Cinema e streaming: due schermi, una storia

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Trovare il posto indicato sul biglietto, accomodarsi in poltrona e aspettare che le luci si spengano. Da quel momento, ciò che accade fuori dalla sala perde importanza. Per oltre un secolo il cinema è stato prima di tutto questo: un rito collettivo, capace di riunire sconosciuti davanti alle stesse storie, agli stessi sogni e alle stesse emozioni. Oggi però quella dimensione si confronta con una nuova realtà: lo streaming. 

La nascita del cinema risale convenzionalmente al 1895, quando i fratelli Lumière presentarono al pubblico parigino “L’uscita dalle officine Lumière”. Da quel momento la sala è stata il luogo privilegiato della visione per oltre un secolo. Con l’arrivo di Internet e soprattutto di Netflix, che nel 2007 introdusse il servizio on demand e dal 2016 si espanse a livello globale, le abitudini del pubblico sono cambiate radicalmente.

Il cinema che parla del cinema 

Le chiusure imposte dalla pandemia di Covid-19 hanno incrementato questa crisi della sala, favorendo ulteriormente la diffusione delle piattaforme streaming. Per mesi i cinema sono rimasti chiusi e milioni di spettatori si sono abituati a fruire film e serie tv direttamente a casa.

Una crisi che il cinema stesso aveva già raccontato prima della pandemia. In “La la land” di Damien Chazelle la chiusura del cinema “Rialto” accompagna simbolicamente la fine della storia d’amore tra i due protagonisti Mia e Sebastian, diventando metafora della scomparsa di un certo immaginario romantico legato al grande schermo. Ne “La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro, il cinema sotto casa di Elisa appare quasi sempre deserto, simbolo di una trasformazione iniziata già negli anni Cinquanta con l’arrivo della televisione nelle case. 

La rivincita della sala

Eppure, nonostante le previsioni più pessimistiche, negli ultimi anni si è assistito a una graduale ripresa della presenza in sala. A trainarla sono stati anche eventi cinematografici capaci di trasformarsi in fenomeni culturali collettivi, come il “Barbenheimer” dell’estate 2023 con “Barbie” di Greta Gerwig e di “Oppenheimer” di Christopher Nolan. A questi si aggiungono successi come “Dune” di Denis Villeneuve, il recente ritorno in sala de “Il Diavolo veste Prada” di David Frankel e il rinnovato interesse per il cinema horror: la prova che i film continuano a trovare nella sala il loro habitat naturale.

Quando guardare diventa vivere

Al di là dei numeri, il cinema continua a esercitare un fascino che va oltre la semplice visione di un film. Entrare in una sala significa concedersi una forma di immersione sempre più rara: lasciare fuori le distrazioni e la velocità della quotidianità per abbandonarsi ai tempi del racconto.

È vivere un’opera nel modo in cui è stata pensata, condividendo risate, silenzi, tensione e meraviglia. È riconoscersi nelle storie degli altri, scoprire che certe paure e certi desideri non appartengono solo a noi. Ed è evasione, non vista come fuga dalla realtà, ma come modo di abitarla diversamente: uscire per qualche ora da chi si è, per tornare a casa con qualcosa in più.  

Il grande schermo come scelta 

Non sorprende che alcuni dei maggiori cineasti contemporanei continuino a difendere con forza il grande schermo. Registi come Christopher Nolan e Quentin Tarantino concepiscono i propri film per essere visti in sala, sfruttando il formato, il suono e la qualità delle immagini come elementi narrativi essenziali, non replicabili allo stesso modo sullo schermo del telefono, del computer o della televisione.  

Nolan è oggi infatti il più celebre sostenitore di cineprese IMAX analogiche: una filosofia che trova il suo esempio migliore in “The Odyssey”, primo film ad essere girato interamente in formato IMAX, in uscita nelle sale il 16 luglio di quest’anno.

Tarantino è da anni tra i più strenui difensori della pellicola analogica, convinto che il digitale impoverisca qualcosa di fondamentale nell’esperienza cinematografica. Una posizione radicale, ma che dice molto su quanto il formato non sia mai solo una questione tecnica: è una scelta che nasce dalla convinzione che certi film vadano vissuti in sala, e solo in sala.

L’altra faccia della medaglia 

Sarebbe però riduttivo considerare lo streaming soltanto come un antagonista. Le piattaforme hanno aperto nuove possibilità creative e produttive. È il caso, ad esempio, di film prodotti e distribuiti principalmente su Netflix, come “Roma” di Alfonso Cuarón, “The Irishman” di Martin Scorsese o “Don’t Look Up” di Adam McKay, che hanno dimostrato come qualità artistica e distribuzione in streaming possano convivere.  

Parallelamente la serialità è diventata una delle forme narrative più influenti del nostro tempo, offrendo nuove possibilità di racconto e permettendo di sviluppare personaggi e storie con tempi diversi rispetto al cinema. Basti pensare a fenomeni seriali degli ultimi anni come  “The Bear” distribuita da Disney+, “Stranger Things” e “Squid Game” entrambe prodotte da Netflix. 

È il caso anche di nuove forme di serialità interattive e non lineari, rese possibili proprio dalle piattaforme digitali, in cui lo spettatore non si limita più a seguire una storia, ma in alcuni casi ne influenza lo sviluppo o l’esperienza di fruizione, come per “Black Mirror: Bandersnatch”

Una convivenza possibile 

Forse, allora, la vera domanda non è se il futuro appartenga alla sala o allo streaming.
Le piattaforme hanno cambiato per sempre il modo di vedere film e serie tv, ma non hanno cancellato il desiderio di condividere storie. Riportare le persone al cinema significa preservare un’esperienza culturale unica; allo stesso tempo lo streaming ha aperto nuove possibilità creative e nuovi modi di raccontare il mondo e raggiungere il pubblico. 

In fondo ciò che conta è che i film continuino ad essere realizzati, visti e discussi, perché a più di un secolo dai Lumière, il bisogno di raccontare, immaginare e sognare è rimasto sempre lo stesso.

Articolo a cura di Chiara Lepore

Immagine di copertina via Pexels, licenza Creative Commons

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