SBK: Aragon, tutto e il contrario di tutto

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    (fonte immagine: infomotori.com)

L’analisi del secondo appuntamento del mondiale Superbike: vince Davies, Aprilia spreca con Laverty, Ducati sprofonda

di Flavio Atzori
@Flavio38_1984

(fonte immagine: stadiosport.it)

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Tutto e il contrario di tutto. Passano sette settimane, il circus delle derivate di serie torna in Europa e ogni pronostico viene totalmente e incredibilmente capovolto. Dall’australe al boreale sembra che le certezze giunte da Phillip Island si siano sbriciolate nella cattedrale del deserto spagnolo di Aragon. Vince chi non ti aspetti, sprofonda chi doveva esser protagonista senza soluzione di continuità, per blasone motoristico,o per confutate prove durante il primo week-end della stagione.

Nel saliscendi dell’Aragonland, cittadella dei motori di proprietà, guardacaso, della Dorna, l’Aprilia dilapida il suo vantaggio prestazionale con Eugene Laverty, ritirato in gara uno ufficialmente per la rottura del “motorino che aziona il comando delle valvole di scarico”, e scivolato dopo due sole curve in gara due,  dopo prove letteralmente dominate.

Roba da mani nei capelli, come fatto dal responsabile Gigi Dall’Igna, che si consola con la vetta della classifica generale agguantata da Sylvain Guintoli, due volte secondo – tre se ci aggiungiamo una manche a Phillip Island – e in fuga in campionato. Uno spreco però, quello di Noale, in attesa che gli avversari si decidano a correre, e non a buttare occasioni o incappare in giornalistiche “giornate storte”. In altre parole, che si massimizzi quanto messo in campo, perché una giornata come Phillip Island poteva ripetersi, ma così non è stato e non per il livello prestazionalmente puro della moto di Noale. In un campionato deciso l’anno scorso da chi ha sbagliato meno, un passo falso può fare la differenza, chiedere a Max Biaggi per informazioni, vincitore del titolo per mezzo punto.

Nella fiera dello spreco, succede quindi che vince, e bene, Chaz Davies, autore di una doppietta, e scomodo compagno di squadra per Marco Melandri nel team BMW Motorrad Italia. Prestazioni maiuscole quelle del gallese che domina il fine settimana spagnolo, esibendo guida esuberante, fisica, ma al contempo pulita, senza mai andare in crisi di chattering, come invece capitato nell’altra parte del box, quella del numero 33, afflitto dai problemi di ciclistica, bilanciamento e da un inaspettato compagno in grado di bastonarlo. Va bene il podio (terzo in gara uno il ravennate), ma il protagonista doveva esser lui nell’immaginario collettivo, ed invece in casa BMW hanno due prime guide, e la pressione ad Assen sarà alle stelle, sopratutto per un team condannato a vincere dopo anni di investimenti.

Detto di Aprilia, che non vince ma convince, di BMW che vince ma con chi non ti aspetti, arriviamo a Kawasaki, che non vince e nemmeno convince del tutto. Alla ‘verdona’ manca sempre quel qualcosa per essere totalmente vincente e convincente. Tom Sykes si ritira per problemi tecnici in gara uno e va a podio in gara due, ma resta la sensazione dell’ennesima “occasione persa” per gli uomini in verde. Attenzione quindi, perché una stagione come quella appena passata non è detto si ripeta. Non sempre gli uomini in verde troveranno situazioni con un emulo di Biaggi in apnea e difficoltà, ed un Marco Melandri disposto per la seconda volta a raggiungere la vetta del campionato per poi stendersi in tre delle ultime quattro manche mondiali.

(fonte immagine: infomotori.com)

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Male, malissimo la Ducati, vittima del suo stesso progetto tecnico, oramai in balia di uno sviluppo che – dicono da Borgo Panigale – debba essere ancora affinato fino in fondo, trattandosi di una moto rivoluzionaria e completamente diversa dal vecchio concetto di bicilindrico. Parole, mezze ammissioni che ricordano preoccupanti richieste di ‘Valentiniana’ memoria con l’anteriore che non carica bene, la moto che non gira, e un motore bicilindrico che perde la sua coppia in basso, ma non ha l’allungo dei quattro cilindri in alto.

Come dire “c’è molto da lavorare” dopo un anno di sviluppo al Mugello. Carlos Checa arranca lottando come il toro che lo rappresenta, Badovini fa quel che può ma intanto in Superpole le prende da un Max Neukirchner qualsiasi con 1199 Panigale privata. Il team è sinonimo di garanzia, quell’Alstare che portò in SBK Max Biaggi nel 2007 e colonna portante del mondiale delle derivate di serie, Checa è un combattente nato e quelli che in Australia erano sospetti, ad Aragon son diventate certezze. La moto è indietro, ed i piloti si dannano per farla andare, ma andare a far visita all’ospedale di Aragon, come fatto nella terra dei canguri, non è sembrata una buona idea.

Meglio andare più piano, raccogliere dati e attendere chiari di luna migliori. I problemi son tanti ma, cosa principale, sembrano gli stessi che Rossi evidenziava nel suo primo anno in Ducati con il telaio inscatolato ed il motore portante. D’altro canto, fare una moto ad immagine e somiglianza della Desmosedici guidata da Casey Stoner prima e dal tavulliano poi, non poteva che portare – al momento – reazioni simili.

Ultime parole per la delusione del week-end, Michel Fabrizio, protagonista a Phillip Island, sprofondato ad Aragon, per la bella prestazione di Jules Cluzel in sella alla Suzuki, di Davide Giugliano con l’Aprilia del team Althea, e di un Loris Baz che al via di gara due per aver spento inavvertitamente la moto durante una procedura di partenza, ha scambiato la sua Ninja per un sacco da pugile. Lei lo ha ricambiato permettendogli una rimonta fino al sesto posto in gara due.

Nota finale  per il – mesto – ritorno nel circus iridato del team Liberty che ha schierato una vecchia 1098R con il povero Mark Aitchinson, talento appiedato per mancanza di fondi dal British Superbike. Dopo i “fasti” dello scorso anno, con quattro moto schierate, una hospitality gigantesca piena di birra e belle ragazze, piloti licenziati per “mancanza di risultati” (e non per insolvenze nei pagamenti…ndr), e ritiro prima della fine del campionato, ecco il loro annunciato rientro. Tanta la gioia nel paddock per questo ritorno. Contenti in special modo i diversi creditori insoluti del team, tra cui la stessa Pirelli. Poco importa poi che Aitchison girasse a sei secondi dai primi e in gara due non sia riuscito nemmeno a partire…in fondo, si tratta di una competizione no!?

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