Ucraina in UE, tra promesse e timori: il report della Commissione
Presentato in Commissione Affari esteri del Parlamento europeo un rapporto sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. Non è un “Sì” all’accelerazione dei negoziati
Mercoledì 3 giugno la Commissione Esteri del Parlamento europeo (AFET) ha votato l’adozione di un testo riguardante la futura adesione dell’Ucraina all’Unione europea. Con 54 voti favorevoli, 17 contrari e 5 astenuti, Bruxelles fa sua una valutazione indispensabile al processo d’integrazione dell’ex Paese sovietico all’interno dell’Unione. Molte sono state le voci di un “Sì” accordato a Kiev in via privilegiata che hanno dato adito a polemiche.
Discussioni agevolate da un’occasione importante: il 5 giugno si è infatti aperto il summit europeo a Tivat, in Montenegro, a cui hanno partecipato sei Paesi balcanici – Albania, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Macedonia del Nord, Kosovo e lo stesso Montenegro – il cui ordine del giorno era proprio la discussione del loro processo di integrazione nell’UE, la cui richiesta è stata avanzata ben prima di quella ucraina. Ognuno dei citati Paesi richiedenti meriterebbe una riflessione a parte.
Per quanto riguarda l’Ucraina, Paese attualmente in guerra, il tema si fa scottante e non mancano le opinioni contrarie, in Europa come in Italia. Dubbi supportati da timori e nodi irrisolti. Su tutti la guerra ha certo un peso enorme, ma rappresenta solo una delle questioni che bloccano un processo di adesione di per sé molto complesso.
Il testo al voto
Il testo adottato mercoledì – presentato dal relatore Michael Gahler del Partito Popolare Europeo (PPE) – valuta come positivi gli sforzi compiuti dall’Ucraina in materia di riforma giudiziaria e lotta alla corruzione. Si elogia il tentativo di tenere in piedi le istituzioni democratiche nonostante l’invasione russa sia una minaccia costante alla propria sovranità.
Tuttavia Kiev – ammoniscono i deputati nella nota conclusiva – dovrebbe fare di più per salvaguardare la separazione dei poteri, anche in tempo di guerra. L’attenzione è puntata in particolar modo all’attuale squilibrio tra potere esecutivo e legislativo, accentrate nella persona del presidente Volodymyr Zelensky, ma auspica anche che sia garantito un potere giudiziario trasparente, soprattutto per quanto riguarda le nomine. Per non parlare delle garanzie d’espressione e indipendenza dei media.
Tutti problemi – nell’ottica europea – che l’Ucraina oggi ha e che deve risolvere. Ma che non sono frutto della guerra. Le aveva ben prima dell’invasione russa e non è mai riuscita ad affrontarle adeguatamente. Questioni importanti per l’Europa e che, se non soddisfatte, rendono impossibile per qualsiasi Paese persino la presentazione della richiesta di adesione e successiva valutazione.
L’iter di adesione all’Unione Europea
L’Ucraina ha presentato formale richiesta di integrazione all’UE soltanto il 28 febbraio 2022, quattro giorni dopo l’invasione aggressiva e unilaterale da parte della Russia di Vladimir Putin. Fino a quel momento Kiev rientrava nella “politica europea di vicinato“, che riguarda sicurezza e rapporti economici, ma non il processo di adesione che deve giungere prima di tutto dal Paese richiedente e poi essere valutato.
E la valutazione non è un fatto che l’Unione prenda alla leggera. Una procedura che implica vari passaggi e anni. Essa si basa sui criteri di Copenaghen, definiti nel lontano 1993 proprio nella prospettiva di un allargamento dell’Unione e Paesi appartenenti all’ex blocco sovietico. Da soddisfare sono gli elementi economici (l’Unione stessa nasce come accordo economico prima di tutto) ma anche politici ed etici. Nello specifico:
- criterio «politico»: presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela;
- criterio «economico»: esistenza di un’economia di mercato funzionante e capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione europea;
- adesione all’«acquis comunitario»: accettare gli obblighi derivanti dall’adesione e, in particolare, gli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria.
Secondo il Centro Studi d’Europa fino al 2022 l’Ucraina non soddisfaceva alcuno dei requisiti richiesti. Nello stato di diritto i criteri richiedevano all’Ucraina profonde riforme al sistema giudiziario per garantire indipendenza e combattere la corruzione endemica, politica per cui fu eletto l’attuale presidente Zelensky nel 2019; per quanto riguarda i criteri economici, nonostante un Accordo di Associazione del 2017 l’economia non era ancora considerata in grado di sostenere la pressione competitiva del mercato europeo; l’ultimo punto è una derivazione del primo. L’ “acquis” è quel patrimonio di leggi che un Paese deve integrare ed acquisire prima di fare richiesta per tenere il passo con i cambiamenti costanti.
I passi in avanti
Proprio perché l’Europa non è un sistema impermeabile ai mutamenti – anche drastici – della storia, si sono fatte aperture. Ma il sistema di adesione non ammette deroghe. Solo recentemente l’Ucraina ha iniziato effettivamente il suo percorso di integrazione. La maggior parte delle riforme è stata infatti portata avanti solo nel 2025.
Né l’Europa ha cercato di accelerare i tempi. Anzi, di fatto, si potrebbe affermare che il vero processo di integrazione dell’Ucraina nell’UE cominci oggi, forse perché si è rimasti in attesa di un’espressione politica forte da parte di un altro Paese candidato, che che segue lo stesso paradigma storico dell’Ucraina: la Moldavia, che solo con le elezioni del 28 settembre 2025 ha indicato da che parte stare, con le dovute riserve.
La Moldavia è un nome che non compare a caso, perché assieme all’Ucraina portano avanti le stesse battaglie e lo stesso percorso storico-politico. Di tutti i Paesi richiedenti che abbiamo citato, sono le uniche due repubbliche che effettivamente erano parte dell’U.R.S.S. Le altre facevano parte del cosiddetto blocco sovietico. Il che implica un approccio diverso anche dal punto di vista geopolitico e militare.
I pro e i contro
Dal canto suo la Federazione russa ha fatto sapere recentemente che non avrebbe nulla in contrario al fatto che l’Ucraina aderisca all’UE, purché l’Europa non diventi un blocco militare. E questo è un punto importante a favore dei detrattori politici.
Aderire all’UE non significa aderire automaticamente alla NATO, ma certo comprende un sistema di aiuto reciproco che, nell’ottica di un futuro “riarmo europeo”, ha un valore non trascurabile per entrambe le parti: Se il resto dell’Europa ha i mezzi, l’Ucraina ha sviluppato sul campo esperienza militare e tecnologica tali da rendere il suo esercito il più addestrato tatticamente. Per molti, portare oggi in Europa un Paese in guerra sarebbe come dichiarare guerra.
D’altro canto bisogna considerare anche il lato economico. L’economia ucraina è un’economia di guerra che difficilmente potrà risollevarsi, a conflitto terminato, senza contare su massicci aiuti da parte dell’Europa. Possibilità che è certezza e che nessuno mette in dubbio.
Tuttavia anche in tempo di pace, l’ingresso ucraino è già in grado di dare un serio scossone al sistema europeo. In primo luogo nel settore dell’agricoltura. Per dirne una: l’Ucraina da sola possiede più della metà dei terreni coltivabili dell’intera Europa, da sola prenderebbe la metà dei sussidi oggi in campo per quel settore, il che metterebbe in discussione tutto il sistema commerciale e sarebbe necessario un riassetto enorme.
È un limite?
Un Ucraina all’interno dell’Unione europea era un futuro già pronosticato già da tempo. Totalmente in linea con i principi per cui l’esperimento Europa è nato, di allargamento e condivisione del benessere per tutto il continente.
È però chiaro che questa questione centrale per il futuro dell’Ue debba portare a delle conseguenze. E la prima fra tutte sarà quella di ripensare totalmente l’Europa, anche alla luce dei cambiamenti in atto. Oggi è forse il momento di chiederci cosa vogliamo essere domani.
Articolo a cura di Andrea Pezzullo
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