Non esiste una soluzione militare alla questione curda

Fréderike Geerdink, giornalista indipendente, spiega perché una soluzione militare alla questione curda non risolverà la situazione: solo una soluzione politica riuscirebbe ad appianare gli scontri fra la Turchia e il PKK.

Con la nuova intensificazione della guerra tra lo stato turco e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) dopo che la Turchia ha dato il via a una nuova offensiva, sono cominciati a emergere molti commenti circa la natura del conflitto. Ciò che spesso si chiede la gente è se sarà una soluzione politica o militare a mettere un punto alla questione curda. Ciò implica che se lo stato riuscirà a battere il PKK militarmente, il problema si risolverebbe. Una percezione ampiamente errata, ovviamente.

Un esempio è un resoconto della German Science and Politics Foundations SWF, pubblicato questa settimana. Il documento fornisce una visione generale di quello che è stato l’approccio della Turchia negli ultimi 10-15 anni. Inoltre, riflette brevemente sulle guerre cittadine combattute a Diyarbakır, Cizre, Şırnak e altre città e paesi curdi dopo il collasso del “processo di pace” nel 2015. Il SWF scrive: “Bisogna abbracciare l’idea che la questione curda sia principalmente riferita alla sicurezza. Questi scontri hanno indebolito il dibattito che afferma che sia necessaria una soluzione politica. La sconfitta del PKK in queste guerre cittadine e nei successivi scontri nelle campagne sono state prese come una conferma dell’efficacia dei mezzi militari e hanno screditato ancora di più l’idea che la questione curda richieda una soluzione non militare”.

Francamente, lo trovo abbastanza sorprendente. Per quali persone queste guerre cittadine hanno indebolito il dibattito che la questione curda richieda una soluzione non militare? Per coloro che non comprendono totalmente per cosa fossero quelle guerre cittadine, credo. È una cosa importante su cui riflettere, perché può essere direttamente connessa alle nuove operazioni turche.

Le guerre cittadine non hanno indebolito affatto il dibattito che ritiene che la questione curda necessiti una soluzione politica: anzi, l’hanno rafforzato. Le guerre sono cominciate perché i comuni guidati da funzionari curdi eletti si erano dichiarati autonomi. L’autonomia è il fine ultimo del movimento curdo, radicato nel diritto, riconosciuto a livello internazionale, dell’autodeterminazione. Se lo stato pone fine al processo di negoziazione e rifiuta di garantire l’autonomia, le persone dovranno prendersela. I giovani affiliati al PKK hanno ricevuto il compito di proteggere l’autonomia, così come il PKK, in una forma o nell’altra, sarebbe stato reso responsabile per la sicurezza nel Kurdistan del nord se il processo di pace avesse avuto successo. Adesso sembra incredibile, ma non lo è. L’esercito turco è una forza di occupazione in Kurdistan e un accordo di pace non può includere solamente il suo ritiro.

Il PKK non è stato “battuto” nelle guerre cittadine. La battaglia è stata persa a livello militare, ma il PKK è chiaramente vivo e vegeto, lanciato in una certa resistenza contro l’esercito turco. Ma per il bene del dibattito, facciamo finta che la Turchia ottenga ciò che desidera con le sue continue operazioni militari e sconfigga il PKK militarmente. Questo risolverebbe il problema? No. Proprio come non sono stati risolti i problemi a Diyarbakır, Cizre, Şırnak e nelle altre guerre cittadine. La gente non ha autonomia a livello locale. Non possono nemmeno protestare senza essere attaccati dalle forze di sicurezza turche, non possono parlare ai figli nella loro lingua madre, non possono essere attivi politicamente senza essere fermati, incarcerati e processati.

“Risolvere” la questione curda militarmente, in altre parole, significa ritornare alla piena oppressione. Ciò includerebbe negare totalmente l’esistenza dei curdi, perché non puoi garantire alcuni diritti sì e altri no. Si può permettere alle persone di vivere liberamente, oppure no: non c’è una via di mezzo. O pensate che, una volta distrutto il PKK, lo stato turco darà ai curdi i diritti per cui stanno lottando? Ovviamente no, perché se lo stato fosse genuinamente interessato a farlo, i funzionari si sarebbero già seduti a un tavolo per negoziare e risolvere il problema.

Il che chiude il cerchio. Non c’è scelta tra una soluzione politica o militare alla questione curda. C’è o una soluzione, o la repressione. Quelli che vedono la soluzione militare come una buona opzione, si rivelano alleati del fascismo.

 

Traduzione di Chiara Romano via medyanews.net

Immagine di copertina via avsi.org

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