La riparazione degli oggetti elettronici è un diritto: al via la legge UE

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Da luglio 2026 una direttiva UE rende accessibile la riparazione di tutti i dispositivi elettronici di uso comune, e contrastare così l’accumulo di rifiuti RAEE, potenzialmente nocivi per l’ambiente

In Unione Europea è entrata in vigore una legge (UE 2024/1799) che obbligherà le aziende a riparare i prodotti tecnologici in caso di guasto o malfunzionamento dopo l’acquisto anche dopo la scadenza della garanzia. La direttiva era già stata approvata nel 2024, ma è operativa in tutti i paesi dell’Unione dal 31 luglio 2026.

I cambiamenti per la riparazione degli oggetti elettronici

I cambiamenti per consumatrici e consumatori sono sostanziali: quando oggetti come la lavatrice, il cellulare o il monitor del computer si rompono, non bisognerà fare altro che contattare l’azienda madre o recarci in una rivendita ufficiale. Dopodiché, valutato il guasto, ci verrà consegnato un modulo che riporta la tipologia degli interventi da effettuare, il tempo necessario a completarli, la necessità di un eventuale prodotto sostitutivo e i prezzi.

Qualora il prodotto rientri ancora nei due anni della garanzia, l’intervento sarà gratuito. Se il danno avviene dopo, il costo dovrà essere comunque accessibile.

Riparazione o sostituzione?

Ci viene spesso detto che non tutto può essere riparato, per esempio quando rompiamo lo smartphone. L’alternativa è acquistarlo nuovamente, oppure rivolgerci a negozi non autorizzati e tentare la sorte con pezzi sostitutivi non ufficiali. Ma, con questa direttiva, anche questo cambierà. Gli oggetti di uso comune dovranno essere realizzati già in principio con dei requisiti minimi di riparabilità.

L’azienda produttrice ha inoltre l’obbligo di fornire i pezzi di ricambio a chi riparerà il prodotto e sarà vietato l’utilizzo di software e hardware che impediscano le riparazioni effettuate da laboratori terzi. I componenti più soggetti alla rottura, come gli schermi, le batterie e le fotocamere, dovranno anzi essere riparabili anche da altri laboratori, con o senza ricambi originali. Se i pezzi non sono originali, ma compatibili o ricondizionati, questo non sarà più motivo di compromissione del funzionamento del dispositivo. Una svolta epocale, che tenta di contrastare l’obsolescenza programmata, specialmente per quanto riguarda il mercato della telefonia.

Infine, nel caso in cui il prodotto non potrà essere effettivamente riparato, l’azienda madre dovrà offrire obbligatoriamente la possibilità di acquistare un bene ricondizionato. Un’opzione, quest’ultima, che rimane a discrezione del/della cliente, così come la riparazione stessa, tanto che il/la cliente può comunque scegliere di sostituire completamente l’oggetto con un altro nuovo. Ma, se la sua scelta ricadrà sulla sostituzione dei singoli pezzi entro i due anni di garanzia, quest’ultima verrà prorogata di 12 mesi da quella data. 

Gli oggetti elettronici riparabili

L’UE ha stilato una lista degli oggetti che devono poter essere riparati, che elenchiamo qui:

Prodotti di telefonia e informatica

  • Telefoni cellulari e smartphone
  • Tablet
  • Telefoni cordless
  • Display elettronici come televisori, monitor
  • Server e prodotti di archiviazione dati

Grandi elettrodomestici per la casa

  • Lavatrici
  • Lavasciuga
  • Asciugatrici
  • Lavastoviglie
  • Frigoriferi e congelatori

Piccoli elettrodomestici e impianti

  • Aspirapolvere
  • Apparecchi per il riscaldamento d’ambiente locale (stufe ed emettitori di calore domestici)

Altri beni di consumo ed industriali

  • Mezzi di trasporto leggeri dotati di batteria, come monopattini elettrici e biciclette a pedalata assistita/e-bike
  • Apparecchiature di saldatura

E se l’azienda è all’estero?

Nel caso in cui l’azienda produttrice non si trovi su territorio nazionale o in UE, cosa molto probabile visto che la stragrande maggioranza di oggetti elettronici sono prodotti in Asia o da aziende statunitensi, sarà possibile rivolgersi alla rivendita ufficiale o a un negozio rappresentante di quell’azienda.

Per rendere più facile questa operazione, entro il 31 luglio del 2027 dovrà essere realizzata una piattaforma online per la riparazione, al fine di consentire ai consumatori di trovare riparatori, venditori di beni ricondizionati o iniziative di riparazione di tipo partecipativo.

Sicuramente, se l’azienda si trova all’estero, sarà più complessa la gestione della spedizione dei pezzi di ricambio, oltre alla condivisione delle informazioni su metodi e tecniche corretti di riparazione. Senza affinare questi passaggi, la direttiva rischia di rimanere vana.

I possibili ostacoli per la riparazione degli oggetti elettronici

La legge rischia anche di fare un buco nell’acqua qualora non ci sia una capillare divulgazione di questa nuova possibilità. Se cittadine e cittadini non sono a conoscenza di questo loro diritto, continueranno a ricomprare dispositivi nuovi e a creare moltissimi rifiuti RAEE. Un tipo di rifiuto che necessita di molto tempo e lavoro per lo smaltimento e, se non trattato correttamente, può causare danni all’ambiente e alla salute umana. Inoltre, i rifiuti elettronici contengono materiali potenzialmente riutilizzabili per altri oggetti e non sfruttarli sarebbe un grande spreco economico e di risorse.

Secondo Assoutenti (Associazione Nazionale Utenti Servizi Pubblici), lo smaltimento di prodotti elettronici potenzialmente riparabili, in Europa genera ogni anno 35 milioni di tonnellate di rifiuti in più. Secondo il report annuale del Centro di raccolta RAEE, il consorzio che si occupa dello smaltimento dei rifiuti elettronici in Italia, a fine 2025 la raccolta è aumentata del 2,4%, attestandosi al 32,5%. Un dato che va letto in chiave positiva, perché segnala il fatto che questo tipo di rifiuti viene differenziato di più. Ma dice anche che siamo ben lontani dall’obiettivo del 65% fissato dall’UE.

Un cambiamento culturale

Inoltre, serve un radicale cambiamento culturale, che sarebbe ancora più efficace. Almeno sul lungo periodo, al fine di tutelare l’ambiente e rispettare uno degli obiettivi ONU per l’Agenda 2030, ovvero creare un modello economico sostenibile basato sulla circolarità.

Secondo questo principio, gli oggetti non dovrebbero essere visti come “usa e getta” né da chi li produce né da chi li compra, bensì come riutilizzabili e riparabili la maggior parte di volte possibile. Un principio che ha guidato anche l’approvazione di questa nuova legge. La scuola, la divulgazione, la politica e chi tira le redini dell’economia, dovranno fare il resto.

Articolo a cura di Iris Andreoni

Immagine di copertina via Unsplash

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