“Il Diavolo veste Prada 2”: nuove tendenze, vecchio fascino
“Il Diavolo veste Prada 2” continua a dettare moda: l’evento cinematografico più glamour degli ultimi vent’anni è finalmente tornato.
Tra i sequel più attesi degli ultimi anni, “Il Diavolo veste Prada 2” dimostra come un racconto legato alla moda possa continuare a parlare di ambizione, potere e desiderio.
Il ritorno di Miranda Priestly, tra i ruoli più celebri di Meryl Streep, e della rivista “Runway” non si limita ad un’operazione nostalgica, ma mira a esplorare i meccanismi che regolano le gerarchie professionali, il rapporto tra successo e sacrificio e le contraddizioni di un settore in costante evoluzione.
Una favola moderna
“Il Diavolo veste Prada” è un film che conosce i tempi in cui vive: radicato nel presente, capace di rispecchiarlo, ma che non dimentica da dove viene. Nel sequel non si rinuncia all’estetica favolistica che lo aveva reso iconico, riproponendo un mondo parallelo in cui il glamour è legge e la realtà sembra essere sospesa. Il film crea una dimensione che si potrebbe quasi definire “alternativa”, che seduce e continua a far sognare; non è un caso, infatti, che riecheggi ancora una delle battute più celebri del primo capitolo: «Un milione di ragazze ucciderebbe per questo lavoro» come asserisce più volte Emily Blunt nei panni di Emily Charlton al personaggio di Anne Hathaway, Andy Sachs.
La moda che si (ri)guarda allo specchio
Dopo poco meno di vent’anni dall’uscita del primo capitolo, il mondo della moda ha attraversato profondi cambiamenti. Tra le questioni più importanti che il film solleva, sicuramente c’è quella riguardo la body positivity: una delle scene più emblematiche, e oggi più discusse del primo capitolo, è quella in cui Emily dichiara con orgoglio di non mangiare i carboidrati, arrivando ad affermare che sta facendo una nuova dieta: «È molto efficace, non mangio niente e poi quando sto per svenire butto giù un cubetto di formaggio».
Battute che nel 2006 strappavano una risata amara, ma che oggi suonano in modo completamente diverso: da sempre l’industria della moda è un sistema costruito sul controllo del corpo e dell’immagine; insomma, un mondo spietato ma che adesso cerca di fare i conti con una società in cui si rifiuta l’idea che la bellezza abbia un’unica forma.
Le passerelle si stanno infatti aprendo a corpi diversi, seppur lentamente, e questo sequel si inserisce proprio qui: non è una rivoluzione compiuta, ma sicuramente è un inizio.
Miranda sembra comprendere che alcuni suoi comportamenti non sono più accettabili, mentre Emily, nella scena finale di pacificazione con Andy, sembra arrivare ad una sorta di riconciliazione con il passato, mangiando dal cestino del pane e affermando che «i carboidrati condivisi non hanno calorie».
«La verità è che non c’è nessuno che sappia fare il mio lavoro»
Un altro segnale di cambiamento è il riferimento alle risorse umane, che erano ovviamente già presenti nel 2006, ma praticamente invisibili per “Runway”, poiché non osavano bussare alla loro porta per lamentarsi dei comportamenti di Miranda. Nel secondo capitolo questo dettaglio secondario è importante perché suggerisce come il mondo del lavoro contemporaneo debba essere un ambiente costruttivo e sostenibile, in cui il talento non può più giustificare dinamiche di abuso e squilibri di potere. Basti notare come ora Miranda appende il cappotto da sola senza lanciarlo sulla scrivania dei propri assistenti: un gesto simbolico, tra i più iconici e “divertenti” del personaggio ma ripensato e ammorbidito.
Lei non viene comunque snaturata, ma resta una figura autoritaria, una donna di potere intransigente, inserita però in un contesto più consapevole delle proprie regole e dei propri limiti. In questo nuovo equilibrio si inserisce una nuova sfumatura del personaggio: la donna si lascia andare a maggiori momenti di umanità e di riconoscenza nei confronti di Nigel, il fedelissimo stylist della rivista, interpretato da Stanley Tucci, e di Andy stessa.
Il nuovo volto di “Runway“
L’impero di “Runway” nel 2006 era incontrastato: la rivista cartacea dettava tendenza e le pagine erano legge. Oggi quest’ultime sono diventate contenuti postati sui social media, nuove vetrine di un mercato che si sta affermando pian piano altrove, dove il valore di una copertina si misura attraverso i like e le condivisioni.
Gli assistenti di Miranda però continuano a compilare il book e a lasciarlo ogni sera all’ingresso della sua casa, anche se non possiede più lo stesso peso di un tempo.
Non si parla di nostalgia, bensì di una sorta di dichiarazione silenziosa, quasi un atto di resistenza; nonostante ciò, l’universo editoriale di “Runway“ deve necessariamente incastrarsi nella modernità e confrontarsi inevitabilmente con un mondo dominato dal digitale e dalle sue nuove forme di visibilità.
È proprio in questa tensione tra passato e presente che si colloca il senso più profondo del film: il sequel conserva il fascino dell’universo de “Il Diavolo veste Prada”, non rinnegando il mondo che lo ha reso celebre, ma provando a rileggerlo attraverso una nuova sensibilità, mettendosi in discussione e dimostrando che chiunque può imparare a fare i conti con il proprio tempo.
Articolo a cura di Chiara Lepore
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