“Nouvelle Vague” di Richard Linklater e gli occhiali di Godard

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A 65 anni da “Fino all’ultimo respiro”  e a 65 dalla sua nascita, Richard Linklater mette in scena la realizzazione di uno dei film chiave della Nouvelle Vague. Cosa ha di particolare questa pellicola rispetto agli altri film sul fare cinema?

Cineasti, uniti

La prima scena si apre in una sala cinematografica, nel ‘59. A vedere questa anteprima ci sono quattro giovani francesi, Jean-Luc Godard, François Truffaut, Claude Chabrol e Suzanne Schiffmann. Chabrol è già un regista affermato, Truffaut è in procinto di presentare “I 400 colpi” a Cannes e viene considerato una promessa del Cinema. Anche Rivette ha esordito con successo.

Della cerchia dei Cahiers du Cinéma, rivista fondata dal leggendario critico André Bazin e per cui questo gruppo di registi scrive, l’unico senza un film sotto la cintura è il bizzarro Jean-Luc Godard: “È lui il vero genio tra loro. O perlomeno questo è quello che ti dirà” dice un’attrice per prendersi gioco di  lui. Godard è un personaggio strano, che parla per citazioni, si muove in modo buffo e indossa sempre gli occhiali da sole, anche al chiuso.

Quello che non gli manca è però una cerchia di amici che crede in lui, tra cui Beauregard, l’uomo che alla fine deciderà di produrre la sceneggiatura di Truffaut con Jean-Luc alla regia, che diventerà poi “Fino all’ultimo respiro”.

Nei venti giorni di riprese e nel periodo di poco precedente, Godard andrà a caccia di consigli dai più importanti registi del periodo (indimenticabili gli spezzoni con Rossellini e Melville), troverà un operatore di camera e un cast, benché a volte titubante, disposti a seguirlo nel suo metodo di riprese poco ortodosso, il tutto con il supporto dei suoi amici, Truffaut tra tutti. 

Così dopo la fase di montaggio tutto il gruppo si ritrova in una sala privata per vedere la creazione di Godard, di cui riconoscono immediatamente il valore. E su questa scia di complimenti il film si chiude, con Truffaut che abbraccia il suo amico finalmente diventato regista.

Storie del cinema

Nel 1955 Truffaut fa uscire un articolo sui Cahiers intitolato Alì Babà e la politica degli autori, atto di nascita della Politica degli Autori dove la paternità di un film viene riconosciuta solo ed esclusivamente a chi il film lo ha messo in scena. Questo significa che “Fino all’ultimo respiro deve le sue qualità estetiche e la sua forza innovativa alla visione di Jean-Luc Godard. Questa teoria viene richiamata dai personaggi anche in “Nouvelle Vague quando il futuro  regista ricorda a Truffaut che la sceneggiatura l’avrà anche scritta lui, ma il film sarà firmato Godard. Ma nel corso del film Godard è tutto tranne un genio solitario, sia nella vita personale che sul set.

Ognuno dei personaggi dà infatti il suo contributo insostituibile alla produzione e il regista è circondato da amici e colleghi con cui dialoga, stringe legami e prende consigli sul da farsi per il film. È Truffaut a suggerirgli di interpretare l’uomo che farà arrestare Michel Poiccard, protagonista diÀ bout de souffle, è l’assistente alla regia che risolve alcuni problemi di illuminazione ed è Jean Seberg che rifiuta di far rubare il portafogli di Poiccard al suo personaggio. 

Ma gli aiuti non sono solo quelli pratici sul set. Godard si incontrerà con molte personalità del mondo del cinema e ognuna gli darà un contributo insostituibile: Roberto Rossellini, Jean-Pierre Melville, Robert Bresson, ognuno si confronterà con Godard e lascerà la sua impronta sul risultato finale, insieme a tutti gli intellettuali che cita e da cui prende ispirazione. E come sul set, anche nella sua vita personale è tutto tranne che solo, circondato da un gruppo di amici e di colleghi che nonostante le sue stranezze credono in lui.

In effetti questo Godard non sembra per nulla un uomo eccezionale; peculiare sicuramente, ma tutto sommato normale. un po’ goffo nei movimenti, straordinariamente carente di carisma e all’apparenza anche di credibilità intellettuale: non mancano scene in cui viene amichevolmente preso in giro per il suo modo di parlare e per il suo frequente uso di citazioni. Godard è il regista, ma non assume mai un ruolo di spicco nella messa in scena.

Non ci sono scene in cui scrive ferocemente su carta qualche appunto per poi strapparlo, non litiga mai con nessuno del cast perché sta cercando di inficiare la sua visione, non contempla la realtà con aria sognante durante un primo piano, non è isolato dal resto del mondo per via del suo genio inarrivabile. Si tratta piuttosto di un lavoro collettivo, dove ogni personaggio è un’intensità diversa che riformerà il flusso cinematografico a modo suo finché non diventerà “Fino all’ultimo respiro.

“Nouvelle vague” è la messa in scena di un concatenamento, un insieme di entità singole che producono un oggetto finale, ma solo perché il flusso creativo passa per tutti loro. D’altronde anche Truffaut lo fa presente a Godard, in un momento delle riprese in cui il suo amico è un po’ abbattuto: ogni film che viene fatto, è 5 film diversi. Il film che viene pensato, il film per cui si fa il casting, e così via.

E ogni film è anche il film che passa per Godard, per Bresson, per Belmondo, per Seberg, per Truffaut, per Schiffman, per Renoir che Godard cita, e ogni altra entità che per un motivo o per un altro è entrata nella produzione: un uccello nel cielo, il poliziotto che non aveva capito si trattasse di un film, la folla che si raduna intorno al finto morto Belmondo. E così, anche alla fine, non c’è il trionfo di Godard nella Storia del Cinema, non c’è una vittoria del genio incompreso, che sarebbe potuta essere una facile lettura delle vicende.

L’ultima scena è con Godard e Truffaut che si abbracciano, contenti del risultato finale. La Storia del Cinema è fatta da una sequenza di geni isolati, a volte in lotta con i produttori (Orson Welles) a volte in lotta con loro stessi (Sam Peckinpah), a volte in lotta con il mondo (Pier Paolo Pasolini). La grandezza dei loro film acquisisce qui una portata esistenziale, di giustificazione di una vita: benché ostracizzato da Hollywood e quasi paralizzato da problemi produttivi per la maggior parte della sua carriera, “Quarto Potereè la vittoria di Orson Welles, la giustificazione della sua vita. Tutti i conflitti, tutti i problemi, tutti i sacrifici, sono sublimati da un film immortale. 

In “Nouvelle Vaguec’è uno scorcio su un’altra Storia del Cinema. Una storia costruita non da conflitti e da geni solitari ma da concatenamenti collettivi. Una storia in cui il film non è una gestazione del regista, ma un evento impersonale. Una storia del cinema in cui non si lavora da maestri ma, come nell’abbraccio finale tra Truffaut e Godard, come amici.

Articolo a cura di Davide Paolacci

Immagini utilizzate su gentile concessione di Lucky Red

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