Persone rifugiate in aumento, ma diminuiscono i fondi alle associazioni

Tempo di lettura 9 minuti
Un report dell’UNHCR ha rivelato che, nonostante le persone rifugiate siano duplicate in dieci anni, i fondi per le associazioni umanitarie siano diminuiti. Questo comporta grossi problemi per gli individui ma anche per la società.

Avete presente il gioco in cui si scelgono tre oggetti da portare con sé qualora la propria casa andasse in fiamme? Di solito lo si fa ridendo, magari aggiungendone un quarto per la difficoltà della scelta. Ebbene, ad oggi nel mondo 122 milioni di persone vivono questa situazione sulla propria pelle. Talvolta gli oggetti sono un po’ di più, talvolta nemmeno uno. Si chiamano persone rifugiate, o sfollati, cioè persone costrette a lasciare la propria casa contro la loro volontà.

Un nuovo rapporto dell’UNHCR, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati, ha rivelato che in dieci anni le persone sfollate sono duplicate. Alla fine di aprile 2025 erano due milioni in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Il numero di domande di asilo pendenti sta crescendo costantemente dal 2016 e, solo dal 2023 al 2024, è aumentato del 22%. Nonostante questo, i fondi per le organizzazioni umanitarie che si occupano di persone rifugiate sono circa allo stesso livello del 2015.

Cosa fa l’UNHCR per le persone rifugiate

Un grosso problema, se pensiamo all’operato dell’UNHCR e le associazioni affini che supportano chi ha dovuto lasciare la propria casa nel ricostruirsi una vita, con un’utilità sia per i singoli individui, ma anche per l’intera società.

Intervengono, in primis con l’assistenza umanitaria, allestendo i campi profughi e distribuendo beni di prima necessità (acqua, cibo, medicine). Controllano che venga rispettata la Convenzione di Ginevra e forniscono una consulenza per poter tornare a casa in sicurezza, dando per esempio informazioni sulla situazione politica in patria e guidandoli nella ricerca di un lavoro. Aiutano per un’eventuale reintegrazione in un paese terzo e offrono un supporto legale per chiedere asilo e integrarsi nel paese ospitante, con corsi di lingua, assistenza sanitaria e aiuto nella ricerca del lavoro.

Perché le persone lasciano la propria casa?

I motivi per cui una persona si trova a vivere in queste condizioni sono vari. Di solito si tratta di conflitti, persecuzioni, violenze, violazioni dei diritti umani o eventi che turbano gravemente l’ordine pubblico.

Vi sono poi i disastri naturali, anche se chi parte solo per questo motivo non può ancora ottenere lo stato di rifugiato e non ha influito sui numeri del report citato. Eppure, secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, nel 2024 sono state 45,8 milioni le persone sfollate internamente a causa di calamità naturali, rappresentando il 70% di tutti i nuovi sfollati. In Ciad, ad esempio, le inondazioni hanno causato oltre 1,3 milioni di sfollati interni, il numero più alto di sfollati per calamità naturali mai registrato e maggiore dei 15 anni precedenti messi insieme. Alluvioni e inondazioni, poi, costringono nuovamente alla fuga dai campi profughi persone già sfollate a causa dei conflitti, per esempio in Repubblica Democratica del Congo, Myanmar e Sudan.

Da dove fuggono le persone rifugiate: Sudan e Siria

Secondo i dati raccolti dall’UNHCR alla fine del 2024, a causa di una sanguinosa guerra civile tutt’ora in corso, il Sudan è il paese in cui più persone al mondo sono in stato di sfollamento: si parla di 14,3 milioni, cioè una persona su tre. Dalla fine del 2023, quindi in un solo anno, le persone sfollate in Sudan sono aumentate di 3,5 milioni. La maggioranza sono sfollati interni, la restante parte è fuggita in Ciad, Egitto e Sud Sudan.

Al secondo posto, numericamente parlando, vi è la Siria, con 13,5 milioni di sfollati, molti dei quali si sono recati in Turchia. La causa è, ancora una volta, la guerra civile, che continua dal 2011 e che ha portato all’instaurazione del regime di Bashar al-Assad. Regime che è crollato proprio alla fine del 2024, lasciando dietro di sé instabilità, morte e distruzione. Alcuni gruppi politici di destra, ma anche alcuni governi, hanno proposto di togliere lo stato di rifugiati ai cittadini siriani, ma sarebbe illegale in quanto non ancora considerato paese sicuro.

Afghanistan, Ucraina, RDC, Myanmar

Poi c’è l’Afghanistan con 10,3 milioni di sfollati, un paese stremato dalle guerre, dal fallimento dell’occupazione statunitense e dal ritorno al potere dei Talebani. Gli espatriati sono stati ospitati principalmente da Iran e Pakistan. Dall’Ucraina a causa della guerra con la Russia sono fuggite 8,8 milioni di persone e hanno trovato rifugio nei paesi dell’Unione Europea. Situazioni tragiche sono anche quelle della Repubblica Democratica del Congo con 7,4 milioni di sfollati. Nel paese è in corso un conflitto tra l’esercito ufficiale e molteplici gruppi armati indipendenti. Otto persone su dieci sono rimaste all’interno del paese. Gli altri sono andati in Burundi e in Uganda. In Myanmar hanno lasciato le loro case 3.5 milioni di persone. I disordini sono iniziati nel 2021 dopo che i militari hanno rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi. Una situazione esacerbata dal terremoto del marzo 2025. La maggior parte delle persone sfollate, ancora una volta, sono rimaste principalmente all’interno del paese. Le altre sono andate in Bangladesh, Malesia e India.

Tralasciando i numeri assoluti, la percentuale di sfollati maggiore si trova nello stato di Palestina e in particolare nella striscia di Gaza, dove il genocidio in corso da parte di Israele ha sradicato il 90% dell’intera popolazione civile, lasciando due milioni di persone senza casa. Anche ad Haiti ci sono più di 1 milione di persone sfollate. Anche qui alcuni gruppi armati hanno preso totalmente il controllo del paese, esacerbando una crisi umanitaria già in corso a causa dell’estrema povertà della nazione. In Libano sono state sfollate quasi un milione di persone per i bombardamenti nel sud del paese da parte di Israele.

Le destinazioni delle persone rifugiate

La destinazione primaria di chi deve lasciare la propria casa non sono i paesi più ricchi e lontani, come spesso erroneamente si pensa. Il 60% di loro (76,5 milioni) si sposta all’interno del proprio paese e, di coloro che lasciano la nazione, il 67% si reca in un paese limitrofo. Curiosamente, i paesi a basso reddito ospitano una quota sproporzionatamente elevata sia in termini di dimensioni della popolazione (9% di quella mondiale) sia di risorse disponibili (0,6% del PIL globale). Solo Libano, Aruba e Ciad ospitano il 19% degli sfollati globali.

Quando una persona decide di cercare protezione fuori dal proprio paese, deve avanzare una richiesta per ottenere lo status di rifugiato. Al 2024 coloro che erano sotto lo status di rifugiati erano 42,7 milioni.

Per ottenere il permesso di soggiorno come persona rifugiata occorre soddisfare diversi requisiti. Il procedimento può richiedere molti mesi, sia per valutare la singola situazione, ma anche per questioni burocratiche. Nell’attesa non si può lavorare, non si ha accesso all’assistenza sanitaria né al sistema educativo. La sopravvivenza e e l’assistenza di base è solamente nelle mani di associazioni benefiche. Una volta ottenuto il permesso di soggiorno, il rifugiato può tenerlo per un periodo di tempo definito, con la possibilità di rinnovarlo qualora la situazione nel paese di origine non sia migliorata.

Nel 2024, analogamente all’anno precedente, la protezione temporanea che si innesca con l’ottenimento dello status di rifugiato è stata concessa principalmente a persone provenienti dall’Ucraina (836.100).

Le soluzioni per le persone rifugiate

Per uscire dallo stato di rifugiato le soluzioni sono l’ottenimento di un visto lavorativo, magari sponsorizzato da un’azienda, oppure la richiesta di cittadinanza e naturalizzazione, le quali possono avvenire solo dopo molti anni e molte traversie burocratiche. Tre quarti dei rifugiati che hanno acquisito la cittadinanza o ottenuto la residenza permanente lo hanno fatto in soli tre Paesi: Canada (prevalentemente da Iran e Nigeria), Svezia e Paesi Bassi.

La soluzione più auspicata dalle persone sfollate e rifugiate è però quasi sempre quella del ritorno a casa. Nell’ultimo anno sono, infatti aumentati i rimpatri. Se da un lato può essere un dato positivo, perché significa che alcune persone hanno potuto ritornare a casa, dall’altro bisogna notare che il 92% dei rimpatri ha riguardato solo quattro paesi: Afghanistan, Siria, Sud Sudan e Ucraina. Insomma, le persone sono tornate in condizioni avverse, tra conflitti ancora in corso, povertà, assenza di un governo stabile, infrastrutture non funzionanti, diritti civili assenti. Senza quindi un supporto da parte delle associazioni, anche se i rifugiati tornassero a casa, dovranno probabilmente andarsene di nuovo.

Tornare a casa prima del tempo. Perché?

Secondo il report, oltre alla circostanza in cui la situazione in patria non sia migliorata, i rifugiati scelgono di tornare in patria a causa delle difficoltà di accesso ai diritti e ai servizi nei paesi ospitanti. Il fatto che la maggior parte dei primi paesi di approdo siano a basso e medio reddito non si sposa bene con le esigenze fisiche, psicologiche e legali alquanto precarie che caratterizzano una persona sfollata. Il paese accogliente deve essere preparato ad accogliere le persone rifugiate, con strutture adeguate a una grande quantità di persone. Devono poi mettere a disposizione un grande numero di personale legale preparato ad affrontare le casistiche più delicate. Così come è necessario il personale medico. Si riscontrano, infatti, tra i rifugiati, casi di malattie infettive e croniche, malnutrizione, interruzione di eventuali trattamenti sanitari, disturbo post traumatico da stress e disturbi psichici pregressi non curati nel paese di origine.

Il report UNHCR contiene un lungo excursus sulla salute mentale dei rifugiati e parla delle conseguenze che possono incorrere qualora non si intervenga. Per esempio, la depressione può essere uno dei fattori che rende l’integrazione con il paese ospitante molto difficile. Il numero di consulenze per il supporto psicologico da parte dell’UNHR è diminuito del 6% rispetto all’anno precedente a causa della riduzione del sostegno finanziario. Presumibilmente, il supporto mentale è stato uno dei primi rami a essere tagliato, a fronte di necessità fisiche mediche più impellenti.

La pratica del reinsediamento

Perciò, qualora gli sfollati non trovino un’accoglienza dignitosa nel primo paese di approdo, talvolta è necessario che vengano reinsediati in un paese terzo. Il rimpatrio, come detto, spesso non è attuabile. Il 94% delle richieste di reinsediamento sono state accolte da Stati Uniti, Canada, Australia e Germania. Il 47% delle richieste gestite dall’UNHCR nel 2024 sono state presentate da bambini, un segno della generale mancanza di strutture adeguate all’accoglienza di persone fragili a livello globale. L’UNHCR prevede che nel 2025 ci saranno 2.9 milioni di richieste di reinsediamento, più del doppio rispetto a quelle del 2021.

I tagli dei fondi per le associazioni umanitarie

Eppure, l’UNHCR come anche le altre associazioni umanitarie stanno subendo tagli drastici ai finanziamenti.

Un grande colpo è derivato dal taglio dei fondi a USAID (Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale) da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. USAID è la più grande agenzia al mondo di finanziamento per gli aiuti umanitari e allo sviluppo e supporta anche le persone rifugiate, specialmente con l’assistenza alimentare di emergenza. La rivista scientifica Lancet ha condotto una “Valutazione dell’impatto di due decenni di interventi Usaid” e una proiezione degli effetti del disimpegno statunitense sulla mortalità dei soggetti più fragili. Più di 14 milioni di individui tra i più fragili, inclusi molti bambini, rischiano la vita a seguito di questa decisione. Oltre al fatto che il mantenimento di milioni di persone senza casa, lavoro, senso di appartenenza e mentalmente e fisicamente instabili è un problema per la società tutta.

Il mantra per chi parla di persone rifugiate è quello di non ridurle a soli numeri. I dati, però, possono essere molto utili per aumentare accessibilità, l’accuratezza, la comparabilità, l’affidabilità e la tempestività degli aiuti, e rendere così più efficaci le risposte alle crisi in tutto il mondo. I tagli dei fondi alle associazioni umanitarie potrebbe compromettere anche la rilevazione dei dati. E, quindi, la realizzazione di report come quello preso in esame in questo articolo. Un report che ci ha aiutato a capire meglio il mondo e quindi a fare qualcosa per migliorarlo.

Foto di Julie Ricard via Unsplash                                                                                                       Articolo a cura di Iris Andreoni

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