Il sesso rimane tabù: la nuova legge sull’educazione sessuale a scuola
Le nuove norme sull’educazione sessuale nelle scuole sono entrate in vigore. Non si potranno trattare argomenti relativi alla sessualità all’infanzia e alla primarie. Si potrà invece, previo consenso delle famiglie, nelle scuole secondarie.
Cosa dice la legge
Giovedì 4 giugno il Senato ha approvato il disegno di legge sull’educazione sessuale nelle scuole. A favore 78 voti, 38 i contrari. D’ora in poi, sarà vietato affrontare temi attinenti all’ambito sessuale nelle scuole primarie e dell’infanzia. Per quanto riguarda le secondarie di primo e secondo grado, sarà necessaria un’autorizzazione firmata dai genitori, che devono essere informati almeno una settimana prima sui contenuti dell’attività, gli obiettivi educativi e l’eventuale presenza di persone esperte esterne alla scuola. Chi è maggiorenne, dovrà firmare da sé il consenso. A studenti e studentesse che non danno il consenso saranno garantite attività alternative.
Propaganda gender nell’educazione sessuale?
Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha commentato l’approvazione della riforma dicendo che questa tutelerà “i bambini dalla confusione della propaganda gender” e restituirà “voce ai genitori sulle tematiche della identità di genere per i figli adolescenti minorenni”. Queste dichiarazioni, però, non si basano su dati di realtà. La parola inglese gender, “genere”, non è nulla di astruso. Non è il nome di un movimento, né di un piano politico, né di un’ideologia.
Semplicemente, discutere dell’identità di genere porta il tema del corpo su un piano più alto, di consapevolezza di sé e accettazione di quello altrui, senza pregiudizi o stereotipi. Flavia Restivo, nel suo saggio “Gli svedesi lo fanno meglio”, afferma che in Svezia, attraverso giochi e attività appropriate all’età, i bambini imparano che ci sono differenze tra i corpi di maschi e femmine, senza entrare in dettagli espliciti. Questo approccio riduce la stigmatizzazione e i tabù e promuove una maggiore comprensione reciproca. Insegna infatti che le altre persone vanno rispettate, indipendentemente dal genere, dall’identità, da come si sentono e dagli stereotipi legati, appunto, al genere. Un’educazione di questo tipo, pertanto, può ridurre drasticamente i fenomeni di bullismo e cyberbullismo.
Insomma, se chi ha votato il divieto all’educazione sessuale per le scuole primarie temeva che bambini e bambine fossero incentivati a cambiare genere o orientamento sessuale, ha preso un granchio. Un’educazione sul “genere”, infatti, diffonderebbe maggiore conoscenza e creerebbe una più capillare rete di supporto per i giovani, i quali farebbero scelte meno affrettate, non guidate solamente dallo spirito di ribellione o dall’incoscienza.
Altre tematiche per l’educazione sessuale
Seppur importante, l’educazione sessuale andrebbe poi ben oltre il tema dell’identità di genere. Idealmente, i temi affrontati spazierebbero dalla semplice anatomia umana, passando per la gestione delle proprie emozioni, fino ad arrivare ai rapporti tra le persone.
Prendiamo, di nuovo, il caso della Svezia e il saggio di Flavia Restivo. Nel paese scandinavo l’educazione sessuo-affettiva prevede un’integrazione delle tematiche biologiche con quelle sociali. Abusi, consenso, rispetto della privacy, malattie sessualmente trasmissibili, prevenzione, conoscenza del proprio corpo. Insomma, un insieme di argomenti importanti da affrontare sin da bambini in ambienti sicuri e controllati, proprio come la scuola.
I dati sull’educazione sessuale
I dati parlano chiaro: secondo diversi studi internazionali fare educazione sessuale a scuola riduce l’incidenza di episodi di violenza, abusi e di discriminazioni legate al genere o all’orientamento sessuale. In Svezia, dove l’educazione sessuale è obbligatoria in tutte le fasce di età sin dal 1955, si registra la minore disparità di genere in Europa.
Inoltre, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’educazione sessuo-affettiva riduce il rischio di gravidanze precoci, aborti e infezioni sessualmente trasmissibili. A conferma di ciò, la Svezia è tra i Paesi con il più basso tasso europeo di gravidanze adolescenziali, dato da attribuire con certezza all’educazione sessuale precoce e all’accesso facilitato ai servizi di contraccezione. Qui, oltre l’80% dei ragazzi e ragazze, infatti, utilizza metodi contraccettivi durante i rapporti sessuali.
L’educazione sessuale è politica
Il risvolto sociale di un’educazione di questo tipo sarebbe di grande impatto. Una società sessualmente ed emotivamente educata è una società, come abbiamo visto, con meno disparità e violenza di genere, ma anche meno bullismo, meno stereotipi, meno pregiudizi, più rispetto reciproco. Soprattutto, cittadini e cittadine sarebbero più liberi di scegliere cosa è meglio per loro: un diritto umano di base, quello dell’autodeterminazione. Vi è poi il fattore della salute sessuale, poiché la prevenzione pesa meno sul servizio sanitario pubblico rispetto alla cura di malattie e disturbi.
Molti paesi dell’Unione Europea l’hanno capito. Invece, l’Italia rimane uno dei pochi Paesi europei dove l’educazione sessuale nelle scuole non è obbligatoria per legge, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania.
I pericoli di un’educazione sessuale autonoma
Secondo un’indagine Ipsos, in Italia è principalmente online che gli adolescenti cercano informazioni sulla sessualità, in totale autonomia. In particolare, il 47% consulta siti web e articoli online per informarsi sulle pratiche sessuali, mentre il 57% li utilizza per approfondire il tema delle infezioni sessualmente trasmissibili. Seguono, in misura minore, libri o manuali scientifici per le infezioni sessualmente trasmissibili (22%) e video pornografici per le pratiche sessuali (22%).
Un altro dato è abbastanza rivelatorio: l’82% degli adolescenti non ha mai effettuato un test HIV. Una pratica che ormai, dopo tutto ciò che il nostro Paese e il mondo hanno passato negli anni ’80 e ’90, dovrebbe essere stato sdoganata.
Non che i contenuti online siano tutti disinformativi, anzi. A causa della loro grande quantità, però, sarebbe bene che i giovani sapessero a quali approcciarsi, riconoscendone la validità. Per farlo, serve spirito critico sull’argomento. E la scuola ha proprio come obiettivo lo sviluppo dello spirito critico in tutte le materie. Come mai, invece, questo approccio diventa di secondaria importanza quando si tratta di un tema così importante e delicato come il sesso adolescenziale?
La paura degli adulti verso l’educazione sessuale
Il problema, come spesso accade, sono gli adulti stessi. Una delle scuole di pensiero tra le più comuni tra le persone adulte è che sia necessario proteggere i bambini e i giovani dalle tematiche sessuali, come ha dichiarato lo stesso ministro dell’Istruzione. In merito a ciò, è bene leggere le parole del giornalista Pietro Izzo, nella sua newsletter Patrilineare: “L‘eventuale nostra paura è un riflesso tutto adulto e nasce dalla nostra difficoltà a gestire la complessità di temi come corpo, emozioni, desiderio, consenso”.
E aggiunge: “Preferiamo pensare che bambini e bambine non capiscano, perché ci fa comodo crederlo: ci assolve dal dovere di trovare parole nuove […] Il non riconoscere che bambini e bambine già pensano a queste cose, e che il compito dell’educazione è aiutarli a dare forma a quel pensiero. Negare loro questo accompagnamento è come togliere loro le parole e poi stupirsi del silenzio“.
“Al giorno d’oggi sanno già tutto”
Una seconda scuola di pensiero comune tra gli adulti è quella di credere che, al giorno d’oggi, i giovani sappiano già tutto. Certo, il sesso è sicuramente più liberamente praticato rispetto al passato, anche in Italia. L’indagine di Ipsos ci dice che il 66% degli adolescenti tra i 14 e i 18 anni hanno già avuto esperienze sessuali. Ma praticare la sessualità non significa necessariamente conoscerla, né tanto meno saperla gestire, specialmente nel periodo iniziale e specialmente se si parla di urgenze sanitarie. Secondo l’indagine, solo il 24% degli adolescenti saprebbe con certezza a chi rivolgersi in caso di emergenza sanitaria, mentre il 54% lo saprebbe solo “probabilmente”. Di contro, solo l’11% dei genitori ritiene che il figlio/la figlia non saprebbe a chi rivolgersi in caso di necessità.
Certo, sarebbe utopistico e controproducente insegnare tutto sul sesso, in un momento in cui le esperienze dirette sono determinanti per la crescita. Non è però necessario provare ogni esperienza negativa, per comprendere che è tale. Ed è lì che entra in gioco l’educazione: far conoscere i rischi e del sesso ma anche le sue potenzialità, per poter così scoprire e vivere con sicurezza la sua parte più bella e più personale.
Come ha detto Monica Pasquino – presidente del movimento “Educare alle differenze” – limitando l’educazione sessuale, si crea una scuola estranea alla tradizione democratica, in cui invece avrebbe il compito di insegnare a leggere la complessità.
Educazione biologica non è educazione sessuale
“Non è vero che non si farà l’educazione sessuale in senso biologico: continuerà a farsi nei programmi di scienze in tutti i gradi di scuola” , ha affermato il ministro Valditara provando a difendersi da alcune critiche. E aggiunge: “Per la prima volta introduciamo nei programmi delle medie l’educazione alla prevenzione dei rischi derivanti dalle malattie sessualmente trasmissibili. Nelle vecchie Indicazioni nazionali per la scuola del primo ciclo non era prevista. Sarà introdotta anche nei programmi di scienze per le superiori”.
È vero che, come ha detto Flavia Restivo, l’educazione sessuale passa anche e soprattutto attraverso la conoscenza del corpo umano. Nel suo libro si parla infatti di come ai bambini in Svezia si insegnano tempestivamente i nomi corretti di tutte le parti dell’organismo umano, incluse quelle genitali.
Ma lo studio scientifico e nozionistico degli organi sessuali, peraltro in un momento in cui ragazzi e ragazze dovrebbero già esserne ampiamente a conoscenza, non basta. Fare passare l’educazione sessuale “in senso biologico” come un vanto è qualcosa di anacronistico.
Corpo, emozioni e sessualità
Un’educazione sessuo-affettiva efficace dovrebbe invece integrare biologia, sessualità, emotività e relazioni. Non in sedi diverse, ma all’interno della stessa lezione, proprio per far comprendere la stretta connessione tra gli argomenti.
Sempre portando come esempio la Svezia, lì i bambini e le bambine sin da piccolissimi vengono educati a riconoscere e rispettare i confini del proprio corpo e di quello altrui. “Apprendono nozioni fondamentali – dice Flavia Restivo – come il concetto di “spazi personali” e l’importanza del consenso anche in interazioni semplici come toccarsi o abbracciarsi. Ogni bambina e bambino ha il diritto di dire “no” quando non vuole essere toccato, anche in situazioni non strettamente sessuali. Questo aiuta i piccoli a sviluppare un senso di autonomia e sicurezza nei confronti del proprio corpo”.
Da queste basi, poi, si può passare alla parte del riconoscimento e l’espressione delle proprie emozioni, che sono parte di noi tanto quanto il corpo. Affetto, rabbia e frustrazione, per esempio, sono emozioni che, se comprese e gestite, possono aiutarci a relazionarci meglio con le altre persone.
Nei Paesi europei che hanno già introdotto l’educazione sessuale a scuola, questo gradino si è già scavalcato da un pezzo e gli argomenti trattati sono quindi più in linea con i tempi che corrono. L’ Islanda, oltre a trattare tematiche di base come la conoscenza del corpo, la prevenzione, l’accettazione di ogni identità di genere, nel 2024 ha introdotto nuove linee guida per i docenti. Ora si dovranno affrontare argomenti molto attuali come i social media, l’autostima, l’immagine corporea, le emozioni, l’alfabetizzazione sulla pornografia e le relazioni sane.
Tante, importanti informazioni, che sarebbe difficile delegare esclusivamente alle famiglie.
Famiglie ed educazione sessuale
Se in Italia l’educazione sessuale non è mai stata obbligatoria, significa che le generazioni passate non l’hanno quasi mai ricevuta, se non in sporadici casi. Sarebbe illogico, quindi, chiedere ai genitori di decidere se le tematiche e chi le insegna siano adatte ai loro figli. Per non parlare poi del controsenso per cui l’età del consenso ai rapporti sessuali in Italia è legalmente fissata a 14 anni, ma quegli stessi giovani non possono avere diritto all’educazione sessuale senza il consenso delle famiglie.
Ma i paradossi non finiscono qui. L’indagine Ipsos ha rivelato come in Italia meno della metà dei giovani (46%) riesce a consultare i propri genitori per informarsi sulle malattie sessualmente trasmissibili. Un dato realistico, visto che l’ambiente familiare può essere un campo di difficile confronto su queste tematiche, specialmente in Italia.
É tuttavia legittimo che un genitore abbia un minimo di contezza di ciò che accade a scuola, ma deve esserci un rapporto di collaborazione e fiducia tra le due parti. Irene Manzi e Sara Ferrari, deputate Pd, hanno dichiarato come “il Ddl Valditara non rafforza i rapporti tra scuola e famiglia. Li burocratizza, sminuendo l’autorevolezza dei docenti e colpendo proprio i ragazzi più fragili, quelli che in classe trovano l’unico spazio di ascolto che non trovano altrove, anche a casa”.
Per non parlare, poi, della maggiore difficoltà, per il corpo docente, nell’organizzare queste lezioni e quelle alternative, il che potrebbe portarli a desistere nell’impresa. Se infatti l’educazione sessuale non viene normalizzata, bensì rallentata, ostacolata, vietata o condizionata a un’autorizzazione, si forma intorno ad essa la percezione di pericolo, di sospetto, di difficoltà, con risvolti sociali molto negativi, di cui abbiamo già parlato.
Siamo soli nell’educazione sessuale
In una società che funziona, le famiglie non possono e non devono essere sole nella crescita dei figli. Ci vuole una rete di aiuto e collaborazione che condivida con tutti e tutte gli stessi valori di base e che supporti la crescita dei “nostri” figli. I figli non sono, infatti, solo di chi li crea. Dal momento in cui nascono entrano a far parte del tessuto sociale, fino a diventarne, prima o poi, i protagonisti. “Ci vuole un villaggio” è ormai un modo di dire molto comune in merito alla crescita dei figli. Giovedì, però, lo stato italiano, però, ha deciso che quel villaggio non deve esserci.
Articolo a cura di Iris Andreoni
Immagine di copertina di Sinitta Leunen via Unsplash
