Anche i romani tornano alla terra

Approvato dalla Giunta comunale un Regolamento che disciplina la nascita e la gestione degli orti urbani

 di Francesca De Santis

Orti_urbani_1Passeggiando fra le vie di Roma, capita sempre più spesso di svoltare l’angolo e trovarsi proiettati quasi in un’altra epoca; un tempo dimenticato nel quale il nonno si ritrova accanto al nipote a spiegare come si scavano solchi e piantano insalate; un’epoca nella quale ci scambia consigli sul come far crescere meglio le melanzane e si condividono poi i frutti del raccolto; un’epoca in cui gran parte di ciò che si mangia viene dalla terra e in cui l’unico tempo che conta è quello delle stagioni. Accanto a grandi strade consolari e all’ombra dei palazzi, accade che questa epoca lontana torni a frapporsi, con tutta la sua carica nostalgica ed eterna, alla routine dei giorni tutti uguali, alla nascita di un nuovo ipermercato ogni due metri e ai supermercati sempre aperti, anche di domenica, in barba al sacrosanto diritto di ogni lavoratore di riposare.

Tutto ciò rivive grazie al fenomeno degli orti urbani, spazi verdi spesso abbandonati a se stessi, che cittadini organizzati in associazioni hanno preso e trasformato in terre coltivabili dalle quali trarre prodotti agricoli per il proprio consumo familiare. A Roma, sono circa centocinquanta le realtà di questo tipo. Proprio a causa della crescente espansione del fenomeno, si è sentita l’esigenza di regolamentarne la creazione e la gestione. Il 17 ottobre scorso, la Giunta del Comune di Roma ha quindi approvato un Regolamento che dovrà ora passare all’esame dell’Assemblea capitolina.

Il comune darà la gestione del terreno in comodato d’uso gratuito alle associazioni che si costituiranno per la creazione di un orto urbano. I lotti potranno essere di massimo 60 metri quadri e verranno assegnati, secondo alcuni criteri, agli associati che potranno beneficiarne per sei anni. Sarà inoltre predisposta una scheda per mettere in regola gli orti già esistenti e una specifica per la creazione dei nuovi. I prodotti degli orti urbani non potranno, infine, essere venduti.

Il numero degli orti urbani è cresciuto vertiginosamente nell’ultimo periodo. La crisi ma anche una maggiore attenzione alla qualità del cibo e al chilometro zero hanno contribuito al ritorno degli italiani alla terra. Secondo un’analisi della Coldiretti diffusa questa estate, nel 2013 erano circa 3,3 milioni i metri quadri di spazi di verde pubblico di proprietà comunale, divisi in piccoli appezzamenti e adibiti alla coltivazione ad uso domestico, all’impianto di orti e al giardinaggio ricreativo: un dato triplicato rispetto a quello del 2011, quando le aree dedicate agli orti urbani erano di appena 1,1 milioni di metri quadri.

L’81% di questi spazi si concentra nel nord del Paese, in particolare nelle città di Torino, Parma e Bologna. Con il tempo, il fenomeno si allargato a macchia d’olio anche al resto della penisola: al centro, in quasi due città capoluogo su tre si registra la presenza di orti urbani mentre al sud e nelle isole, secondo l’Istat, sono presenti in alcune città come Napoli, Andria, Barletta, Palermo e Nuoro. Non solo spazi pubblici ma anche balconi e terrazzi privati o condominiali stanno diventando, sempre più spesso, piccoli orti per la produzione fai da te di lattughe ed erbe aromatiche.

Gli orti urbani rispondono sia a esigenze economiche, dettate dal periodo di crisi, sia a necessità sociali. Come spesso succede nelle grandi città, sono i cittadini ad accorgersi prima delle istituzioni dei reali bisogni dei territori. Così, un parco abbandonato, in mano a cittadini volenterosi può diventare un orto dove ciascuno può produrre ortaggi per se ma anche centro didattico nel quale portare in visita gli alunni del quartiere, per fargli conoscere il rosmarino piuttosto che il timo, alla scoperta dei pomodori che non crescono sul bancone del supermercato.

Gli orti urbani costituiscono un nuovo motore di socialità: intorno a zucche e fagiolini, si ritrovano gli abitanti della zona che, insieme, portano avanti un progetto, restituendo dignità a un territorio e a valori dimenticati quali quelli della condivisione e della convivialità. Dopo il lavoro e nei fine settimana, sono tante le persone che hanno scelto questo tipo di svago? Passatempo? No, impegno. Perché per mandare avanti un orto ci vuole fatica, dedizione, pazienza e amore. E per farlo, nella giungla delle nostre città, ci vuole ancora più coraggio.

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