Sicilia, c’è chi vince (poco) e chi perde (tanto)

Geometrie variabili e nuovi esperimenti politici: la Sicilia laboratorio per le prossime elezioni politiche? E allora che venga detto: anche la sinistra italiana è stata infettata dal virus che già ha tramortito quelle europee. Ma non lo si vuole ammettere
Da sinistra: Nello Musumeci, neo presidente della Sicilia, Matteo Salvini. Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. (fonte immagine: corriere.it)

Da sinistra: Nello Musumeci, neo presidente della Sicilia, Matteo Salvini. Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi. (fonte immagine: corriere.it)

È così che al terzo tentativo Nello Musumeci riesce nella sua corsa per lo scranno più alto di Palazzo d’Orleans, sostenuto da una salda alleanza Forza Italia – Lega Nord – Fratelli d’Italia che è già un modello da imitare.

I tre del “patto dell’arancino” esultano festanti e cavalcando l’onda dell’entusiasmo sono pronti alla sfida nazionale. Il centrodestra è rinato. No, spieghiamo meglio: Silvio Berlusconi è tornato e pertanto il centrodestra è rinato.

L’ultimo, ma decisivo, endorsement a Musumeci è proprio arrivato dall’ex cavaliere, il quale, captando le istanze inclusive ed unitarie nonché puntando alla creazione di un polo moderato dei liberali, ha messo da parte i trascorsi del neo governatore da militante di destra molto destra, ha fatto le valigie ed è volato nella bella isola a portargli il suo sostegno.

Ma non è né Musumeci né Berlusconi il vero vincitore. Forse Giorgia Meloni che mai ha indietreggiato sul suo candidato ed anzi è stata brava a sponsorizzarlo agli alleati? No, neanche lei. Chi ha portato a casa un ottimo risultato è senza dubbio Matteo Salvini.

Secondo l’analisi dei flussi, in realtà, Musumeci ha raccolto la gran parte dei voti dagli elettori del suo movimento “Diventerà bellissima” seguiti da quelli di Forza Italia e Fratelli d’Italia. L’apporto dei leghisti è stato sì importante, ma non troppo consistente, diciamo quel tanto che basta per entrare per la prima volta nell’Assemblea Regionale della Regione Sicilia. Ed ecco servita la duplice vittoria di Salvini: col minimo sforzo non solo è finalmente rappresentato nel parlamentino regionale, ma è riuscito addirittura a cacciar via Angelino Alfano, sempre molto forte in Trinacria.

Spoglio elettorale al cardiopalma per il Movimento 5 Stelle, il cui candidato Giancarlo Cancelleri ha sfiorato il nirvana elettorale. Ebbene, ha perso arrivando secondo, ma i pentastellati possono comunque esultare: il Movimento è stato il partito più votato. Quindi la campagna elettorale può dirsi riuscita. Non proprio.

Due elementi ridimensionano la grandezza della sbandierata riuscita: rispetto alle regionali del 2012 questa tornata ha fatto loro guadagnare 26,7% (513mila voti), ma con riguardo alle politiche del 2013 si registrano perdite di circa 300 mila votanti; l’altro dato riguarda il voto disgiunto: Cancelleri da sé ha ottenuto il 7% in più delle preferenze date al M5S, questo significa che molti elettori hanno votato una lista di sinistra, ma hanno assegnato a lui la preferenza.

È lecito chiedersi: dove trova la boria Luigi Di Maio di annullare il confronto tv a diMartedì con il segretario PD Matteo Renzi peraltro da egli stesso chiesto? Peccato di presunzione? Non sta a noi giudicare, ma dai più questo passo indietro è visto come una grande scorrettezza.

Chi esce da questa tornata con le ossa rotte è senza dubbio il Partito Democratico. Fabrizio Micari raccoglie solo il 18,7% delle preferenze e, annuncia, torna a fare il rettore dell’Università di Palermo. Bruciarsi alla prima esperienza in politica non è bello, in questo modo poi è proprio brutto.

La débâcle del centrosinistra paga il conto delle divisioni e delle rissosità interne. Se, pur procedendo in maniera molto elementare, sommassimo i voti di Micari a quelli ottenuti da Claudio Fava, candidato scelto da Art. 1 – MdP e Sinistra Italiana, pari al 6,14% non arriveremmo nemmeno al secondo posto: è l’intera compagine politica a sinistra che ha perso appeal e credibilità.

A minare quest’ultima vi sono le polemiche a nostro dire inutili cui si reso protagonista Davide Faraone (PD), che ha accusato il presidente del Senato Pietro Grasso di essere corresponsabile del fallimento dei democratici per via del suo mancato accoglimento della proposta di candidato alla presidenza della Regione. Di appeal perso, invece, ne fa i conti Matteo Renzi: la sua stessa leadership è messa fortemente in discussione.

Il PD e i partiti intorno gravitanti non si riconoscono più nella sua politica e giudicano questa sconfitta – pur annunciata con largo anticipo e forse per questo poco supportata dal partito centrale – l’ennesima disfatta dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre scorso e dopo le pesanti perdite registrate nell’ultima tornata amministrativa (ne abbiamo parlato qui).

Eppure Renzi non sembra troppo preoccupato: con la nuova legge elettorale non è opportuno individuare un leader della coalizione e, a dirla tutta, voi lo vedete un altro candidato valevole a correre per la guida politica democratica del Paese?

C’è chi ha vinto e chi ha perso. C’è poi che chi ha perso ha anche vinto e chi ha vinto ha anche perso. C’è infine chi non ha né perso né vinto. Tutto cambia per non cambiare tutto?

L’adagio è sin troppo abusato, ma forse c’è una ragione: è di stamani l’arresto di Cateno De Luca, neo rieletto deputato del Parlamento siciliano per UDC con appoggio a Musumeci, per evasione fiscale. Pare, infatti, che il politico ed imprenditore De Luca avesse creato un meccanismo burocratico finalizzato ad evadere al fisco un milione e 750mila euro.

Ebbene, che nel salone delle feste le danze possano avere inizio.

Silvia De Maglie

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