Volevo essere un calciatore. La truffa dei finti agenti in Ghana

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76 ragazzi del Ghana sono stati truffati da un finto agente con la promessa di diventare calciatori. Un fenomeno molto di diffuso in Africa occidentale, dove povertà e disoccupazione portano i giovani a fare qualunque cosa pur di dare una svolta alla loro vita.

La truffa del calciatore in Ghana

Segnare il gol della vittoria in una finale, acclamato da migliaia di persone, in uno degli stadi più grandi del mondo; tornare dai propri genitori, un tempo indigenti e, mentre guardano il mare dal patio della loro nuova casa, dire loro: ce l’ho fatta. Questo era probabilmente il sogno dei 76 ragazzi ghanesi che sono stati reclutati da una finta agenzia con la promessa di diventare calciatori. Invece, si è rivelata tutta una grande truffa.

Come riporta la BBC, queste persone, principalmente uomini di giovane età, sono state adescate in Ghana da una banda di criminali che li ha convinti a raggiungere la Nigeria via terra. Le promesse erano quelle di contratti calcistici, tirocini all’estero e supporto per l’ottenimento dei visti. Arrivati in Nigeria, li hanno privati di documenti e cellulari e poi rinchiusi in campi di detenzione. Quaranta piccole stanze dove gli uomini hanno vissuto per mesi ammassati e maltrattati. Li hanno costretti a chiamare i propri familiari per farsi mandare dei soldi che avrebbero dovuto sostenere i corsi di formazione e le spese burocratiche. Le famiglia hanno mandato loro fino a mille dollari, che sono finiti direttamente nelle mani degli aguzzini. In qualche caso, le vittime dovevano convincere conoscenti e amici a intraprendere loro stessi quel viaggio.

La Vice Commissaria di Polizia di Accra, in Ghana,  e Direttrice generale del Dipartimento di Investigazioni Criminali Lydia Yaako Donkor, ha parlato dello smascheramento in una conferenza stampa il 30 giugno 2025. La polizia ghanese, quella nigeriana e l’Interpol, per il momento ha arrestato quattro persone le quali fanno parte di un’organizzazione criminale che tratta esseri umani.

QNET forse complice della truffa

Ma non finisce qui. Sembra che questa organizzazione abbia agito indisturbata grazie alla protezione di una grossa multinazionale di network Marketing, QNET. L’azienda ha una lunga storia di controversie alle spalle, poiché accusata più volte di frode fiscale e di traffici illeciti di denaro.

Inoltre, per assumere personale, utilizzerebbe un sistema piramidale ormai illegale, il cosiddetto “schema Ponzi“, per cui i soldi della società deriverebbero soltanto dal contributo iniziale dei nuovi “adepti” e non dalla effettiva vendita dei prodotti, impedendo di fatto una reale crescita organica e qualunque ritorno per gli affiliati. Nonostante questo, QNET è lo sponsor ufficiale del Manchester City, squadra di punta della Premier League di calcio inglese.

L’azienda ha negato tutte le accuse di complicità. Quello che è certo è che queste truffe sono molto diffuse e fruttuose, specialmente nell’area dell’Africa occidentale, dove disoccupazione, povertà e instabilità politica sono la normalità. In più, tra le giovani generazioni si sta probabilmente diffondendo l’idea che il sogno di diventare calciatore sia realizzabile, e non a torto.

Perché l’Africa?

Le reclute di giocatori africani nei campionati calcistici d’élite è molto aumentata nell’ultimo decennio. Ad oggi circa 500 gli uomini di origine africana giocano nei migliori club europei, e altri centinaia nei campionati in Medio Oriente e Asia. Stanno quindi diventando una parte vitale di una delle più grandi industrie sportive del mondo: il solo mercato calcistico maschile europeo valeva, all’inizio del 2024, più di 30 miliardi di euro all’anno. Un ragazzo che viene da realtà indigenti sarà infatti più propenso ad accettare una paga relativamente bassa in club minori, che li formano al fine di diventare le nuove stelle del calcio. La paga media per un calciatore professionista in Costa d’Avorio è di 500 euro al mese.

Inoltre, l’Africa è il continente con la maggiore quantità di giovani al mondo. Più del 60% della popolazione ha meno di 25 anni. Nelle nazioni più povere, molti di loro trovano nel gioco del calcio una distrazione quotidiana e molto economica alle loro condizioni di vita. Insomma, l’Africa occidentale è un bacino ricchissimo di nuovi potenziali talenti, che hanno spesso già dimestichezza con il pallone. Basta inviare qualche talent scout nel continente e il gioco è fatto: guadagni stratosferici, con investimenti iniziali molto bassi.

Il tutto alimentato dal modello convincente e dalle storie di quelli che “ce l’hanno fatta”, ragazzi che venivano dai bassifondi del continente africano e sono diventati calciatori famosi, come Victor Osimhen. Il calciatore nigeriano da bambino vendeva bustine di acqua in strada per guadagnarsi da vivere, poiché orfano di madre e con padre disoccupato. Ha trovato le sue prime scarpe da calcio in una discarica di Lagos e con quelle ha iniziato a giocare a calcio, l’unica distrazione in una vita di stenti. Una volta adolescente ha iniziato a giocare nel Synergy Ultimate Straikers Academy, scuola calcio di Lagos, che lo ha poi lanciato nelle nazionali giovanili. Oggi è un giocatore di serie A la cui performance vale 75 milioni di euro.

La storia di Simon

La disperazione, unita alla speranza del successo, è terreno molto fertile per il traffico di esseri umani. Come racconta un reportage di New Line Magazine, scritto da Alija Alex Čizmić e Marco Simoncelli, circa 15mila ragazzi vengono truffati ogni anno in Africa con la promessa di un contratto da calciatore. Uno di questi è Simon, un ragazzo della costa d’Avorio. La sua famiglia ha dato circa 300 dollari a un presunto allenatore che, dopo averlo visto giocare in una squadra locale, ha proposto a lui e altri nove ragazzi di presentarsi a un’accademia calcistica in Benin. Ma, una volta lì, l’ “allenatore” è scomparso con i soldi, lasciando i ragazzi senza supporto né alloggio in un paese sconosciuto.

Hanno svolto quindi ogni tipo di lavoro in cambio di cibo o denaro, per tornare a casa o cercare altre opportunità, che poi Simon ha trovato. Simon Adingra, dopo aver giocato nella squadra del Brighton, è stato appena venduto al Sunderland per 20 milioni di dollari. Ha rivelato la sua storia di riscatto ai microfoni di una conferenza stampa dopo che la nazionale ivoriana ha vinto il titolo African Cup of Nations. Senza quei microfoni, però, la sua storia sarebbe probabilmente passata ben più inosservata, come quelle di molti altri ragazzi che subiscono queste truffe.

Le soluzioni alla “truffa del calciatore”

Con le magistrature, gli organi di polizia, le federazioni internazionali e i singoli club si sta cercando di impedire il fenomeno del traffico di calciatori. La FIFA, per esempio, ha imposto delle regole ai suoi club per i reclutamenti. “Dovrebbero ricevere un documento d’identità elettronico registrato e una lettera ufficiale di invito del club interessato” – ha spiegato a Čizmić e Simoncelli Alexandre Kouakou, un agente molto stimato nel calcio ivoriano che sensibilizza i giocatori sulle truffe e li aiuta a riconoscere le lettere d’invito false.

E continua: “le regole sono ancora più severe per i minorenni. Sebbene i giovani giocatori possano essere osservati e ingaggiati prima dei 18 anni nel paese in cui vivono, i trasferimenti internazionali per i minori sono consentiti solo in rare eccezioni e comportano una serie di restrizioni. Per esempio deve esserci l’autorizzazione scritta dai genitori, deve essere assicurato un alloggio, una copertura delle spese e un referente in squadra. Soprattutto, sollecitare o riscuotere compensi relativi a un provino è off-limits».

Il caso di Djaoum

Il problema è che molti ragazzi non conoscono queste regole. Il reportage racconta anche la storia di Armel Djaoum, che aveva 19 anni quando fu truffato. Lo hanno mandato in Marocco per un provino che gli è costato 2.100 dollari. Il provino, però, non è mai avvenuto. Al suo ritorno in Costa d’Avorio, lo stigma sociale di essere partito con grandi ambizioni e di essere tornato senza niente lo colpì duramente. “La gente ha iniziato a non prendermi sul serio – ha detto Djaoum – e quando andavo ad allenarmi mi prendevano in giro. Mi hanno ferito, ma non sapevano cosa avessi passato”.

Un altro problema è che, se a essere complici sono aziende grosse e importanti, sfuggire alle truffe è più complesso. Per il momento la collaborazione di QNET non è ancora stata dimostrata. Ma siamo proprio sicuri che, anche se venisse provata la colpevolezza dell’azienda, questa cesserebbe di sponsorizzare il calcio professionistico? D’altra parte, questo ambiente non è nuovo al girarsi dall’altra parte in casi di palese violazione dei diritti umani, qualora ci siano in ballo grossi guadagni.

I mondiali in Qatar

Pensiamo al caso dei mondiali in Qatar, le cui ombre arrivano sino al FIFAgate del 2015: decine di arresti nei piani alti della Federazione per corruzione, riciclaggio e mazzette da oltre 150 milioni di dollari. Il tutto anche per comprare i voti che avrebbero deciso le nazioni dove svolgere i mondiali, tra cui Russia e Qatar. A Doha sono stati spesi miliardi di dollari per un progetto dall’enorme impatto ambientale e con benefici solo temporanei per i locali. In più, durante la costruzione degli impianti sportivi, sono morti seimila operai a causa delle condizioni pessime di lavoro. Condizioni già note anni prima dell’inizio dei giochi.

Quando si ha troppo da guadagnare, i mezzi usati per arrivare al risultato passano in secondo piano. Il mondo del calcio professionistico maschile sembra ormai sottostare a questa dinamica spianando quindi la strada, direttamente o indirettamente, a frodi e vero e proprio traffico di esseri umani. A farne le spese sono, come sempre, coloro che non hanno potere, che vorrebbero soltanto uscire dalla miseria e, magari, realizzare un grande, innocente sogno d’infanzia.

Articolo a cura di Iris Andreoni

Foto in copertina di Dan Gold via Unsplash

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