La poesia come “Camminamento”. Tra fragilità, luce e radici siciliane
Con “Camminamento” la poetessa catanese Giulia D’Anca racconta la trasformazione, il movimento e la ricerca di sé. Un viaggio poetico nel quale il paesaggio interiore incontra la natura e la Sicilia diventa presenza, memoria e luce. L’abbiamo intervistata per parlare del suo ultimo libro e del suo rapporto con la scrittura.
Ci sono viaggi che non conducono necessariamente verso un luogo. Percorsi fatti di cambiamenti, soste, ritorni, fragilità e nuovi punti di osservazione. È da questa dimensione che sembra nascere “Camminamento”, l’ultima raccolta poetica di Giulia D’Anca, poetessa siciliana, pubblicata da Carabba nel gennaio 2025.
Nata a Catania nel 1985, Giulia D’Anca ha una formazione che intreccia comunicazione e sociologia: dopo la laurea in Scienze della comunicazione e la magistrale in Culture e linguaggi per la comunicazione all’Università di Catania, ha conseguito un dottorato di ricerca in Sociologia dell’innovazione e dello sviluppo all’Università Kore di Enna. Oggi è docente nella scuola secondaria di secondo grado.
Il suo percorso poetico prende forma editorialmente nel 2020 con “Vicino a me”, seguito nel 2023 da “La percezione dell’indistinto”. Negli anni i suoi componimenti sono entrati in diverse antologie e riviste letterarie e hanno ottenuto riconoscimenti in numerosi premi, fino ai più recenti risultati all’Etnabook 2025.
Con “Camminamento”, però, già dal titolo sembra emergere qualcosa di diverso: non tanto una destinazione quanto la necessità stessa di continuare a muoversi. L’abbiamo intervistata per Ghigliottina.info proprio per entrare dentro questa sua idea di poesia come attraversamento, capace di trasformare fragilità, cambiamento e radici in materia poetica.
Partiamo proprio dal titolo
Che cosa significa per te “Camminamento”? È un luogo, un percorso o uno stato dell’anima?
«”Camminamento” è un percorso che si traduce in stato dell’anima. Un processo di trasformazione perenne; è un luogo metaforico e, per citare un tema caro alla sociologia, un luogo/non-luogo».
D’Anca recupera anche il significato originario della parola: il camminamento era lo spazio sopraelevato dei castelli dal quale i soldati osservavano ciò che accadeva intorno a loro. Un luogo di movimento, ma contemporaneamente di osservazione e protezione. Ed è proprio questa l’immagine che associa alla poesia: uno spazio dal quale guardare il mondo e, allo stesso tempo, trovare rifugio “nei momenti di burrasca“.
Le tue poesie sembrano spesso suggerire più che spiegare. Quanto è importante lasciare al lettore uno spazio di interpretazione?
«Lo spazio interpretativo è per me un elemento di fondamentale importanza. L’intenzione del poeta, nel mio immaginario, non deve entrare in conflitto con il processo di fruizione del lettore».
È proprio nella distanza tra ciò che il poeta intende inizialmente e ciò che il lettore trova nei versi che, secondo D’Anca, può nascere la magia della poesia. Un linguaggio che non necessariamente fornisce risposte immediate, ma evoca, suggerisce e lascia aperta la possibilità di attribuire nuovi significati alle parole.
Dalla fragilità nasce la forza
Una delle tensioni più evidenti di “Camminamento” è quella tra elementi apparentemente opposti: vita e morte, realtà e immaginazione, paesaggio naturale e dimensione interiore.
Nel libro convivono fragilità e forza. Quale delle due senti più vicina alla tua scrittura?
«Ritengo che la forza espressa attraverso la scrittura sia una naturale evoluzione della mia fragilità in quanto essere umano».
La poesia diventa allora un modo per dare forma alle contraddizioni. Sono proprio la fragilità e i moti interiori, spiega l’autrice, a generare l’urgenza della parola e il bisogno di ancorare attraverso la scrittura le emozioni più vive.
Anche il processo creativo nasce dall’incontro di dimensioni diverse. Un’immagine, un suono, una parola, un paesaggio possono diventare l’innesco di un componimento. Il primo impulso è istintivo, ma a questo segue un lungo lavoro sul testo.
Quando capisci che una poesia è davvero finita?
«Torno più volte sui testi, li lascio sedimentare, li ascolto nel silenzio, elimino tutto ciò che è superfluo. Credo che una poesia sia conclusa quando non ha più bisogno di dimostrare nulla e riesce a respirare da sola».
La Sicilia come paesaggio interiore
Dentro questo cammino c’è poi una geografia che non ha bisogno di essere continuamente nominata per essere presente: la Sicilia. Per Giulia D’Anca non è soltanto il luogo delle origini. È quasi una grammatica attraverso cui osservare il mondo.
Sei nata a Catania. Quanto della Sicilia vive nella tua scrittura?
«La Sicilia è una presenza profonda, anche quando non viene nominata. È il paesaggio interiore da cui provengo: la luce intensa, il mare, l’Etna, il senso del confine e insieme dell’apertura».
Ma la Sicilia raccontata dalla poetessa è soprattutto terra di contrasti: bellezza e fragilità, memoria e desiderio di andare oltre, appartenenza e altrove.
Ed è forse proprio la luce a rappresentarla meglio.
«La luce siciliana non addolcisce le cose, le rivela. Il vento modifica continuamente il paesaggio e insegna il movimento, il cambiamento».
Anche qui ritorna, dunque, il cuore di “Camminamento”: nulla rimane definitivamente immobile. Persino le radici possono convivere con il desiderio di partire e la vulnerabilità con la forza.
Abitare le domande
C’è infine un’espressione utilizzata da D’Anca che forse permette di entrare ancora più profondamente nel senso della sua scrittura: “abitare le domande”.
Che cosa ti ha insegnato la poesia sulla vita?
«La poesia mi ha insegnato ad abitare le domande senza avere fretta di trasformarle in risposte. Mi ha insegnato che la vulnerabilità non è una debolezza, ma uno spazio di conoscenza. E che esiste una forma di verità che non passa dalla spiegazione, ma dall’ascolto».
Forse è proprio qui che il titolo della raccolta trova il suo significato più profondo. “Camminamento” non racconta la conquista di una meta, ma ciò che accade mentre la stiamo cercando.
Quando le chiediamo di descrivere il libro con una sola parola, D’Anca sceglie infatti “attraversamento”: il movimento di chi continua a cercare accettando che il senso possa trovarsi nel percorso e non necessariamente nel punto d’arrivo.
E allora chiudiamo tornando alla Sicilia. Le chiediamo quale verso di “Camminamento” lascerebbe scritto su una panchina davanti al mare della sua terra.
La risposta arriva con pochi versi:
Estate non è stagione, estate è epifania dell’anima.
Per D’Anca l’estate diventa uno stato dell’essere, un’apertura attraverso la quale la luce riesce a raggiungere anche ciò che era rimasto in ombra. E forse non potrebbe esserci immagine migliore per concludere il suo Camminamento: una panchina, il mare della Sicilia davanti e uno sguardo che continua a cercare oltre ciò che appare.
Intervista e immagini a cura di Elena Murgia
