La stagione violenta del Kenya che protesta contro Ruto

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Pressione fiscale, corruzione e violenta repressione: da oltre un anno il Kenya manifesta contro William Ruto. Che non intende retrocedere.

Ha un bilancio drammatico, la tensione tra la popolazione del Kenya e il presidente William Ruto. Le 31 vittime dello scorso 7 luglio si aggiungono ai 19 morti del 25 giugno. E un anno fa morirono addirittura 60 persone in strada e per mano delle forze dell’ordine secondo un rapporto della Commissione Nazionale dei Diritti umani in Kenya (KHRC).

Come se ciò non bastasse, le manifestazioni antigovernative si portano dietro centinai di feriti e di arresti. A scendere in strada, a Nairobi come in diverse altre regioni del Paese, sono soprattutto giovani conosciuti in patria come Generazione Z. Le motivazioni delle proteste contro Ruto vanno ricercate nelle politiche fiscali, nell’assenza di lavoro – senza dimenticare la precarietà del sistema sanitario e i metodi repressivi del Governo.

Non a caso, a fine giugno la popolazione ha manifestato in seguito alla morte del giovane blogger Ojwang, deceduto in carcere dopo essere stato arrestato per aver accusato sui social l’operato della polizia. Dalla prigione, Oiwang ne è uscito soltanto morto. Per “suicidio”, secondo una prima versione delle Polizia. Di fronte all’evidenza dei fatti, però, il governo si è visto costretto a rivedere la sua posizione in merito al decesso di Ojwang, assicurando anche l’istituzione di un’indagine. Tuttavia, l’evento non ha fatto altro che indignare legittimamente una popolazione già molto preoccupata per il clima di regime instaurato dal governo.

Anche gli scontri del 7 luglio sono nati durante una manifestazione peraltro commemorativa – che ha visto il dispiegamento dell’esercito per isolare buona parte della Capitale. Si ricordava il “Saba Saba day”:  il 7 luglio 1990, in Kenya ci furono proteste di massa per ottenere elezioni libere e una democrazia multipartitica. Anche all’epoca la reazione del Governo fu brutale: le vittime del regime guidato da Daniel arap Moi furono almeno 20 e da allora, ogni anno, in questa data si svolgono manifestazioni pacifiche per ricordare il momento in cui il Kenya ha messo in discussione il sistema monopartitico per la prima volta.

 

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Oggi come allora, le manifestazioni non sono ben viste da chi guida il Paese africano. Per il Ministro degli Interni kenyota le proteste di questi giorni non sono che “terrorismo mascherato da dissenso” e un “tentativo incostituzionale” di cambiare il governo. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Ruto: “Il Kenya non può e non sarà governato attraverso minacce, terrore o caos. Non sotto la mia supervisione”.” Indirizzandosi all’opposizione, poi, ha assicurato che il Kenya “non sarà distrutto da poche persone impazienti che vogliono un cambio di governo con mezzi incostituzionali. Non accadrà”. Dopo aver “chiuso” Nairobi per il Saba Saba, il Presidente ha ordinato di sparare alle gambe a chiunque danneggiasse una proprietà altrui durante le manifestazioni.

Del resto William Ruto è al centro di contestazioni praticamente dal giorno della sua stessa elezione, nel Settembre del 2022, quando entrò in carica ma con accusa di brogli. Diventato presidente di un Kenya già in forte difficoltà da un punto di vista finanziario ed economico, Ruto ha messo in pratica una riforma fiscale che ha inasprito le tasse anche su beni di prima necessità come il pane eliminando sussidi statali su altri beni.

Per quanto le manifestazioni dello scorso anno avessero costretto il Governo a fare un passo indietro e rivedere parte delle misure prese, la repressione del dissenso è stata forte: secondo il KHRC, nel 2024 sono morte decine di persone e almeno ottanta attivisti sono spariti, colpevoli di avere espresso la loro posizione in piazza o sui social.

I giovani kenyoti quest’estate stanno scendendo in piazza pretendendo una politica economica più sostenibile, chiedendo chiarezza sulle morti e sulle sparizioni che si sono verificate in questi mesi. Inoltre, secondo la Banca Mondiale, il Kenya perde l’8% del PIL in tangenti e appropriazioni indebite: la Gen Z desidera trasparenza su conti e investimenti pubblici.

Quanto succede in Kenya non ha peso solamente in patria: il Paese, infatti, è la quarta economia dell’Africa subsahariana dopo Nigeria, Sudafrica ed Etiopia e la settima del continente, secondo il Fondo Monetario Internazionale. Inoltre, il Kenya rappresenta quasi il 50% del PIL della Comunità dell’Africa orientale: di conseguenza, una crisi del debito in Kenya potrebbe avere un effetto domino sulla regione.

Articolo a cura di Sara Gullace

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