La pace impossibile

Proprio mentre il Papa invocava la pace, a San Pietroburgo si riaccendeva una Guerra Fredda. La Siria divide le 20 potenze mondiali in due blocchi, ma dal paese arabo giunge una buona notizia: Domenico Quirico è libero

di Domenico Spampinato

PapaFrancesco_paceLa settimana appena conclusa è stata contrassegnata da una nuova, energica iniziativa del Papa. Francesco I ha incoraggiato la comunità mondiale ad effettuare una giornata di digiuno quale forma di protesta non violenta per sensibilizzare i leader del G20 sul tema della pace in Siria. Lo scorso sabato, a Piazza San Pietro, il sommo pontefice ha gridato vigoroso: “Finisca il rumore delle armi! La violenza e la guerra non è mai la via della pace”.

L’appello, prevalentemente indirizzato alle forze cristiane, suona come un chiaro monito rivolto al già Premio Nobel per la Pace Barack Obama – oggi il maggiore fautore di un’operazione bellica in Siria. Proprio in occasione dell’apertura del G20, il cardinal Bergoglio aveva indirizzato un ulteriore appello ai convitati del vertice di San Pietroburgo, chiedendo loro di “superare le diverse contrapposizioni” abbandonando “ogni vana pretesa di una soluzione militare”. La missiva pontificia è stata consegnata a Vladimir Putin, presidente dell’incontro svoltosi il 5 e il 6 settembre scorsi nonché maggior oppositore dell’eventuale soluzione militare al conflitto siriano.

Il sommo pontefice ha lanciato un segnale forte. Immediato, vigoroso, risoluto. Un messaggio carico di speranza che non dovrebbe rimanere inascoltato. Bisognerebbe domandarsi, a tal proposito, se Jorge Bergoglio abbia rivolto il suo monito agli interlocutori giusti.

Per dovere di cronaca, una guerra in Siria c’è già. E’ in corso da circa due anni, non sarebbe Barack Obama a scatenarla. In termini assolutamente generali, la diplomazia rimane l’opzione migliore. La pace, il nobile auspicio. Un conflitto è attualmente in corso, la diplomazia ha fallito, la comunità internazionale è rimasta immobile di fronte ai ripetuti massacri del Presidente siriano. In linea teorica, chi dovrebbe raccogliere il messaggio di pace proclamato dal Papa è per l’appunto Assad, colui che ha innescato un  conflitto. Non Barack Obama, che auspica una sua risoluzione.

Nella missiva rivolta ai leader del G20, Bergoglio ha chiesto a questi di “superare le diverse contrapposizioni” e di “abbandonare ogni vana pretesa militare”. Sostanzialmente ha chiesto a Putin di convincere Obama a desistere dai suoi propositi bellici, incoraggiandolo a perseguire l’ideale della pace. Putin il pacifista.

Una risoluzione (quasi del tutto) pacifica del conflitto siriano probabilmente la si potrebbe ottenere soltanto nel caso in cui Assad si dimettesse. Ciò non avverrà mai e il “quasi” di cui sopra è d’obbligo – come dimostrano i drammatici risvolti della rivoluzione egiziana.

La diplomazia non ha funzionato. Fallite le iniziative della Lega Araba, falliti gli obiettivi della Conferenza di Ginevra, fallito il piano di pace ONU di Kofi Annan. Legittimo insistere, frattanto i siriani muoiono. Massacrati dal proprio presidente. Con ogni mezzo possibile.

Un intervento militare in Siria potrebbe condurre a una situazione di disordine che favorirebbe un aumento esponenziale di guerriglieri jihadisti o innescare un conflitto mondiale. Un non intervento militare, a ben vedere, potrebbe ugualmente condurre ai medesimi risvolti. La jihad probabilmente troverebbe un terreno più fertile sotto l’indifferenza (o il “tradimento”) della comunità internazionale. Rimanere indifferenti nei confronti di gravi infrazioni al diritto internazionale quali l’uso di armi chimiche, equivarrebbe ad affermare che in guerra tutto è concesso. Anche il nucleare – con tutto ciò che comporta, nel quadro delle tensioni mediorientali. Insomma: per quanto paradossale possa sembrare, rimanere inermi di fronte a simili violazioni del diritto internazionale significa togliere senso al concetto stesso di “pace”.

Va da sé che un intervento militare senza il via libera del Consiglio di Sicurezza dell’ONU costituirebbe di fatto una violazione del diritto internazionale. E il Consiglio di Sicurezza non si esprimerà in favore di un’operazione bellica.

Il G20 di San Pietroburgo avrebbe dovuto costituire un’occasione per appianare le obamaputin509-622x394divergenze sul da farsi in Siria. Così non è stato, com’era prevedibile. Il vertice mondiale ha sostanzialmente fornito un piccolo assaggio di guerra fredda – con i BRICS orientati al non intervento e i Paesi Ue sul versante opposto assieme a Turchia, Arabia Saudita, Giappone, Corea del Sud, Australia, Canada e ovviamente Stati Uniti. Piccolo assaggio che potrebbe amplificarsi, nel caso in cui si optasse per la soluzione militare: Vladimir Putin si è affannato a precisare che in caso di conflitto si schiererà a favore di Assad. Il fronte capitanato dagli Stati Uniti, tuttavia, si è limitato ad una semplice condanna generale per l’utilizzo di armi chimiche, senza peraltro voler avanzare alcuna pretesa in favore di un intervento bellico.

Il documento è stato firmato anche dal Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, il quale ha affermato che “L’uso di armi chimiche non può rimanere impunito” ma “Bisogna prendere sul serio la lettera del Papa” e comunque “L’Italia fuori dall’Onu non interverrà”; il presidente del consiglio ha dichiarato che “L’atteggiamento di Obama è positivo e intelligente” e che “la volontà della presidenza russa di non lasciare il tema Siria perso e marginale”. Un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma. Lasciamo fare agli americani.

Il groviglio siriano e la confusione di Letta trovano una chiave di lettura nelle parole dell’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite Samantha Power: “There is no risk-free option” – Non esiste alcuna opzione che sia priva di rischi. La stessa Power ha poi affermato che “Putin sta tenendo a ostaggio il Consiglio di Sicurezza dell’ONU” – non le si può dare torto.

Nessuna buona opzione, al momento, per la Siria. Direttamente dal paese arabo, però, una buona notizia: Domenico Quirico è stato liberato. Pur provato da questa brutta esperienza, il giornalista de La Stampa rapito 5 mesi fa sta bene e ieri sera ha fatto il suo ritorno in Italia. Una piccola, grande soddisfazione in una terra di dolore.

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