La piccola rivoluzione della Slovenia nei rapporti UE-Israele

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Il 17 luglio la Slovenia ha dichiarato i ministri israeliani Ben Gvir e Smotrich “persone non grate”, vietando loro l’ingresso nel territorio nazionale. Inoltre, da giovedì 31 luglio è il primo Paese dell’Unione Europea e mettere un embargo alla vendita e al transito di armi per Israele. Provvedimenti simbolici, ma coerenti e decisi che alimentano i dibattiti UE sui rapporti con Israele e sul riconoscimento della Palestina

Il 15 luglio 2025 al Parlamento europeo si è svolto il dibattito sulla revisione dell’accordo di associazione tra UE e Israele siglato nel 2000, alla luce della tragedia umanitaria in corso nella Striscia di Gaza. L’incontro si è chiuso sostanzialmente senza prendere posizione. L’accordo rimane in vigore, rimandando la questione a dopo l’estate, con la promessa da parte di Israele di fare entrare più aiuti e un maggiore controllo UE sulla situazione nella striscia. Un po’ poco per quanti – tra associazioni umanitarie e diversi Stati membri – chiedevano una presa di posizione forte e unitaria contro l’operato di Israele a Gaza. Tra questi la Slovenia, che con un gesto simbolico ma coerente con la linea assunta negli ultimi anni, ha mandato un segnale deciso alle altre cancellerie europee.

Due giorni dopo la riunione al Parlamento europeo, il 17 luglio, la Slovenia ha manifestato il suo dissenso schierandosi apertamente contro due ministri di Israele, Itamar Ben Gvir (Sicurezza Nazionale) e Bezalel Smotrich (Finanze), dichiarandoli persone non grate e vietando loro l’ingresso nel proprio territorio. I due ministri, come è noto, rappresentano l’ala più radicale del governo Netanyahu, la più intransigente verso qualsiasi forma di apertura alla pace.

La decisione della Slovenia appare come una dichiarazione di principio, cui però hanno fatto seguito fatti concreti. Giovedì 31 luglio, infatti, il primo ministro sloveno Robert Golob ha annunciato l’embargo contro Israele, divenendo il primo Paese europeo a vietare l’importazione, l’esportazione e il transito di armi verso Israele.

La critica alla linea morbida dell’Ue

Le recenti iniziative intraprese da Lubiana sono perfettamente in linea con le posizioni assunte dal Paese negli ultimi anni. Nel 2024, infatti, seguendo la decisione di Spagna, Irlanda e Norvegia, la Slovenia ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina. È il 10° Paese membro dell’Unione Europea ad aver attuato questa risoluzione – in compagnia, oltre a quelli già citati, di Svezia, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Bulgaria e Cipro. Nel frattempo, anche la Francia ha annunciato le proprie intenzioni riguardo al riconoscimento dello Stato di Palestina, durante la riunione delle Nazioni Unite in programma il prossimo settembre.

Riconoscere l’esistenza dello Stato palestinese, tuttavia, non basta a risolvere la questione nella Striscia. Due terzi dei paesi membri dell’ONU, nel corso degli anni, hanno optato per l’accreditamento internazionale della Palestina. Tuttavia, non sembra che questo dato sia riuscito mai a innescare, storicamente, un processo risolutivo della questione palestinese, né tantomeno a mettere pressioni su Israele su quanto sta succedendo oggi a Gaza. Servirebbero decisioni pratiche più che dichiarazioni. L’UE, pur condannando a parole l’orrore nella Striscia e fornendo tonnellate di aiuti – molte delle quali non sono mai arrivate a destinazione – non ha mai ha preso una posizione netta contro Israele. In questo senso, la mancata sospensione dell’accordo UE-Israele, per cui si era chiesta una revisione già nel 2024, è stata un’occasione persa.

È quanto sostengono, duramente, diverse associazioni umanitarie. Come Amnesty International, che deinisce la mancata sospensione dell’accordo UE-Israele “un tradimento della visione e del progetto europei”.Emergency, secondo cui “rescindere l’accordo sarebbe stato il primo vero segnale per mettere al centro dell’azione europea per Gaza le persone e i loro diritti inviolabili”.

Perché quella della Slovenia è una piccola rivoluzione all’interno dell’UE?

La presa di posizione della Slovenia è letteralmente una piccola rivoluzione. Al di là del semplice riconoscimento dello Stato palestinese, infatti, l’embargo sulle armi l’embargo sulle armi è un atto destinato ad avere conseguenze importanti sul piano pratico.

L’esempio sloveno, per quanto possa essere emulato, non potrà mai risolvere l’annosa questione israelo-palestinese che ha radici troppo profonde. Ma potrebbe configurarsi come un forte strumento di pressione internazionale verso Israele per far fermare l’orrore che si sta perpetrando sulla Striscia. Ed è questa la questione più urgente da affrontare in questo momento. È in quest’ottica che va letta la risoluzione slovena, che potrebbe inoltre aprire scenari inediti all’interno dell’UE.

La rappresentanza dell’Unione europea in politica estera si basa sul consenso dei singoli Stati membri. Con la sua mossa unilaterale e in dissenso – già chiesta all’Unione dalla Spagna nel 2024, senza però avere seguito –  la Slovenia apre la strada a due possibili scenari. Se da un lato rischierebbero di condurre alla frammentazione delle politiche estere – e quindi all’indebolimento della voce europea –  dall’altro potrebbero servire come stimolo per iniziative più coerenti con la propria identità. E forse anche più coraggiose.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

Foto in copertina tratta dal profilo ufficiale Instagram di Robert Golob

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