Perché la Groenlandia è così strategica?
I rapporti fra Stati Uniti e Danimarca si fanno sempre più tesi. Il tema è la Groenlandia. Dopo il confronto fallimentare di mercoledì, Trump annuncia nuovi dazi all’Europa
Neanche il tempo di attendere che sia sia raffreddata la poltrona su cui Nicolas Maduro sedeva ed ecco che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, evoca scenari di espansione futuri. Proprio all’indomani del prelievo forzoso ai danni dell’ormai ex presidente del Venezuela, il 3 gennaio, durante una conferenza stampa per spiegare al mondo il suo operato, l’inquilino della Casa Bianca tracciava già il prossimo obiettivo: la Groenlandia.
Pronta la reazione della Danimarca, a cui la Groenlandia appartiene, così come lo è stata quella delle diplomazie europee, in difesa del diritto territoriale danese sull’isola artica. A queste rimostranze, Trump replica che la Groenlandia è vitale per la sicurezza statunitense e dell’intero artico contro la minaccia di Russia e Cina. Mercoledì 14 si sono incontrate le delegazioni di Stati Uniti, Danimarca e rappresentanti della Groenlandia. Un incontro che non è andato bene, stando alle rispettive dichiarazioni. L’unico punto d’incontro è uno solo: non essere d’accordo.
Svezia, Germania, Francia, Regno Unito, Norvegia, Paesi Bassi e Finlandia mobilitano truppe nell’artico. Ufficialmente in risposta al presidente americano che insinua che l’Europa possa scarsamente garantire la sicurezza della Groenlandia. Mossa a cui Trump, sabato scorso, ha risposto annunciando nuovi dazi al 10% per questi Paesi. Attendiamo le risposte congiunte, coordinate dall’Unione europea.
Una tensione salita nel giro di pochi giorni ai massimi livelli e che potrebbe innescare una crisi internazionale senza precedenti e senza ritorno. L’estremo rischio paventato è la scomparsa della NATO e con essa l’equilibrio mondiale mantenuto fino ad oggi.
Perché la Groenlandia è importante
La Groenlandia è un’isola di più di 2 milioni di chilometri quadrati che galleggia nel Mar Glaciale artico. Nelle nostre mappe, qualora, per rinfrescarsi la memoria, la si andrebbe a cercare, si vedrebbe un’isola artica completamente bianca. In effetti, in superficie, in Groenlandia non c’è apparentemente niente. Solo, insediamenti di esseri umani sparsi qua e là che contano in tutto poco più di 56mila anime viventi, posti sotto la giurisdizione della Corona danese dal 1700 ma che recentemente – dal 2009 – hanno conquistato una discreta autonomia.
Eppure, a partire dalla seconda metà del Novecento fino ai nostri ultimissimi giorni, la sua rilevanza geopolitica è tutt’altro che irrilevante. La penisola danese costituisce una discreta rampa di lancio “verso e da” i territori nordamericani, bypassando la penisola scandinava e le isole britanniche. Per cui, già ai tempi della Seconda guerra mondiale, una volta invasa la Danimarca dai nazisti, gli americani la occupano a giusto presidio. Non se ne andranno mai più.
Lo status della Groenlandia
Nel 1949 la Danimarca aderisce alla NATO, e, in nome della sicurezza atlantica e mondiale, concede agli Stati Uniti – con un atto del 1951 che vale ancora oggi – di insediare basi militari e di sfruttare a loro piacimento le risorse naturali e minerarie. Motivo per cui, fino ad oggi, gli Stati Uniti non hanno mai avuto realmente bisogno di “controllare” la Groenlandia, né la Danimarca di “liberarsi” del potente alleato che garantiva loro sicurezza. Lo dimostra il fatto che l’aeroporto utilizzato per raggiungere Nuuk, la capitale groenlandese è stato costruito ad uso militare proprio dagli Stati Uniti.
Dal 1979 e, con un successivo potenziamento dell’autonomia del 2009, la Groenlandia gode di libertà nella maggior parte delle questioni domestiche, incluso lo sfruttamento delle risorse naturali. Dipende dalla corona danese nelle questioni di politica estera e difesa. Il suo obiettivo resta però la completa autonomia. Motivo per cui la popolazione, a maggioranza inuit, è sostanzialmente contraria – circa l’85% – a passare da un “padrone” all’altro.
Una popolazione che nei sui progetti di affrancamento, è rimasta una comunità chiusa, apparentemente lontana dal mondo e dalle sue grandi questioni. Oggi, invece si ritrova al centro dei temi più importanti di ogni discussione geopolitica: approvvigionamento delle risorse naturale e sicurezza.
Terre rare e la strategia di Trump
Si sta molto discutendo sul fatto che siano le risorse naturali della Groenlandia il centro delle mire espansionistiche di Trump.
Certo il suo territorio è ricco di idrocarburi di tutti i tipi, e soprattutto di terre rare. Sono quei metalli e minerali che rari non sono affatto perché diffusi in tutta la terra e che fino a una decina di anni fa il grande pubblico non conosceva, o meglio, ignorava relegandoli a una triste pagina del libro di chimica del liceo. Oggi sono indispensabili per costruire i microchip di cui sono fatti più o meno tutti i device che accompagnano ogni attività nostra attività quotidiana, dagli smartphone al forno a microonde. Ma anche in materia di difesa nella costruzione di armi pesanti e nella transizione energetica.
La Groenlandia è ricca di queste risorse fondamentali. Si stima che il suo territorio detenga il 10% delle risorse mondiali. Il problema è che sono di difficilissima fruibilità per via del ghiaccio e dei grandissimi investimenti tecnologici necessari alla loro estrazione. Una filiera industriale che al livello mondiale, con il suo 97%, oggi è monopolio esclusivo della Cina.
Dunque, nell’ottica di Trump, ha senso che quest’enorme ricchezza naturale non cada nelle mani dei competitor, in primo luogo a Cina e Russia. E’ la stessa ragione strategica che probabilmente ha spinto il presidente americano, il 3 gennaio scorso, a ostacolare bruscamente l’approvvigionamento petrolifero cinese rovesciando il governo Maduro in Venezuela. Ma se, in base all’accordo citato del 1951 con la Danimarca, gli Stati Uniti hanno già ampio accesso alle risorse naturali dell’isola, che senso avrebbe creare una crisi internazionale e minare i rapporti con l’UE per “possederla”?
La difesa dell’Artico
La possibilità di sfruttare le risorse dell’Artico, rese più accessibili dallo scioglimento dei ghiacci, accende anche la questione della difesa della Groenlandia. Il riscaldamento globale in atto – che Trump d’altra parte nega – rende percorribili nuove tratte prima inaccessibili a causa dei ghiacci persistenti. Una di queste è la rotta artica che passa sopra Finlandia e Norvegia e accede all’Atlantico proprio attraverso la Groenlandia.
Questa “nuova tratta” avrebbe un valore geopolitico ed economico enorme. I mercantili di Russia e Cina – ma con loro anche navi da guerra – potrebbero accedere ai mercati nord e sudamericani evitando di oltrepassare l’Africa da Sud. Potrebbero raggiungere l’Europa e al Mediterraneo senza passare dal canale di Suez. Il loro risparmio in termini di tempo e soldi sarebbe infinito.
Ritornando all’ottica di Trump – che è anche l’ottica russo/cinese – è necessario controllare queste vie d’accesso. Di qui la grande critica all’Europa, che non sarebbe in grado di difenderle in caso di attacco. E la domanda che ci poniamo anche qui è la medesima di prima. Esistono accordi di difesa comune dell’Atlantico, la NATO. Esiste la buona volontà di tutti i Paesi membri dell’UE, nel loro stesso interesse, di aumentare le spese per la difesa comune, cosa peraltro che è già accaduta nel corso del 2025. Perché gli americani dovrebbero farlo da soli?
Potremmo minimizzare la questione sposando la tesi che affermano tanti esperti di geopolitica: tutto è frutto della della megalomania di Trump e della sua sete di avere un posto nella storia. O potremmo trovare le ragioni in quell’America first propugnata dall’ideologia trumpiana, che non vuol dire più, come credevamo, “America prima di tutti ” ma svela un altro significato, terrificante perché rimanda a suggestioni passate che non vorremmo mai più rivedere e rivivere: “America prima su tutti”.
Ma la questione aperta oggi, gli scenari che implica, impegnerà le nostre coscienze e le nostre azioni nei prossimi anni.
Articolo a cura di Andrea Pezzullo
