Quando il cinema diventa immaginario collettivo, cosa guadagna e cosa perde?
Il cinema crea immagini che attraversano il tempo e le generazioni, entrando a far parte dell’immaginario collettivo. Tra cultura pop e social media, quanto del loro significato originario conservano quando vengono separate dal film da cui sono nate?
Probabilmente il cinema fa parte della nostra quotidianità più di quanto pensiamo. È difficile immaginare di esserne completamente estranei: influenza il nostro modo di guardare il mondo, di raccontarlo e di interpretarlo.
Oggi non vive più soltanto nelle sale o sulle piattaforme ma esce dallo schermo e continua a esistere nei reels di Instagram, nelle chat su WhatsApp, nei suoni di TikTok, nelle pubblicità e nel nostro modo di parlare, attraverso frasi, personaggi e scene iconiche: non è più soltanto patrimonio dei cinefili ma parte di un immaginario collettivo.
Quando un’immagine diventa un’icona
C’è qualcosa di affascinante, e per certi versi misterioso, nel modo in cui certe immagini riescono a staccarsi quasi completamente dal film che le ha generate: continuiamo a riconoscerle, citarle e condividerle, anche quando non si sa da dove provengono.
Che cosa trasforma una semplice inquadratura in un’immagine che tutti ricordano?
Per rispondere a questa domanda ho chiesto a una ventina di persone di età e background diversi quale fosse la prima scena cinematografica che veniva loro in mente pensando a un’immagine iconica.
Le risposte sono state le più disparate: l’abbraccio sul “Titanic”, Neo che schiva i proiettili in “Matrix”, il twist di Uma Thurman e John Travolta in “Pulp Fiction”, la scena della fontana di Trevi ne “La Dolce Vita”, il totem che gira di “Inception”, i palloncini della casa di “Up”.
Non è un caso che a rimanere impresse siano proprio quelle immagini. Dietro un’inquadratura iconica non c’è mai soltanto la fortuna, ma una precisa scelta di regia: la composizione dell’immagine, la luce, il ritmo del montaggio, il colore, il movimento della macchina da presa.
«Houston, abbiamo un problema»
La cosa più interessante, però, non è stata la varietà delle risposte ma il modo in cui venivano ricordate: molti non sapevano nemmeno il titolo del film a cui facevano riferimento, concentrandosi su frammenti e gesti, immagini precise che nella memoria collettiva esistono quasi indipendentemente dalla storia che le circonda.
La scena era sopravvissuta al contesto. L’immagine aveva vinto su tutto il resto.
Lo stesso vale per tante battute e citazioni usate nel linguaggio comune senza saperlo: «Houston, abbiamo un problema» è solo una delle tante frasi entrate nel vocabolario quotidiano di milioni di persone, usate in contesti completamente diversi da quelli originali.
Il cinema ha creato un linguaggio visivo e verbale condiviso che tutti parlano e che vive ben oltre lo schermo. Entra così nella cultura pop e vive insieme a noi, ma ridurre un pensiero, un’idea, una storia a una sola frase, a un solo fotogramma rischia di impoverirne il significato. E quindi, quando il cinema diventa cultura pop, cosa guadagna e cosa perde?
Essere diventato un linguaggio condiviso, riconoscibile da tantissime persone anche al di fuori della sala, è probabilmente il segno della sua più grande vittoria culturale.
Ma è qui che emerge una contraddizione. Quelle immagini nascono come parte di un racconto, di una costruzione narrativa e visuale precisa. Quando vengono estrapolate dal loro contesto, continuano a vivere, ma inevitabilmente cambiano significato.
Il caso Gatsby
Basti pensare all’immagine di Leonardo DiCaprio che alza il calice ne “Il Grande Gatsby”: è diventato uno dei “meme” più utilizzati sul web negli ultimi anni, il gesto perfetto per brindare a qualsiasi cosa. Nel film, però, quel sorriso appartiene a un uomo incapace di raggiungere ciò che desidera davvero. È il simbolo di un sogno destinato a rimanere irrealizzato.
Una volta separata dalla storia, quell’immagine smette di parlare di Gatsby ma comincia a parlare di noi. Non è necessariamente un impoverimento in tutti i sensi: è il modo in cui la cultura pop si appropria delle immagini e le fa proprie. La malinconia è stata trasformata in celebrazione, l’immagine è quindi sopravvissuta, ma privata di tutto ciò che la rendeva potente e complessa.
Ridurre il cinema a immagini decontestualizzate significa infatti perdere una parte di ciò che rende il linguaggio cinematografico unico: la capacità di costruire un’esperienza emotiva complessa, stratificata, che si sviluppa nel tempo e che richiede attenzione e pazienza. Qualità che la cultura del frammento, dello scroll infinito, del video di trenta secondi tende a erodere.
Tornare al film
La circolazione di queste immagini sui social ha fatto sicuramente qualcosa di importante: hanno portato il cinema fuori dalle sale, lo hanno reso accessibile a chiunque, lo hanno inserito nella vita quotidiana di persone che forse non si sarebbero mai avvicinate a certi film. Se qualcuno scopre “Il Grande Gatsby” perché ha visto così tante volte quell’immagine di DiCaprio e alla fine si è chiesto da dove venisse, il processo ha funzionato: è fare in modo che quel frammento possa essere non il punto di arrivo, ma l’inizio di una curiosità.
Quelle immagini che tutti riconoscono possono diventare immortali. Ma il loro vero significato continua ad abitare dentro le storie da cui sono nate. Perché è nel film, e non nel suo frammento, che il cinema continua a dare il meglio di sé.
Articolo a cura di Chiara Lepore
Immagine di copertina via Wikimedia
