Hormuz chiuso: quali gli effetti per l’Italia?
Il conflitto iniziato da Israele e USA contro l’Iran supera la dimensione regionale e si allarga indirettamente al resto del mondo. Tra i problemi più evidenti il caro energia rischia di pesare molto su famiglie e imprese
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha rapidamente superato i confini del confronto militare diretto, trasformandosi in una crisi con conseguenze geopolitiche ed economiche internazionali. Le operazioni militari statunitensi e israeliane hanno colpito obiettivi iraniani, mentre Teheran ha risposto con attacchi missilistici e con azioni contro interessi e infrastrutture legati agli Stati Uniti nell’area del Golfo. Il conflitto ha inoltre coinvolto indirettamente altri attori regionali, aumentando il rischio di un’estensione della guerra. Ma la portata del conflitto rischia di estendere i suoi effetti oltre la sfera regionale.
L’importanza di Hormuz
Punto chiave è la chiusura dello stretto di Hormuz. Lo stretto braccio di mare separa l’Iran dalla Penisola arabica e collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e quindi con l’Oceano Indiano. La sua importanza economica è enorme: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), nel 2025 da lì sono transitati in media circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, equivalenti a circa un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio. Attraverso lo stretto passa inoltre una quota molto rilevante del commercio mondiale di gas naturale liquefatto.
Il 2 marzo, terzo giorno giorno di conflitto, l’Iran ha dichiarato lo Stretto di Hormuz chiuso e ha minacciato di attaccare le navi che avessero tentato di attraversarlo. La minaccia ha avuto immediatamente ripercussioni sul traffico marittimo: molte navi hanno evitato il passaggio e il numero di petroliere in transito è crollato. La situazione ha messo in discussione la possibilità di mantenere regolari le esportazioni di petrolio e gas provenienti dai principali produttori del Golfo.
Ovvio effetto è il fatto che il prezzo del petrolio è schizzato alle stelle. Gli Stati Uniti certamente avevano previsto questo scenario. Poco tange loro, dato che gli USA sono tra i maggiori produttori ed esportatori di greggio e le compagnie americane, e così quelle russe, già pregustano extra-profitti da record. A pagare sarà l’altra metà del mondo. Quella che dovrà per forza di cose rifornirsi dalle aziende produttrici che non hanno transiti da quella regione.
Ma la crisi non riguarda solo il mercato del petrolio. Gli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz si estenderanno anche al mercato del gas naturale liquefatto. Anche in questo ambito le aziende russe e americane faranno affari d’oro.
Gli effetti per l’Italia
L’Europa, non avendo risorse energetiche rilevanti, è tra le più esposte agli effetti della chiusura dello stretto. Per quanto riguarda l’Italia, dopo l’interruzione dei rapporti con la Russia, principale fornitore energetico di tutta l’Ue, la soluzione dopo le sanzioni imposte a seguito dell’invasione in Ucraina, era rivolgersi al partner e alleato americano sia per il gas che per il petrolio. Che ora faranno la parte del leone nel controllare quantità e prezzi.
La domanda più interessante è ora: fino a quanto reggeranno le scorte in questa fase di incertezza? Molti dei paesi arabi produttori di petrolio hanno infatti annunciato la difficoltà di mantenere a pieno regime le estrazioni e le raffinerie. Molti Paesi hanno già dato mandato di utilizzare le riserve.
Ma se la situazione non si stabilizza al più presto i Paesi più industrializzati, come il nostro, che per loro natura sono energivori, rischiano di trovarsi senza i mezzi per mandare avanti la produzione. Meno energia disponibile significa aumento generalizzato dei prezzi. Non solo alla pompa di benzina, che è l’effetto più sentito ma anche più superficiale della questione. Aumenteranno i prezzi dei beni di consumo al supermercato perché le aziende impiegheranno più risorse per produrre, con una prospettiva di disponibilità limitata.
Che chi abbia causato questa crisi sia conscio o meno degli effetti, i governi dovrebbero cominciare ora ad utilizzare tutto il loro potere negoziale per fermare questa ondata di instabilità. Oggi noi facciamo i conti nei nostri portafogli. Ma ci troveremo davanti costi ancora più pesanti: qelli che riguardano il prezzo delle scelte sulle vite umane e sulla libertà.
Articolo a cura di Andrea Pezzullo
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