Per l’ONU l’inazione climatica avrà conseguenze legali

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L’ONU ha approvato una risoluzione che prevede obblighi più stringenti per i singoli stati in merito alle loro azioni di mitigazione e adattamento climatico

La risoluzione ONU sull’inazione climatica

La crisi climatica è una cosa seria. E non soltanto quando le ondate di calore ci impediscono di dormire durante l’estate. Per questo, le più grandi istituzioni internazionali stanno prendendo provvedimenti. A maggio di quest’anno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che prevede la responsabilità legale degli Stati qualora non adottino misure adeguate di mitigazione e adattamento. A giudicare queste inadempienze in materia di cambiamenti climatici sarà la Corte Internazionale di Giustizia (CIG).

In altre parole, qualora gli Stati non si adoperino ad adottare le misure adeguate di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico potrebbero incorrere in conseguenze legali, come per esempio sanzioni pecuniarie.

Accordi sul clima senza impegno

Allo stato di cose attuale, nessun accordo internazionale che riguarda il clima prevede obblighi effettivi per i singoli Stati. L’adesione, poi, è sempre stata a titolo volontario. Nemmeno l’Accordo di Parigi, quello più importante e con più adesioni, prevede delle sanzioni in caso di non mantenimento degli accordi. Tanto che gli Stati Uniti, il Paese che inquina di più tra quelli che inizialmente avevano aderito all’accordo nel 2015, ne sono usciti liberamente e senza conseguenze.

Il rischio è che, quando i governi prendono degli impegni, potrebbero farlo soltanto per una risonanza a livello politico. Similmente, la partecipazione ai negoziati può facilmente essere usata come tecnica di greenwashing – pratica sleale nel presentarsi più sostenibili di quanto in realtà si è – da parte dei capi di Stato, senza però che a questi eventi seguano azioni concrete.

Le isole del Pacifico hanno subito le conseguenze dell’inazione climatica

Nel 2019, però, un gruppo di studenti universitari di otto isole del Pacifico ha detto basta. Stremati dalle condizioni in cui si sono trovati/e costretti/e a vivere per colpe storiche e attuali dell’Occidente sul clima, peraltro mai espiate, hanno fondato l’organizzazione giovanile ”Pacific Island Students Fighting Climate Change”. Il loro obiettivo è di ottenere giustizia climatica a tutti i livelli: dalle comunità locali fino ai governi nazionali e internazionali.

La disastrosa situazione delle isole del Pacifico è stata anche illustrata dalla la segretaria generale della Organizzazione meteorologica mondiale, Celeste Saulo, presentando il rapporto Surging Saeas in a warming world: The latest science on present-day impacts and future projections of sea-level rise:

Stiamo già assistendo a più inondazioni costiere, arretramento della linea di costa, contaminazione delle riserve di acqua dolce da parte dell’acqua salata e spostamento delle comunità”

Perciò, i membri dell’organizzazione studentesca hanno chiesto in massa alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia di pronunciarsi sugli obblighi giuridici degli Stati rispetto al cambiamento climatico.

I motivi della risoluzione ONU sull’inazione climatica

Dopo la loro richiesta, l’isola di Vanuatu ha deciso di fare propria la loro causa, mossa da un forte senso di urgenza poiché tra le più vulnerabili di tutta l’Oceania alla crisi climatica. Così, nel 2021 iniziò un’intensa campagna diplomatica all’ONU perché la richiesta venisse accolta. Nel marzo 2023 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite votò affinché la tutela dell’ambiente da parte degli Stati diventasse legge.

Il motivo dichiarato dall’assemblea è semplice: è scientificamente possibile determinare il contributo di ciascuno Stato alle emissioni globali, tenendo conto sia delle emissioni storiche che di quelle attuali. È bene specificare che non conteranno le emissioni in sé e per sé, quanto «tutte le azioni o le omissioni che causano un danno significativo al sistema climatico e ad altri aspetti dell’ambiente» e che violano gli obblighi internazionali di uno Stato.

In altre parole, non fare è grave tanto quanto fare. Il problema non è aver emesso, né continuare a emettere, ma non adoperarsi per emettere sempre meno.

Cosa cambia con la risoluzione ONU sull’inazione climatica

La risoluzione ONU è uno dei più importanti sviluppi del diritto climatico internazionale degli ultimi anni ed è stata approvata con una maggioranza schiacciante di 141 voti favorevoli, tra questi, l’Italia. Le astensioni sono state 28, fra cui Cina, India, Qatar, Nigeria e Turchia. Otto, invece, sono le nazioni che hanno votato contro: Stati Uniti, Russia, Israele, Iran, Arabia Saudita, Bielorussia, Yemen e Liberia.

La novità è che per la prima volta si parla di responsabilità legale e di illecito internazionale in caso di violazione degli obblighi climatici. Ma, sopratutto, come ha concluso Facta News, da ora la protezione del clima è un obbligo giuridico che affonda le sue radici nel diritto internazionale, nella tutela dei diritti umani e negli altri strumenti che regolano il rapporto tra gli Stati e l’ambiente.

La rivoluzione sta anche qui, nella presa d’atto del pensiero che sta dietro l’ambientalismo. La tutela ambientale non è un generico “amore per la natura o gli animali”, ma riguarda tutte e tutti noi. È una questione di sopravvivenza, di tutela dei diritti, di giustizia sociale, ma anche di rispetto reciproco, di civiltà e umanità. Ed è iniziato tutto da un gruppo di persone giovani che ha protestato. Un’ennesima prova che l’attivismo dal basso può funzionare.

Articolo a cura di Iris Andreoni

Immagine di  copertina di Fateme Alaei via Unsplash

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