Fine vita: l’Emilia-Romagna è la terza Regione a disciplinare il suicidio medicalmente assistito
Dopo un lungo dibattito in Emilia-Romagna è passata una legge regionale che disciplina l’accesso al suicidio medicalmente assistito.
Il 23 luglio 2026 l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna ha approvato la legge regionale sul fine vita. È dunque la terza Regione – dopo Toscana e Sardegna – a disciplinare al livello locale l’accesso al suicidio medicalmente assistito.
Questa delibera regionale si inserisce nell’acceso dibattito degli ultimi anni. Una discussione, quella sul fine vita, che suscita opinioni diverse riguardo alla tutela della vita e all’autodeterminazione del paziente. Tocca l’ambito etico, deonotologico per quanto riguarda le professioni sanitarie, culturale. Ma anche quello puramente legislativo, ossia l’autonomia regionale nel legiferare in materie, come quello sanitario, che sono prerogativa dello Stato.
Testamento biologico ed eutanasia: il dibattito sul fine vita in Italia
Era il 2017 e in Italia veniva pubblicata la legge sul testamento biologico (DAT) che permette ad ogni persona maggiorenne, capace di intendere e di volere, di disporre sul proprio trattamento terapeutico qualora non fosse più in grado di intendere e di volere.
Qualche mese prima si apriva il processo sul caso “Dj Fabo” e con esso il dibattito sul fine vita. Imputato nel procedimento era il politico e attivista Marco Cappato che, con un atto di disobbedienza civile aveva aiutato l’ex Dj, da tempo malato gravemente, ad accedere all’eutanasia in Svizzera. L’accusa era di “aiuto al suicidio”, reato disciplinato dal Codice penale italiano con l’articolo 580.
Il processo si è concluso nel 2019 con un’assoluzione in formula piena per Cappato da parte della Corte d’Assise di Milano, e da un pronunciamento della Corte costituzionale, la sentenza 242 del 2019, che di fatto dichiara la non punibilità dell’aiuto al suicidio in determinate condizioni e stabilisce quali: presenza di una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.
La sentenza non legittima l’eutanasia, intesa come somministrazione da parte del medico di un farmaco letale per indurre al paziente la morte senza dolore. Tale pratica è tuttora illegale. Tuttavia, grazie a quella storica sentenza è oggi possibile chiedere l’accesso al suicidio medicalmente assistito, ossia l’aiuto indiretto da parte del medico a porre fine alla propria vita, solo nelle condizioni espresse in quel pronunciamento.
Il vuoto legislativo
Fermo restando che le scelte sul fine vita – su cui ognuno ha una propria opinione e va rispettata – sono decisioni personali estremamente importanti, che devono essere trattate con estrema delicatezza e su cui lo Stato ha il dovere di informare, va evidenziato il vuoto legislativo in materia.
Le numerose sentenze della Corte costituzionale successive a quella del 2019, colmano parzialmente questo vuoto. Tutte invocano l’intervento legislativo da parte del Parlamento italiano. Un’intervento che ancora non c’è nonostante la crescita dei casi e delle richieste. In questo contesto si inserisce l’iniziativa di alcune Regioni – l’ultima l’Emilia-Romagna – che a partire dalle sentenze tentano di dare un quadro normativo uniforme in ambito sanitario locale.
La legge sul fine vita in Emilia-Romagna
Un tentativo non esente da discussioni e polemiche. La proposta presentata in Regione da Pd, Avs, Civici e Movimento 5 Stelle trova l’opposizione di FdI, Forza Italia, Lega e Rete Civica sin dalle discussioni in commissione Sanità degli scorsi mesi.
Gli uni sostengono la necessità reale di garantire ai pazienti richiedenti – e riconosciuti idonei – equità di accesso e tempi compatibili con le loro condizioni cliniche; gli altri vedono il provvedimento come una “fuga in avanti” della Regione rispetto all’ordinamento nazionale e contrappongono la necessità di portare avanti, prima dell’accesso al fine vita, il potenziamento delle cure palliative, ossia tutti quei trattamenti medici, psicologici e assistenziali di cui la persona affetta da una malattia grave, dolorosa ed inguaribile – come anche i suoi famigliari – ha bisogno.
Nell’ambito delle audizioni precedenti il voto sono intervenuti giuristi, medici ,sindacati e associazioni. La legge regionale è passata con 31 voti favorevoli e 12 contrari, 7 i consiglieri assenti.
Cosa prevede la legge regionale
L’obiettivo della legge è garantire equità di accesso al trattamento nell’ambito della sanità regionale integrando gli interventi del Sistema Sanitario Nazionale espressi nei pronunciamenti della Corte costituzionale. Questo soprattutto vuol dire uniformare i protocolli, in modo che la persona che fa richiesta non trovi un trattamento diverso in base alla Asl territoriale.
A partire dal giudizio sull’idoneità di accesso a questo tipo di trattamento, i cui parametri sono espressi dalla sentenza del 2019. Nel rispetto di quel pronunciamento le condizioni di idoneità sono essere verificate da strutture pubbliche del Servizio Sanitario Nazionale. La legge regionale istituisce una Commissione di valutazione multidisciplinare (CoVam) in cui intervengono figure strettamente professionali: medico palliativista, anestesista rianimatore, medico legale, psichiatra, medico specialista nella patologia di cui è affetta la persona, farmacologo o farmacista, psicologo, infermiere.
Compito del CoVam è di definire le modalità pratiche di intervento che avverrà su Area Vasta, ossia per competenza territoriale, senza alcun onere per l’interessato. La legge accoglie tre emendamenti della minoranza in Regione: che la Commissione di valutazione effettui una prima visita recandosi nel luogo in cui si trova il paziente, che svolga colloqui con le persone eventualmente indicate dal paziente stesso e che le attività connesse all’espletamento del suicidio assistito siano svolte solo da personale su base volontaria.
Il superamento delle opinioni personali
Il dibattito in Regione ha visto alternarsi differenti opinioni, pensieri, giudizi e pareri. Da ambo gli schieramenti è stato apprezzato l’intervento del presidente della Regione, Michele De Pascale. Nel suo discorso, inviato il giorno successivo al voto sotto forma di lettera a tutti i quotidiani locali, De Pascale afferma l’opportunità che crea la pluralità delle opinioni: “All’inizio di questo percorso avevo espresso l’auspicio che la legge potesse essere approvata all’unanimità. Col tempo ho compreso che quell’unanimità non avrebbe rappresentato fedelmente la pluralità della nostra comunità (…) e credo che anche questa diversità, quando si esprime con rispetto, sia un valore democratico da custodire”.
E aggiunge: “Su un tema come questo non esistono scorciatoie ideologiche. Non penso che tutti coloro che difendono fino in fondo il valore della vita lo facciano per insensibilità verso la sofferenza. Allo stesso modo non penso si possa sostenere che chi ha varato questa legge attribuisca meno valore alla vita umana, anzi. Sono convinto che entrambe le posizioni possano nascere da autentici convincimenti (…). Per questo, personalmente, credo che il dubbio sia una virtù (…) e che dobbiamo affrontare questi temi con umiltà, senza pretendere di possedere verità assolute e senza giudicare le coscienze degli altri”.
E allora quale ruolo deve assumere lo Stato in questa materia? Le istituzioni, sempre secondo De Pascale, non sono chiamate a stabilire quale scelta sia moralmente migliore, sono chiamate a far rispettare la Costituzione della Repubblica e le sue leggi. In questo caso specifico, lavorano per trovare soluzioni che rispettino i principi sia di inviolabilità della persona (articolo 2) sia il diritto a non essere sottoposti a trattamenti sanitari contro la propria volontà. Nel rispetto della dignità della persona (articolo 32), che viene sempre al di sopra di ogni convinzione.
I rischi delle leggi regionali
Una cosa è certa. Per tempistica e volontà politica questa XIX legislatura non arriverà ad una legge nazionale sul fine vita, nonostante le continue esortazioni della Corte costituzionale. Questa mancanza può solo parzialmente essere colmata da sentenze e leggi regionali. Oggi sono tre le Regioni che in autonomia hanno portato alla luce proposte concrete per ovviare a un problema reale, più che ideologico: data la possibilità legalmente riconosciuta di accedere al suicidio medicalmente assistito, tecnicamente, poi, come si fa?
Il rischio è che la mancanza di protocolli uniformi porti altre Regioni, con ogni buona fede, a fare altre leggi regionali, diverse quanto le convinzioni politiche di chi le propone. Si moltiplicheranno in questo modo le diversità di trattamento sul territorio nazionale, e così le disuguaglianze. Sul tema del fine vita chi vive in Calabria non può essere meno uguale di chi vive in Emilia-Romagna, in Toscana e in Sardegna oggi.
Ma dato il forte interesse pubblico che suscita la questione, invece che osteggiare le proposte, proprio adesso che si è in una fase iniziale per quanto cruciale, lo Stato dovrebbe intervenire. Prendere atto delle sentenze, di quanto già è stato fatto dalle Regioni, del lavoro svolto dalle tante associazioni vicine alle persone come Libera Uscita, Associazione Luca Coscioni, Exit Italia. Fare una sintesi e stabilire la linea da seguire. I tempi lo richiedono, così come il buon senso.
Articolo a cura di Andrea Pezzullo
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