Occupazione di Gaza, tra rischio e dissenso

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L’8 agosto il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, annuncia l’operazione militare che condurrà all’occupazione di Gaza. Una decisione contestata dall’opinione pubblica e dello stesso esercito, per i suoi rischi,  e che scatena la reazione di un’ampia parte della comunità internazionale.

La decisione è presa. Dopo una riunione di 10 ore del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, il premier Netanyahu annuncia l’avvio dell’operazione che dovrebbe condurre alla vittoria su Hamas mediante l’occupazione di tutto il territorio di Gaza.Non in maniera permanente – si affretta a precisare durante la conferenza aperta, eccezionalmente, anche a media stranieri – la libereremo, la consegneremo a forze arabe, non la governeremo”.

Dichiarazione che ha tutta l’aria di essere, più che una certezza, una rassicurazione per gli alleati internazionali che hanno gli occhi puntati su quanto succede nella Striscia. A loro volta pressati da un’opinione pubblica che chiede a voce sempre più alta un’intervento deciso per far finire l’enorme crisi umanitaria che sta affliggendo la popolazione gazawi.

Parole che si scontrano immediatamente con la realtà e non tengono conto del rischio strategico a cui si dovrebbe esporre l’esercito, della difficoltà di mobilitare un milione di profughi verso il sud della Striscia senza aggravare la situazione, dei costi che richiede un’operazione simile, dell’opinione pubblica interna vicina ai familiari degli ostaggi, i quali temono che l’occupazione di Gaza metta fine a ogni speranza di liberazione.

Il piano di Netanyahu

Il principale obiettivo dell’occupazione totale di Gaza – oggi, Israele controlla già il 75% del territorio palestinese – è l’annientamento di Hamas, la sua smilitarizzazione, il suo sradicamento all’interno del territorio. Per farlo l’esercito israeliano dovrà mobilitare almeno 100mila riservisti per permettere ai 100mila regolari di spostarsi sul territorio per mantenere il controllo e la sicurezza per sei mesi.

Terminato il periodo di occupazione, le intenzioni dichiarate da Netanyahu sarebbero di istituire un governo di amministrazione, guidato da arabi, non appartenenti alle file di Hamas ma neanche provenienti da quelle dell’ANP, l’Autorità Nazionale Palestinese che la parte di mondo che riconosce lo Stato di Palestina – i due terzi delle nazioni ONU – continua a identificare come interlocutore.

I rischi dell’occupazione di Gaza

Già durante la riunione fiume del Consiglio di Sicurezza Nazionale, tra leader di governo, vertici dell’Idf e servizi segreti, si sono fatte sentire le voci critiche verso l’occupazione di Gaza. Una su tutte la posizione di Eyal Zamir, capo di stato maggiore delle forze di difesa, l’Idf, che ha dichiarato: “La conquista della Striscia farà sprofondare Israele in un buco nero. E la vita degli ostaggi sarà in pericolo”. Contrarietà che ha fatto scalpore, soprattutto al livello mediatico, in quanto il generale Zamir è sempre stato considerato una figura vicina alle posizioni di Netanyahu.

E non è l’unica. Qualche giorno prima 600 tra alti funzionari ed ex capi con funzioni di comando di Idf e intelligence hanno scritto una lettera-appello al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

L’appello esprime anche e soprattutto un punto di vista professionale, quello di chi conosce bene le dinamiche di anni di guerra nella regione. Quello che lo stesso Zamir ha provato ad illustrare a Netanyahu, proponendo alternative, consapevole dei rischi a cui l’esercito andrebbe incontro.

Se l’esercito israeliano oggi controlla circa il 75% del territorio della Striscia, il restante 25%, i resti delle città martoriate e i campi profughi, è completamente in mano ad Hamas. Questo significa che ci sono ancora tunnel sotterranei dai quali far partire imboscate, spostare armi, munizioni e bombe. Le macerie sono ovunque, così come i campi minati disseminati dalla resistenza di Hamas. L’Idf non è mai penetrata così in profondità. Potenzialmente – secondo Zamir – l’occupazione di Gaza potrebbe trasformarsi in un’enorme trappola in cui perderebbero la vita moltissimi soldati israeliani e civili palestinesi.

Il dissenso interno

Un tributo di sangue a cui si deve aggiunge quello di una sostanziale condanna dei 50 prigionieri israeliani ancora nelle mani dei miliziani di Hamas. Questo il timore delle famiglie degli ostaggi, che attraverso un seguitissimo forum, via social, in questi giorni hanno fatto sentire la propria voce.

Già il giorno dopo l’annuncio dell’occupazione di Gaza in migliaia si sono radunati in piazza a Tel Aviv. È stato il più grande raduno dall’inizio della guerra. La protesta contro la decisione del governo si manifesta nell’invocazione di uno sciopero generale di tutti i cittadini, il 17 agosto. Accanto ai parenti degli ostaggi prenderanno parte studenti – avallati dalle università che li dispenseranno dal seguire le lezioni per partecipare alle manifestazioni – opposizioni politiche, associazioni di categoria, ma anche i riservisti. E, in Israele, tutti gli uomini e le donne fino ai 40 anni appartengono a questa categoria, con poche eccezioni.

La risposta internazionale

A seguito dell’annuncio, tra le cancellerie di tutto il mondo, c’è stato un formicolio di dichiarazioni di sostegno – esigue – o di condanna delle intenzioni del governo israeliano. Pochi i fatti concreti. Tra questi da segnalare la decisione della Germania di seguire il modello della Slovenia che, prima nell’Ue, ha vietato a Israele il transito di armi. L’Italia, insieme ad altri Paesi, il 9 agosto ha firmato una dichiarazione congiunta di condanna contro l’occupazione di Gaza.

Gli occhi del mondo sono ora puntati, oltre che su Israele, sugli Stati Uniti e su come reagirà Trump allo sgomento internazionale scatenato dall’amico-alleato Netanyahu.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

Immagine di copertina via Unsplash

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