SAVE e voto postale: la doppia sconfitta di Trump prima delle midterm
Due tentativi del Partito repubblicano di modificare le condizioni di voto trovano il “no” del Senato e della Corte Suprema degli Stati Uniti. Su Trump pesa la divisione tra gli stessi conservatori
Gli Stati Uniti sono in pieno clima di midterm, le elezioni di metà mandato che si svolgeranno il prossimo novembre, e secondo Donald Trump sarebbe necessario cambiare la legge elettorale. Non è dello stesso avviso il Senato degli Stati Uniti, che a giugno ha detto espressamente “no” al SAVE America Act, il disegno di legge a firma repubblicana volto a rivoluzionare i criteri di accesso alle urne, e che prevede anche il divieto di conteggio del voto postale giunto in ritardo rispetto al giorno dell’elezione.
Negli Stati Uniti per votare è sufficiente essere iscritto al registro elettorale, senza alcun bisogno di presentare documenti riconoscitivi di alcun tipo. Nel panorama mondiale, tra le “grandi democrazie”, il modello statunitense rappresenta un’eccezione. La riforma elettorale del SAVE, invece, avrebbe reso obbligatorio l’esibizione di passaporto o certificato di nascita per dimostrare la cittadinanza e accedere alle urne.
Il SAVE resta fermo al Senato
Nonostante le fortissime pressioni del presidente Trump – che in passato ha persino minacciato di bloccare il processo legislativo se il SAVE non avesse ottenuto il via libera – la leadership repubblicana al Senato non è riuscita a trovare i numeri necessari per superare il fronte democratico. Il testo della riforma, chiaro frutto del pensiero Make America Great Again, è stato presentato a febbraio trovando l’approvazione della Camera con una maggioranza strettissima (218 voti a 213). Al Senato era necessaria una maggioranza qualificata di 60 voti su 100. I Repubblicani, pur detenendo ben 53 seggi non hanno superato la compattezza dei Democratici, a cui si sono aggiunte anche defezioni interne di senatori moderati come Lisa Murkowski dell’Alaska.
Di fronte al blocco annunciato, Trump ha esortato pubblicamente il leader della maggioranza John Thune e il senatore Mike Lee a superare l’impasse abbassando la quota di approvazione a 51 voti, la soglia minima perché passi una legge. Ma anche in questo caso la sua strategia non ha avuto successo. I vertici del partito al Senato hanno preferito salvaguardare le prerogative storiche della Camera alta, mantenendo la consuetudine di far passare una legge con un minimo di 60 voti, quella che mette al riparo le proposte di legge dall’ostruzionismo.
Per l’amministrazione Trump la riforma sarebbe una misura necessaria per allineare gli Stati Uniti agli standard delle altre democrazie mondiali, eliminando il voto basato sulla semplice autocertificazione della cittadinanza. Dall’altro lato, associazioni per i diritti civili ed esperti elettorali hanno espresso pareri contrari.
Secondo analisi pubblicate dal Brennan Center for Justice e dal Campaign Legal Center, il SAVE America Act rischierebbe di escludere dal voto milioni di americani regolari. Sarebbero 21 milioni gli statunitensi (soprattutto a basso reddito, studenti e minoranze) che non possiedono un passaporto. Quasi 3 milioni le persone che, ad oggi, non hanno un documento di identità con fotografia. Documenti che sarebbero indispensabili con la nuova legge.
Doppia sconfitta: il voto postale
Il SAVE, che a sua volta è acronimo per Safeguard American Voter Eligibliity (letteralmente Salvaguardia di eleggibilità dell’elettore americano) non è l’unica riforma conservatrice respinta. Anche una proposta di revisione del voto a distanza ha finito per creare attrito tra la Casa Bianca e le altre istituzioni del Paese. Lo scorso 29 giugno, infatti, è stata confermata dalla Corte suprema degli Stati Uniti la legittimità di voti ricevuti entro 5 giorni dall’Election day se con timbro postale antecedente lo stesso giorno. In periodo di Covid fu il Mississippi repubblicano ad approvare la soluzione di voto a distanza. Seguito, poi da altri 18 Stati tra cui Alaska, California, Texas, Nevada e Virginia. Il supporto della più alta corte di giustizia americana alla legge conferma e legittima le modalità di voto diffuse in metà del Paese.
Donald Trump – che pure risulta aver votato a distanza dalla Florida – non ha mai amato il voto per corrispondenza allegando sospetti di “brogli”. L’occupazione illegittima di Capitol Hill nel Gennaio 2021 si sosteneva proprio sull’accusa di elezioni falsate dai voti per posta pervenuti oltre il giorno di votazione. Non è mai stata provata la veridicità di quanto sostenuto ma, a parere di Trump, è proprio questa la causa della sconfitta davanti a Biden. Ed ha commentato il respingimento del ricorso repubblicano come una “sconfitta tremenda, deleteria per lo svolgimento di elezioni oneste”.
Partito repubblicano diviso
Come per il SAVE, si evidenzia che nella Corte Suprema alcuni conservatori hanno supportato la legge esistente. In opposizione al proprio schieramento: il Presidente della Corte John Roberts e, soprattutto, la giudice conservatrice Amy Coney Barrett, nominata dallo stesso Trump durante il suo primo mandato. Per la Corte, nulla impone che le schede debbano essere ricevute tassativamente entro l’Election Day. Viene meno così la posizione conservatrice che, da Washignton, in una memoria legale presentata alla stessa Corte, ha ribadito come “La ricezione entro il giorno delle elezioni promuove l’integrità del processo elettorale e la fiducia degli elettori tanto oggi quanto quando il Congresso approvò quella legge”.
Eppure, per uno studio della Brooking Institution del novembre scorso, nelle ultime cinque elezioni statunitensi si sono registrati in media solamente quattro casi di frode elettorale tramite voto per corrispondenza ogni 10 milioni di voti.
Due tentativi di cambiare le modalità di voto in corsa sono andati falliti: Prima delle midterm di novembre la Casa Bianca proverà un nuovo affondo?
Articolo a cura di Sara Gullace
Immagine di Clay Banks via Unsplash
