Referendum 2026 e fuori sede: il metodo del rappresentante di lista

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Referendum 2026 sulla “separazione delle carriere” dei magistrati: non è stata approvata in Parlamento nessuna legge che agevoli il voto per i fuori sede. Le opposizioni suggeriscono di votare come rappresentante di lista.

Il 22 e 23 marzo si vota. Gli italiani sono chiamati a esprimere il proprio assenso o dissenso, attraverso un referendum costituzionale, alla cosiddetta separazione delle carriere dei magistrati. A essere precisi, il quesito referendario chiederà agli italiani l’autorizzazione alla modifica dei 7 articoli della Costituzione italiana che regolano l’ordinamento giurisdizionale nonché l’istituzione di un’Alta Corte che disciplinerà due Consigli superiori distinti per ogni carriera della magistratura, che da una passa a due, una per i magistrati inquirenti, un’altra per i magistrati giudicanti.

Una questione importante, insomma, che va a modificare una delle maggiori istituzioni della Repubblica, e per cui gli italiani, essendo questione tecnica, devono essere correttamente informati prima di esercitare il diritto di esprimere il proprio parere sulla questione. Tra gli elettori esiste una categoria che anche quest’anno avrà più difficoltà delle altre ad esercitare questo diritto: i fuori sede, ossia tutti coloro che per vari motivi hanno domicili in un Comune diverso da quello di residenza.

Il voto fuori sede

Stiamo parlando di numeri importanti. Secondo le ultime stime del Dipartimento per le riforme istituzionali, gli elettori residenti in Italia ma domiciliati in un Comune diverso da quello di residenza sarebbero poco meno di 5 milioni, su un totale di circa 50 milioni di aventi diritto. Stiamo quindi parlando del 10% degli elettori complessivi. Non sono solo studenti. È da considerarsi fuori sede anche chi solo temporaneamente ha un domicilio in un Comune diverso dalla propria residenza: lavoratori stagionali, quindi, o chi è in cura presso strutture riabilitative o in ospedali, solo per fare gli esempi più lampanti.

Il rischio, o meglio la certezza, è quello di aumentare la già lunga schiera degli astensionisti. Queste persone per poter votare dovranno recarsi a proprie spese presso i propri Comuni di residenza. Se per gli elettori residenti all’estero il governo ha dato la possibilità di votare per corrispondenza presentando domanda entro limiti stabiliti, la stessa possibilità non è stata data ai fuori sede residenti in Italia.

Mancanza di tempo o volontà politica?

Possibilità che questo stesso governo ha tuttavia concesso durante le elezioni europee del 2024 e, più recentemente, per il referendum sul lavoro del 2025. Secondo dati del Ministero dell’Interno, in quella precisa occasione sono stati poco meno di 70mila i fuori sede ad aver fatto richiesta di voto nel Comune di domicilio. Rispetto ai 5 milioni di fuori sede complessivi può sembrare poca cosa, ma è un dato che rappresenta un desiderio di partecipazione che non deve essere ignorato.

L’Italia è uno degli ultimi Paesi europei a non aver ancora una legge che regoli il voto per i fuori sede. Esiste una proposta di legge che permetterebbe il voto a distanza – disegno di legge s. 787 – ma è ancora ferma al Senato e completerà il suo iter presumibilmente per le politiche del 2027. Lo stesso Senato che l’11 febbraio scorso, con 87 voti contro 58, ha respinto gli emendamenti presentati dalle opposizioni sulla legge che regola il voto in questo referendum. Legge che avrebbe replicato quanto avvenuto per le europee e per il referendum sul lavoro. Ma a differenza di quest’ultimo, quello in programma il 22 e 23 marzo non prevede quorum, ossia vincerà il Sì o il No indipendentemente da quanti andranno effettivamente a votare. È una differenza sostanziale.

Votare come “rappresentante di lista”

Un’opzione per permettere ai fuori sede di votare nei Comuni dove studiano o lavorano, suggerita da tutti i partiti di opposizione, è quella di votare come “rappresentante di lista”. Questa è tutt’altro che una trovata da azzeccagarbugli ma una figura prevista dalla legge a garanzia di trasparenza e corretto svolgimento delle operazioni di voto. Partecipare alle operazioni di voto permette sì di votare nel luogo in cui si esercitano le proprie funzioni, a prescindere dalla propria residenza, ma comporta anche una certa responsabilità.

Il rappresentante di lista è una persona designata dai comitati promotori del referendum o dai partiti politici ai quali può essere inviata la propria candidatura che sarà verificata dal presidente di seggio. Tutti i partiti di opposizione e il Comitato per il “No” proprio in questi giorni stanno mettendo online sui propri siti tutta la documentazione necessaria. Il rappresentante di lista ha il compito di sorvegliare che durante le procedure non vengano commesse irregolarità e avrà il diritto, in funzione del proprio ruolo, di assistere a tutte le operazioni di voto, dalla costituzione del seggio allo scrutinio.

Benché non faccia parte dell’ufficio elettorale di sezione, il rappresentante di lista ricopre in questa occasione il ruolo di pubblico ufficiale e ha dei precisi obblighi quali la riservatezza e la tutela della segretezza del voto, nonché il corretto comportamento personale durante le operazioni. Proprio questa piccola dose di responsabilità civile, eleva il ricorso al “metodo” del rappresentante di lista da puro escamotage, come vorrebbero appellarlo alcuni detrattori, a esercizio di cittadinanza attiva. Cosa che, insieme al voto, è sempre bene praticare.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

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