La Cina cancella le sue etnie
Una legge per l’Unità Etnica vieta lingua e costumi culturali alle numerose minoranze, che dovranno assimilarsi agli Han.
La Cina sceglie l’omogeneità culturale e schiaccia le minoranze. Per il presidente Xi Jinping si tratta di rafforzare la stabilità nazionale e promuovere la modernizzazione del Paese, ma nella realtà dei fatti è stata finalizzata una legge che intende assimilare le minoranze etniche alla cultura dominante.
Lo scorso 12 marzo l’Assemblea Nazionale del Popolo, l’organo legislativo della Repubblica, ha approvato la “Legge per la promozione dell’Unità e del Progresso Etnico” firmata lo scorso settembre. Il nuovo impianto legislativo si sviluppa su alcuni elementi strategici: lingua, stato, economia e repressione del dissenso. Oltre 60 articoli che legiferano su vita privata e sociale, lavoro, costumi e spazi pubblici.
Intanto, il mandarino sarà lingua primaria in tutto il Paese, comprese le regioni autonome: per ottenere questo scopo, verrà insegnata in tutte le scuole come lingua primaria, sin dall’asilo. In precedenza, invece, si poteva scegliere la scuola dove veniva insegnata la lingua tradizionale della propria etnia, in virtù di una legge del 1984 che garantiva la conservazione e l’autonomia linguistica. Inoltre, azioni e comportamenti discostanti dai principi di “unità” saranno condannati per “separatismo” – così come saranno perseguibili i genitori i cui figli abbiano opinioni contrarie all’agognata unità e al Partito Comunista, perché rei di aver fomentato pensieri dissenzienti.
Un ruolo importante dovranno giocarlo le aziende e le istituzioni – scolastiche, religiose, civili –, chiamate a ricorrere ai simboli della cultura dominante per promuovere attivamente l’unità nazionale e l’integrazione interetnica. Anche in azienda sarà obbligatorio il mandarino, e questo vale anche per le imprese straniere. Per quanto riguarda la sfera familiare, oltre all’educazione cui abbiamo già accennato, l’idea è quella di promuovere le unioni tra etnie diverse in modo che i preponderanti Han possano espandersi ulteriormente. A questo fine sarà punibile l’officiante o il leader religioso che ostacoli un matrimonio misto, per quanto possa andare contro le proprie convinzioni culturali.
E tutto ciò, si sottolinea, ha valore anche oltre confine: si va ad assoggettare, così, anche i cinesi appartenenti alle minoranze che hanno scelto di abitare in nazioni confinanti dove la propria cultura è predominante.
La Cina è una realtà etnicamente frastagliata, anche se il gruppo Han è fortemente maggioritario: rappresenta ben il 90% del miliardo e quattrocento milioni di abitanti. Ma altre 55 etnie convivono in minoranza: i cinesi Zhuang, preponderanti e stanziati a sud del Paese, gli Uiguri, musulmani nel nord ovest, i Tibetani ed i Mongoli delle omonime regioni autonome situati rispettivamente a ovest ed a nord, sono i gruppi più corposi.
Per il governo di Xi Jinping le nuove misure sono volte a “migliorare i meccanismi istituzionali per rafforzare il senso di comunità condivisa della nazione cinese e a sostenere le regioni delle minoranze etniche affinché si integrino meglio nello sviluppo complessivo del Paese“, come ha spiegato Lou Qinjiang, portavoce dell’Assemblea Nazionale del Popolo. L’integrazione di cui parla, però, è un’assimilazione.
Questa legge, del resto, non è che un sigillo alla sinizzazione che il governo cinese ha iniziato a promuovere dagli anni 2000, creando un’identità nazionale che abbia a riferimento la dominante cultura Han. In conseguenza a questa sinizzazione, Pechino è stata a lungo accusata di limitare i diritti dei gruppi etnici minoritari in regioni come il Tibet, lo Xinjiang e la Mongolia Interna.
Per Human Rights Watch la Legge di Unità è una violazione dei diritti umani e ritiene che Pechino abbia trovato una giustificazione giuridica alla prassi già presente di repressione delle minoranze, normalizzando l’assoggettamento ideologico portato avanti nell’ultimo ventennio.
Articolo a cura di Sara Gullace
Immagine di copertina: Wikimedia Commons
