Una riforma per il cinema: tra giovani autori e nuove prospettive, l’Italia cerca di tornare ai suoi antichi splendori

Tempo di lettura 4 minuti
Una nuova riforma per il cinema e l’audiovisivo prova a smuovere le acque di un settore che sembrava essere rimasto immobile, statico. Eppure, tra nuove uscite in sala e nuove regole, il cinema italiano sembra voler cercare nuove strade per riaffermare il proprio valore culturale.

Sentiamo fin troppo spesso ripetere che il cinema italiano è tramontato, irrecuperabile, morto. Affermazioni semplicistiche, che rischiano di mettere in ombra una realtà ben più complessa. Il nostro cinema deve fare i conti con una tradizione fortissima, una storia straordinaria, che ha contribuito a trasformare il linguaggio cinematografico internazionale e modelli artistici che ancora oggi rappresentano un punto di riferimento.

Ma che cosa resta di questa eredità? È soltanto una memoria gloriosa, ormai lontana, oppure una tradizione ancora capace di rinnovarsi? Le opere di registi affermati come Paolo Sorrentino, Luca Guadagnino, Alice Rohrwacher, Paolo Genovese, Matteo Garrone, Paola Cortellesi, giusto per citarne alcuni, dimostrano quanto il panorama italiano sia variegato. Accanto a loro, nuove voci e nuove storie stanno man mano emergendo, donando al mondo visioni artistiche inedite.

Tra questi, spicca Paolo Strippoli, regista trentatreenne, sbarcato alla Mostra del Cinema di Venezia con “L’Estranea”, film selezionato per rappresentare l’Italia agli Oscar 2027, uscito al cinema l’8 ottobre. Un risultato che accende i riflettori su un autore emergente e sul potenziale di un cinema capace di attraversare i generi.  

Un progetto di riforma per il cinema

Tutto questo però si inserisce all’interno delle dinamiche di un’industria che deve essere in grado di accompagnare il talento di questi artisti. Servono risorse e fiducia affinché le idee divengano opere compiute. Ed è in questo contesto che si inserisce la proposta di riforma. Il “Testo Unico sul Cinema e sull’Audiovisivo”, approvato dalla Camera dei deputati il 10 settembre scorso (in attesa di approvazione in Senato), si organizza in 6 articoli con l’obiettivo di sostenere e tutelare chi ne fa parte.  

Uno dei nodi centrali è quello che riguarda il rapporto tra le istituzioni e l’industria culturale. Il cinema deve poter rappresentare l’immaginario e le storie che l’autore vuole mostrare agli spettatori e al mondo, senza che la politica interferisca con queste produzioni. 

Il testo prevederebbe l’istituzione di un “Forum del cinema e dell’audiovisivo”, formato da 16 esperti e rappresentanti dei lavoratori, volto a proporre idee e fare in modo che le politiche pubbliche ascoltino i veri bisogni di chi fa cinema. Tutto questo, insieme a una crescente attenzione nei confronti di giovani promesse, sostenuti attraverso fondi e incentivi, renderebbe possibile la crescita di produzioni indipendenti, favorendo un dialogo tra i vari settori.  

A questa posizione di confronto si affiancherebbe quella della “Agenzia”, organo che si occuperebbe di gestione pratica, controllando effettivamente bilanci e bonus fiscali, e assistendo tutto il reparto creativo e organizzativo di un film: gli operatori avrebbero un quadro più prevedibile per organizzare le proprie attività attraverso una programmazione triennale. Perché dietro a ogni lavoro non ci sono solo registi e attori, ma un’intera comunità di professionisti: montatori, sceneggiatori, direttori alla fotografia, tecnici, scenografi.  

Tecnologia e nuovi orizzonti 

Il sostegno alle nuove generazioni rimane però uno delle questioni più importanti: un cinema che vuole rinnovarsi ha bisogno anche di lasciare spazio a chi non ha ancora un nome riconosciuto o grandi risorse economiche.

La riforma infatti interviene anche sul sistema di protezione economica dei lavoratori dello spettacolo attraverso “l’indennità di discontinuità”.

Attori, registi e sceneggiatori verrebbero pagati anche durante i periodi di inattività, cioè nei mesi di pausa tra una produzione e un’altra. La discontinuità occupazionale è una delle principali fragilità strutturali del sistema e può rendere difficile trasformare una passione, in un’occupazione stabile e sostenibile. 

Una grande sezione è dedicata infine alle trasformazioni tecnologiche e all’intelligenza artificiale: la riforma richiama un utilizzo responsabile e trasparente dell’IA a tutela degli autori e degli interpreti. Una questione che si inserisce all’interno di un dibattito internazionale. Con l’ “AI Act“, L’Unione Europea ha già imposto l’obbligo di trasparenza: deepfake o contenuti generati anche solo parzialmente con l’AI devono essere esplicitamente segnalati. Hollywood, invece, ha già da qualche tempo blindato le repliche digitali degli attori.  

Le sorti del nostro cinema  

Resta quindi alla fine una domanda: questa riforma cambierà davvero le sorti del cinema italiano? Riuscirà a definire più concretamente una strada da seguire? 

La risposta dipenderà dalla sua attuazione pratica e dalla disponibilità reale delle istituzioni di mettersi all’ascolto di chi ogni giorno lavora e vive di cinema. Le intenzioni sono dunque quelle di migliorare le aspettative di un’industria importante nel nostro Paese e nel mondo, ma anche quella di generare nuova arte, memoria e identità culturale forte.  

Finanziare il cinema, quindi, significa sostenere un apparato industriale, ma significa soprattutto proteggere uno spazio profondamente umano. Questa riforma da sola non rivoluzionerà di certo il settore, ma è un passo in avanti. Non può restituire al cinema italiano i suoi antichi splendori, ma può contribuire a costruire le condizioni purché torni a brillare.  

Articolo a cura di Chiara Lepore

Immagine di copertina via Unsplash

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