La sconfitta di tutti

Il fallimento del Pd, gli errori più clamorosi, le ipotesi di alleanza

di Samuele Sassu

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Per molti versi, si può parlare di impresa: riuscire a perdere anche quando numericamente si è vinto. Un paradosso fin troppo semplice da interpretare per chi vota o si candida con il Partito Democratico. Un esito agghiacciante, quello delle attesissime elezioni politiche 2013: premio di maggioranza alla Camera al centrosinistra, per soli 120 mila voti, Movimento 5 Stelle primo partito, Senato senza maggioranza. In una parola: ingovernabilità certa. Non proprio la situazione ideale per portare l’Italia fuori dalla crisi.

Anche se il centrosinistra ottiene il premio di maggioranza alla Camera, perde politicamente. E che sconfitta! Si tratta dell’ennesima, durissima lezione subita da un partito senza identità, né leader carismatici. Troppo sicuro di avere la meglio, sottovaluta la grande presa di Grillo sull’elettorato deluso da vent’anni di buio e, soprattutto, commette un altro errore fatale: dare Berlusconi per spacciato.

Il risultato è noto a tutti: il centrosinistra si ritrova con le spalle al muro. Davanti a esso varie soluzioni, nessuna delle quali è politicamente corretta. Opteranno per una grande coalizione alla tedesca con il Pdl? Un’ipotesi esclusa con forza alla vigilia del voto e assolutamente impraticabile. Dopo un’intera campagna elettorale al veleno, durante cui è stata ribadita l’intenzione di non formare mai più una “strana maggioranza” insieme a Berlusconi, ipotizzare uno scenario del genere è a tratti folle.

Intesa con il Movimento 5 Stelle? Sembrerebbe quasi più semplice tenere a bada Berlusconi. Grillo e il suo esercito di cittadini allo sbaraglio non si lasceranno mai condizionare dal Pd. Sebbene il comico genovese continui a sponsorizzare il modello siciliano, dove i suoi adepti collaborano di volta in volta con il governatore Crocetta, in Parlamento la storia sarà del tutto diversa. Soprattutto di fronte all’estrema necessità di riforme del Paese.

Tornare subito al voto? Bersani e l’intera vecchia guardia farebbero bene a preparare le valigie di sola andata per le proprie case. Lo schiaffo dell’elettorato è clamoroso e lascia il segno su tutti quei volti noti da troppo tempo. Si pensi che, rispetto al 2008, anno del grande sconfitto Veltroni, si sono volatilizzati quasi quattro milioni di voti e si è passati dal 33,1% dell’ex sindaco di Roma al 29,5% di oggi. Persi l’Abruzzo, il Veneto, la Sicilia, la Lombardia, la Campania, la Calabria e perfino la Puglia di Vendola.

Matteo Renzi, acclamato a gran voce dai suoi sostenitori, dovrebbe raccogliere in eredità un partito logoro, se non moribondo. Col senno di poi, qualcuno afferma che con il sindaco fiorentino sarebbe arrivata la vittoria. C’è chi ipotizza perfino che gli elettori di Renzi alle primarie, abbiano preferito dirottare il proprio voto verso Grillo. Una protesta nei confronti di un Pd considerato alla stregua di tutti gli altri, secondo la retorica del “sono tutti uguali”, mai stata più in voga di oggi.

Ancora una volta, pertanto, la sinistra arriva al momento cruciale e stecca in malo modo. Innumerevoli gli errori che in pochissimo tempo hanno fatto crollare il grande vantaggio accumulato da Bersani e i suoi in un anno e mezzo. Vale la pena ricordare quelli lampanti, che hanno provocato il clamoroso dirottamento dei voti verso il movimento di Grillo e, per di più, hanno consentito a Berlusconi di rimontare.

Prima di tutto, la diffidenza del Pd verso il mezzo televisivo ha dato ancora una volta i suoi “frutti”: lasciando campo libero all’invadente Silvio, convinti che la tv conti poco, i democratici hanno subito l’ennesima rimonta, tutt’altro che silenziosa e imprevedibile. “Noi preferiamo le piazze alla televisione”, ha affermato a più riprese Bersani. Ebbene, la decisione di lasciare gran parte delle piazze d’Italia, compresa quella simbolo di San Giovanni a Grillo, durante l’ultimo giorno di campagna elettorale, è stata l’ultima delle malsane idee partorite in casa Pd.

La sconfitta, però, è derivata anche dalla ben nota sciatteria democratica nell’indicare i punti di forza del proprio programma. I moralisti affermano che è preferibile sempre promettere ciò che può essere mantenuto. Un’idea nobile che, tuttavia, quando si hanno di fronte professionisti del populismo come Berlusconi e Grillo, viene spazzata via in un lampo. Un Paese in crisi e stritolato dalla pressione fiscale, costituito da un elettorato esasperato e confuso, non si accontenta dei tecnicismi, delle promesse vaghe e poco chiare.

Vuole sentirsi sbattere in faccia la possibilità di vedere rimborsata l’Imu, di osservare Equitalia crollare come un castello di carte, oppure di assistere all’abolizione concreta del finanziamento pubblico ai partiti. E non importa se a dirlo è un comico o colui che tali mostri ha creato o contribuito a creare. È la demagogia, bellezza. E contro di essa, in tempi così complicati, si vince soltanto lasciando da parte i moralismi e la supponenza.

Per non parlare poi della presa in giro riguardo all’annunciato rinnovamento. La rottamazione di Renzi, che tanto aveva entusiasmato l’elettorato più giovane del centrosinistra, è stata spazzata via dall’esito delle primarie. Riecco dunque Bindi, Finocchiaro, Letta, Marini, l’onnipresente D’Alema che, sebbene non candidato, non ha mai nascosto la volontà di poter entrare nell’eventuale squadra di governo. Esiste un discreto numero di elettori che ha finito di perdonare o soprassedere.

Il “vaffa” di Grillo è la risposta a tutto questo. Il Partito Democratico e il centrosinistra si sarebbero dovuti presentare come i traghettatori dell’Italia verso un futuro migliore, costituito da riforme sostanziali ed eque, lavoro e crescita. Un percorso difficile ma, tuttavia, non impossibile. Crollato, ahimè, sotto i bombardamenti demagogici di due modi di fare politica: l’insolito incedere urlante del M5S e le arcinote idiozie di un vecchio imbroglione, la cui brama di potere non accenna mai a calare. Ha perso il centrosinistra. Probabilmente, abbiamo perso tutti.

(fonte immagine: news.panorama.it)

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