Il Kurdistan siriano verso la perdita della sua autonomia
Il Kurdistan siriano sta affrontando da anni una situazione politica complessa. L’incertezza del territorio si è acuita dopo la caduta del feroce regime di Bashar al-Assad, nel dicembre del 2024.
Negli ultimi giorni lo sguardo internazionale si è posato nuovamente sulla Siria. Si sono infatti riaccesi gli scontri tra l’esercito governativo – affiliato al nuovo presidente non eletto Ahmed al-Sharaa – e l’SDF, le Forze Democratiche Siriane – a guida curda, che controllano ancora gran parte del nord-est, il Kurdistan. Pochi giorni fa entrambe le fazioni hanno firmato un accordo, che però non sembra dare buoni frutti.
La caduta del regime di Assad
Prima del 2024, le forze attualmente al governo erano alleate con i curdi contro l’ex Presidente Bashar al-Assad. Il neopresidente Al-Sharaa, che viene dalle fila dello jihadismo sunnita, era in contrasto con Assad, di orientamento sciita e appartenente alla minoranza religiosa Alawuita.
Anche i curdi si sono sempre opposti ad Assad. In primo luogo, per motivi ideologici i curdi hanno infatti un sistema di governo chiamato “confederalismo democratico”, diverso dai sistemi neo-liberisti contemporanei e anche da ciò che rappresenta il nuovo presidente al-Sharaa. Semplificando molto, il confederalismo democratico poggia sui tre pilastri: la democrazia radicale dal basso, la liberazione delle donne e l’ecologia. In secondo luogo, Assad non ha mai riconosciuto ai curdi il loro territorio e il loro popolo, che chiedeva indipendenza e autodeterminazione.
Ecco le parole di Abdullah Öcalan, teorico del confederalismo democratico, del quale parleremo successivamente.
«La vera lotta per la democrazia e il socialismo diventa completa solo quando considera la liberazione della donna e il salvataggio dell’ambiente. Solo quando è completata in questo senso, una lotta per un nuovo sistema sociale può rappresentare una via d’uscita da questo caos». (Abdullah Öcalan, Oltre lo Stato, il potere e la violenza, 2016).
Assad mirava invece a un controllo totale e assolutistico della Siria – e, quindi, delle sue risorse. Nelle aree del nord-est, infatti, sono presenti pozzi di petrolio, giacimenti di gas e riserve idriche. Perciò, da un’ alleanza anti-Assad tra curdi e tribù arabe, nacquero le SDF. Le quali, insieme agli jihadisti sunniti e con il supporto militare degli Stati Uniti, hanno spodestato Assad.
I contrasti tra il Kurdistan siriano e il nuovo governo
La rapida caduta di un despota, però, non significa per forza pace. Anzi, in questo caso ha significato l’inizio di uno scontro civile tra chi ha ottenuto il potere governativo della nazione – auspicandone l’unità – e i curdi, che vorrebbero governare indipendentemente il loro territorio.
Le preoccupazioni dei curdi nei confronti del governo di al-Sharaa erano presenti sin dall’inizio del suo governo. Anche qui non c’erano in gioco solo fattori politici, ma anche culturali e ideologici. Queste preoccupazioni si sono aggravate dopo episodi di violenza settaria da parte del nuovo governo. Circa 1.500 alawiti sono stati uccisi dalle forze allineate al governo nella Siria occidentale e centinaia di drusi sono morti nella Siria meridionale, alcuni in uccisioni con esecuzioni sommarie.
Gli scontri del 2025
Dopo alcuni scontri a fuoco, a marzo 2025 al-Sharaa e il leader delle SDF, Mazloum Abdi, avevano raggiunto un accordo. Il punto principale era l’accorpamento di tutte le istituzioni civili e militari della Siria nord-orientale nell’amministrazione dello Stato centrale siriano. Questi territori comprendevano i valichi di frontiera, l’aeroporto e, neanche a dirlo, i giacimenti di petrolio e gas. In cambio, il governo avrebbe dichiarato il popolo curdo come parte integrante della Siria – con diritto alla cittadinanza e altri diritti costituzionali.
Per tutto il 2025, però, si sono verificati scontri armati tra le due parti, le quali si accusano a vicenda di aver violato l’accordo. L’SDF e altri osservatori hanno affermato che le truppe governative sono avanzate nel territorio curdo in maniera violenta, minando l’autonomia de facto dei curdi che, secondo l’accordo, doveva essere mantenuta durante il processo di integrazione.
Questa invasione, secondo l’SDF, potrebbe anche minacciare la sicurezza nazionale, poiché a Raqqa, una delle città invase dalle truppe governative, sono presenti i detenuti dell’ISIS, sconfitto nel 2017 anche grazie alle milizie curde. I membri del gruppo terroristico potrebbero pertanto approfittare del caos e della perdita di potere da parte dei curdi sul territorio, lasciando i luoghi di detenzione.
I curdi lamentano anche una certa lentezza nel loro riconoscimento sociale da parte del governo siriano. Dal canto suo, Il governo siriano ha accusato le SDF di non essere stati seri nell’attuare gli impegni sull’integrazione nelle forze armate e l’accettazione del controllo centrale.
Stati Uniti e Kurdistan siriano
A questo punto viene da chiedersi che fine hanno fatto gli Stati Uniti, il cui sostegno potrebbe essere determinante per l’una o l’altra parte. Fino a pochi giorni fa gli USA hanno svolto un ruolo di mediazione, favorendo il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 gennaio 2026. La loro posizione, quindi, si sta rivelando più moderata rispetto al loro storico sostegno alle SDF. Grazie al quale gli USA hanno potuto mantenere viva la loro reputazione di ferventi oppositori dello Stato Islamico e del regime di Assad. Quando, finita la guerra contro l’ISIS, le SDF hanno ottenuto il controllo del nord-est, ricco di risorse, gli Stati Uniti hanno visto in questa alleanza un ulteriore vantaggio.
Il sostegno, però, è ovviamente sempre stato solamente di natura politica e strategica, quindi abbastanza fragile. Gli USA, per esempio, non hanno mai riconosciuto come legittimo il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che con le sue battaglie culturali e le sue milizie ha avuto un ruolo centrale nella sconfitta dell’ISIS in Siria nel 2017. Il loro leader, Abdullah Öcalan, è da 26 anni rinchiuso in una cella di isolamento in un carcere di massima sicurezza in Turchia. Turchia, Unione Europea e Stati Uniti considerano ancora il PKK un gruppo terroristico. Un controsenso, se pensiamo che il confederalismo democratico – applicato dall’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (AANES), sostenuta in tutto e per tutto dalle SDF – è stato teorizzato proprio da Öcalan, leader del PKK.
Infatti, non appena il nuovo governo della Siria ha mostrato interesse nell’estendere il suo controllo sul territorio del nord-est, gli Stati Uniti hanno vacillato. Prima del cessate il fuoco, Al Jazeera aveva intervistato alcune persone curde siriane, preoccupate per i crescenti legami degli Stati Uniti con Damasco – ora ritenuto più importante a livello strategico.
L’accordo tra SDF e governo della Siria
Durante il cessate il fuoco di gennaio 2026, le due parti hanno firmato un nuovo accordo per cessare le ostilità. Il governo ha chiesto ai curdi di ritirarsi dalle province di Raqqa e Deir El-Zor, forti del fatto che la popolazione qui è a maggioranza araba, pertanto tendenzialmente in contrasto con la cultura e le idee curde. Infatti, gruppi di giovani arabi hanno festeggiato la possibile riunificazione al governo centrale sunnita, strappando i manifesti di Öcalan e abbattendo le statue in memoria dei combattenti YPG (una branca delle milizie curde) caduti in battaglia. Non dimentichiamo che Deir al-Zor è la principale area di produzione di petrolio e grano del paese e Raqqa è la sede di importanti dighe idroelettriche lungo l’Eufrate.
Un altro punto dell’accordo prevede che tutte le forze delle SDF saranno accorpate ai ministeri centrali della Difesa e degli Interni. I curdi hanno chiesto che questo avvenga solo qualora soldati e soldatesse lo facciano come “singoli” e non come unità curde. Inoltre, le SDF dovranno espellere tutte le figure non siriane affiliate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).
L’ISIS e il destino dell’autonomia curda
Inoltre, il governo si approprierà di tutti i valichi di frontiera, dei giacimenti di gas e petrolio, delle prigioni e dei campi in cui i curdi detengono i combattenti dello Stato Islamico e i civili affiliati. Quest’ultimo punto è stato uno di quelli a cui le SDF si sono opposte maggiormente, poiché visto come una minaccia alla sicurezza della nazione. Damasco, invece, ha assicurato che questo passaggio non influirà sulla missione per sconfiggere lo Stato islamico.
Anche i curdi otterrebbero qualche vantaggio da questo accordo. Innanzitutto, il riconoscimento del curdo come lingua nazionale. Dunque, la restituzione della cittadinanza a migliaia di curdi che ne erano stati privati sotto Assad. Infine, l’istituzione del Nowruz, il capodanno curdo, come festa nazionale. Le SDF, inoltre, potranno nominare figure militari e civili per ricoprire ruoli chiave nel governo centrale. Condizioni che sembrano svantaggiose per il popolo curdo, vista la loro secolare ricerca di indipendenza.
L’incontro fallimentare di lunedì
Infatti, dopo l’incontro di lunedì 19 gennaio 2026 tra le due parti, l’accordo è sembrato andare in fumo. Uno dei punti che era rimasto in sospeso riguardava la provincia di Hasakah, territorio a maggioranza curda e principale roccaforte delle SDF. Secondo l’accordo, avrebbero potuto eleggere il futuro governatore della città all’unanimità. Lunedì, il comandante delle SDF Abdi avrebbe invece chiesto che il territorio rimanga sotto il pieno controllo delle SDF. Il Presidente al-Sharaa avrebbe rifiutato, affermando che, in mancanza di collaborazione, Hasakah sarebbe stata presa con la forza. Abdi avrebbe quindi chiesto un periodo di cinque giorni per discutere la questione, ma il Presidente al-Sharaa avrebbe rifiutato.
Appena dopo l’incontro, l’ufficio del presidente siriano ha reso noto che è avvenuta una telefonata tra il presidente siriano e Donald Trump. Nella chiamata avrebbero discusso gli sviluppi in Siria e, secondo l’ufficio, Trump avrebbe ribadito il suo impegno per l’unità nazionale siriana e la “lotta al terrorismo”. Insomma, sembra ormai ufficiale che Washington abbia smesso di sostenere l’SDF per puntare su al-Sharaa.
Una nuova resistenza del Kurdistan siriano?
Su Telegram le SDF hanno rilasciato una dichiarazione che invita i curdi in Turchia, Iran, Iraq e persino in Europa a unirsi a quella che hanno definito “la resistenza”. Anche se, forse, resistere sarà più difficile senza una delle loro colonne portanti, il PKK. Infatti, dopo lo storico appello del leader del partito Öcalan (direttamente dal carcere) di sciogliere il gruppo armato, il PKK si è sciolto. Abdi, leader delle SDF, ha commentato l’avvenimento dicendo che un’eventuale pace tra turchi e curdi in Turchia avrà sì conseguenze positive per quella regione, ma non è abbastanza per convincere i curdi siriani ad abbandonare le armi.
Nell’appello, Öcalan aveva scritto queste parole: «Non credo nelle armi ma nel potere della politica e della pace sociale e vi invito a mettere in pratica questo principio […]. L’istituzione di un meccanismo per deporre le armi farà progredire il processo».
Ma per la pace e la democrazia, la Siria sembra dovrà aspettare ancora un po’.
Aritcolo a cura di Iris Andreoni
