dei senesi che venivano intervistati all’indomani della scoperchiatura del calderone Montepaschi, non ce le dimentichiamo certo. Gente che la sua città la ama  profondamente e che ha fatto del campanilismo un’arte tutta particolare, che va coltivata con molta attenzione e cura, trasformandolo in “colore.” Siena corre, come uno dei cavalli scossi del Palio, inesauribile fonte di polemiche che si rinnovano ogni anno, verso l’Europa, cercando di raccapezzarsi tra le sue delusioni e le sue potenzialità, senza perdere di vista l’obiettivo.

Nel calderone 2019, c’è anche Urbino, con il suo piede leggero di Rinascimento, dove hanno aperto gli occhi sul mondo Raffaello e Bramante, dove sono passati tra i nomi più grandi di quell’epoca, estesa come un ponte tra la fine del Medioevo e gli albori dell’età moderna, fatta di più chiaroscuri e giochi di ombre dense e luci taglienti di quanto si possa immaginare.

L’archiettura di Urbino e la sua vivacità fatta di universitari, ne fanno il simbolo di un piccolo Rinascimento post-moderno, che si guarda bene dal buttarsi in mezzo a clamori sciocchi solo per il gusto di farsi pubblicità. Un patrimonio Unesco che ha fatto di tutto pur di non alterare il proprio aspetto e svenderlo alla modernità super-imposta, ma che, anzi, si è adoperato per mantenersi tale e quale a se stesso anche nello spirito. Urbino mangia storia e respira arte, scrigno e gioiello al tempo stesso. Forte del suo passato di centro di innovazione e del suo presente che continua su questa linea, Urbino si presenta all’Europa come una corte in cui il tempo non si è affatto fermato o andato avanti, quanto, piuttosto, si è dilatato per non perdersi niente.

fonte immagine:ifg.uniurb.it

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Ma il termine “potenzialità”, dopo un po’ che è finita la magia, assume una sfumatura amara. Perché l’Italia è oramai diventato il Paese delle potenzialità inespresse. Dell’embrionale, del “faremo”, del “è necessario fare”, “l’ Italia può.”

L’ Italia può, ma non fa. O meglio, fa. Ma  al contrario di quanto dovrebbe. E’ il Paese dei musei commissariati e delle gare d’appalto per fornire servizi a questi musei che vengono bloccate e sono tutte da rifare.

E’ il Paese dove i musei diventano i teatri inconsapevoli e molto spesso inutili di lotte intestine e rivalità politiche, dove, a farla da padrone, non è il prestigio delle collezioni ospitate o delle potenzialità (di nuovo) divulgative ed educative contenute, bensì è l’importanza della propria appartenenza politica, dove ci si rifà di torti veri o presunti subiti nelle campagne elettorali o nelle sedi del potere, in mezzo ad una mancanza di rispetto per chi in questi musei lavora e dell’attività di questi musei vive. E quando si piega la cultura alle necessità più meschine di certa politica, un Paese è, per dirla con un’espressione colloquiale, “messo proprio male.”

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