Il femminicidio è (quasi) reato. Il sì unanime del Senato
Il 24 luglio 2025 il Senato ha votato all’unanimità una nuova legge che riconosce il reato di femminicidio. L’uomo accusato di tale reato potrà essere condannato all’ergastolo. La legge, che ha subito nel tempo aggiustamenti e variazioni, entrerà nel codice penale qualora passi anche alla Camera dei deputati.
La legge sul femminicidio
Qualunque uomo compia un atto di discriminazione o di odio verso una donna in quanto donna (o di una persona che si percepisce tale) o come conseguenza del suo rifiuto a una relazione affettiva sarà condannato all’ergastolo. Questa è la nuova legge che, dopo il voto unanime del Senato, entrerà probabilmente nel codice penale. 161 i sì, 161 i presenti al voto. Si aspetta ora l’opinione della Camera, che difficilmente sarà diametralmente opposta a quella del Senato.
Un’altra novità positiva della legge sono gli aiuti, in termini di denaro, agli orfani di femminicidio. Sono stati stanziati, infatti, 10 milioni di euro per i/le minori privati/e della madre se uccisa in quanto donna, anche se l’omicida non aveva un legame affettivo con lei, né al momento del reato né prima. Verranno aiutati dallo stato anche i figli di donne sopravvissute a tentativi di femminicidio, ma rimaste gravemente compromesse, fisicamente e psicologicamente, tanto da non poter più prendersi cura di loro.
“Sono estremamente lieto“, ha dichiarato il presidente del Senato Ignazio La Russa, perché “sui temi importanti il Senato sa esprimersi senza distinzioni di appartenenza“. Soddisfatta anche la premier Giorgia Meloni, perché “l’Italia è tra le prime nazioni a percorrere questa strada, che siamo convinti possa contribuire a combattere una piaga intollerabile“.
Il femminicidio non è un omicidio
È vero, si tratta di una svolta storica. Ma molte persone ancora si chiedono: il femminicidio non è un semplice omicidio? Sì, è un omicidio, ma con alcune caratteristiche che lo rendono un caso a sé: il femminicidio è anche un fenomeno culturale. E, finalmente, possiamo dargli un nome.
Il primo modo per arginare questa piaga, infatti, è riconoscerne l’esistenza, anche a livello penale. Le leggi sono parte della cultura di un paese, poiché ne riflettono i problemi e contribuiscono a risolverli. Introducendo l’aggravante di femminicidio a un assassinio, le potenziali vittime sarebbero maggiormente tutelate qualora denunciassero alcuni atteggiamenti da parte degli uomini che rispondono alle motivazioni che solitamente li portano a compiere questo tipo di reato. I carnefici, poi, saranno disincentivati a compierlo.
Il femminicidio smaschera la violenza di genere
Quando infatti si approfondiscono i casi di accertato femminicidio, vi sono dei meccanismi spaventosamente ricorrenti. Come dice la legge, i femminicidi sono gli “atti di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna, per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l’espressione della sua personalità“. Il tragico epilogo, quindi, nel femminicidio è sempre preceduto da violenze di genere di vario tipo, che lo rendono un fenomeno strutturale e culturale, e non solo derivante da circostanza casuali e particolari, come per altri tipi di omicidio. Insomma, se una persona è donna, è maggiormente a rischio di abusi e maltrattamenti da parte di un uomo, che possono poi portare alla sua uccisione.
La prima bozza della legge, però, era considerata troppo generica e faceva emergere soltanto l’aspetto “emergenziale”. Sembrava infatti prendere in considerazione solo i maltrattamenti ricevuti da una donna in un breve periodo di tempo. Sono state quindi aggiunte altre aggravanti che possono incorrere in relazioni di lungo termine. Per esempio, l’allontanamento della donna da un legame sentimentale, l’aver subito soggezione o una prolungata limitazione delle sue libertà individuali, oltre che i maltrattamenti in famiglia, le lesioni e lo stalking.
Se poi è vero che l’obiettivo ultimo di una società dovrebbe essere quello di non attuare alcuna distinzione di genere in nessun ambito, purtroppo quello scenario non rappresenta, per ora, la realtà italiana. Ci sono infatti ancora molte problematiche legate alla differenze di genere, che bisogna riconoscere a livello collettivo, per poi superarle. Fare finta che non esistano significherebbe buttare la polvere sotto il tappeto.
Femminicidio ed ergastolo
Se chiamare le cose con il proprio nome è una pratica virtuosa per inquadrare e risolvere il fenomeno, si potrebbe mettere in dubbio, quello sì, il duro inasprimento della pena qualora queste non siano accompagnata da attività preventive e rieducative. Le punizioni aspre fine a se stesse sono di per sé crudeli, oltre che inutili, sia per l’individuo sia per la collettività. Nel nostro paese, uno degli ultimi in Europa in cui non è obbligatoria, una capillare educazione affettiva e sessuale nelle scuole è ancora un tabù, così come il parlare di relazioni ed emozioni in luoghi privati, specialmente per il genere maschile. Sui social, i contenuti che promuovono un rapporto sano con la sessualità vengono costantemente bannati o oscurati, e non solo in Italia.
Il carcere, poi, è ancora concepito come metodo punitivo, non come una struttura riabilitante e, appunto, rieducativa. Una struttura che dovrebbe progressivamente svuotarsi qualora le attività di prevenzione abbiano effetto. Invece, è un luogo in cui è impossibile vivere e che non fa altro che inasprire l’animo di chi ci è rinchiuso. Insomma, una pena senza prevenzione e cambiamento culturale potrebbe non risolvere il problema, bensì acuirlo.
Chi è senza peccato…
La pena dell’ergastolo può apparire come una soluzione facile. Una volta chiuse in cella a vita una manciata di persone, il problema è risolto. Invece, rischia di essere un contentino per soddisfare la voglia di caccia alle streghe, cioè i presunti “mostri” che compiono i femminicidi. Questo impedisce il riconoscimento del fatto che i “mostri” non esistono e che quegli uomini sono il prodotto di un sistema profondamente maschilista, che innaffia le radici da cui nascono gli assassini. Un sistema che, in quanto tale, ci vede tutte e tutti partecipi, in misura, ovviamente, diversa. Ognuno di noi può scavare nel proprio passato e ammettere a se stesso di aver partecipato o assistito a fenomeni di sessismo, anche inconsapevolmente. Insomma, chi è senza peccato, scagli la prima pietra.
I dati parlano chiaro: i femminicidi avvengono principalmente all’interno del nucleo familiare e sono preceduti da anni di violenze e abusi fisici e psicologici da parte di uomini che hanno normalizzato quegli atteggiamenti. Non derivano da raptus improvvisi di sconosciuti. Quando quindi riconosceremo la nostra piccola o grande parte di responsabilità nel creare quella “normalità”, allora lì sarà possibile arrivar a una soluzione. Dobbiamo agire collettivamente, giorno dopo giorno, gesto dopo gesto.
Articolo a cura di Iris Andreoni
Foto di copertina di Maxim Hopman via unsplash.com
