Referendum 2026: il voto dei giovani e la spinta verso il futuro
Altissima l’affluenza dei giovani al referendum. La maggioranza vota “No” ma sarebbe un errore per la sinistra dire di aver conquistato il loro consenso
Il 22 e 23 marzo il popolo italiano si è espresso sulla riforma costituzionale che introduceva la separazione delle carriere. Ha vinto il “No” ed è un risultato tutt’altro che scontato. D’altronde, in questo referendum 2026 pochi risultati erano prevedibili: la stessa vittoria del fronte delle opposizioni, la cui campagna è partita in svantaggio nei sondaggi; i dati sull’affluenza che, nonostante non ci fosse un quorum da raggiungere, col 58,9% si attesta su livelli non da record ma comunque tra i più alti della storia. In questi dati se ne nasconde un altro di grandissima rilevanza ed è il voto dei giovani.
Un “anti-elettorato”, si potrebbe definire. Un popolo, quello compreso tra i 18 e i 34 anni, che di solito non va alle urne ma che al referendum sulla giustizia ha votato e si è apertamente schierato per il “No”. Sarebbe tuttavia un errore per la sinistra cercare di capitalizzare subito questo voto, tirarlo dalla propria parte senza averlo prima compreso. Aveva ragione Winston Churchill quando con finezza politica diceva: “I problemi della vittoria sono più piacevoli di quelli della sconfitta ma non meno gravosi”. Partiamo quindi da alcuni numeri.
I dati sull’affluenza
Gli unici dati ufficiali in relazione alle elezioni sono quelli forniti dal ministero dell’Interno e i dati statistici dell’Istat. Questi ultimi hanno bisogno di tempo per essere elaborati, quindi, per il momento, gli esiti del Viminale sono gli unici dati su cui fare riferimento. L’unico dato assolutamente certo è quello sull’affluenza, che si attesta al 58,9% per quanto riguarda il voto in Italia (55,7% includendo il voto proveniente dall’estero) e sull’esito che registra la vittoria del “No” col 53,24.%. Il resto dei numeri che vengono divulgati dai quotidiani o sul web sono proiezioni o sondaggi privati, come Youtrend o Opinio-Rai. Il che non vuol dire che non siano affidabili o utili – anche solo per farci un’idea – ma potrebbero essere corretti solo dopo la pubblicazione dei dati da parte dell’Istituto nazionale di statistica.
Tra le varie proiezioni, quello di Nando Pagnoncelli – noto sondaggista – per il Corriere della sera, consultabile anche su Reddit, mostra un dato molto interessante proprio sull’affluenza giovanile. Secondo l’amministratore delegato della società di ricerca Ipsos, l’affluenza della fascia tra 18-34 anni è stata molto alta, intorno al 60%, con una prevalenza del No del 55,3%. Differente è il dato del Consorzio Opinio Rai che registra la vittoria del No al 61,1% su quella fascia di età. Un focus importante è da fare sulla Generazione Z, che da sola ha raggiunto il picco del 67%.
Chi sono questi giovani?
Questi giovani fanno parte di quel “popolo” che nelle statistiche viene tradizionalmente indicato tra le fila dell’astensionismo e nelle analisi politiche tra i “disinteressati o i disaffezionati”. E invece dalle proiezioni vediamo valori molto alti, come ad esempio fra gli studenti, che hanno raggiunto il 74% dell’affluenza nonostante la campagna elettorale di entrambi i fronti non abbia fatto nulla per richiamarli al voto e, da parte del governo, si sia anzi fatto di tutto per ostacolare il loro diritto, come nel caso dei fuori sede, a cui in occasione di questo referendum non è stato concesso di votare nei luoghi di domicilio, a differenza delle ultime due tornate elettorali.
Come è da interpretare questa partecipazione? Innanzitutto bisogna capire chi siano i giovani che hanno votato. Come abbiamo visto, sono in larga parte studenti e giovani lavoratori. Ragazzi abituati a vivere a distanza, se non con ritrosia, la lotta tra i partiti, ma non la politica. È una generazione di ragazzi a cui il termine “globalizzazione” va stretto, perché la portata delle loro connessioni e accesso alle informazioni è planetaria. La differenza è sostanziale e risiede nella prospettiva. Globale è un intero mondo collegato, planetario è un aggettivo che si fonda sull’unità, senza confini ma preso nella sua interezza. È infatti un popolo ben conscio dei problemi del mondo che scende spesso e volentieri in piazza per il clima, per la pace, per la lotta alle discriminazioni. Che non ha vissuto la guerra e non la ricorda – punto considerato a sfavore nella costruzione delle coscienze da parte di alcuni – ma nemmeno la concepisce! Anti-militarista, dunque, e che trova più stimolo nelle differenze che nelle differenziazioni.
La campagna assente sui giovani
E in questo referendum 2026, qual è stata in fin dei conti la campagna rivolta ai giovani? Eppure da soli costituiscono circa il 20% dell’elettorato, 10 milioni su 60.
L’intera campagna elettorale, da ambo le parti, è fuggita dal confronto diretto con questa generazione e nessuna comparsata in podcast di successo può compensare questa mancanza. L’analisi va oltre questo referendum, che può essere un punto di svolta generazionale nel modo di fare politica. Facendo un pensiero a ritroso, può essere uno spunto di riflessione per tutto ciò che riguarda la storia del governo e dell’opposizione degli ultimi 4 anni e uno stimolo per i prossimi 6, dato che manca ancora un anno alle prossime politiche.
La sinistra – di palazzo, non quella del mondo associativo, del volontariato, del quartiere e della strada – fino a ieri considerava gli appartenenti a questa generazione un’eredità storica che non è detto che duri ancora, mentre la destra li combatte apertamente facendo tutta una serie di politiche contro di loro, dal cosiddetto decreto “rave” di inizio mandato, all’assenza totale di una politica negli affitti (vedi gli studentati), fino all’impedimento di voto per i fuori sede che colpiva innanzi tutto loro.
La campagna del futuro
Il voto dei giovani è stata una sorpresa per i partiti perché non è inquadrabile nel loro sistema. Chi ha votato, ha votato per Gaza, contro a deriva autoritaria dell’Occidente, per una giustizia e per un diritto internazionale e universale.
Sarebbe un errore appropriarsi del voto dei giovani che si sono sentiti chiamati in causa con coscienza su questioni radicali come Costituzione, Giustizia, equilibrio del potere. In questo referendum ha vinto la Costituzione e non la sinistra sulla destra. Almeno non completamente. La mossa più intelligente da fare è dare ascolto alla voce dei giovani che, a dispetto di tutto, la Costituzione la sentono, ci si riconoscono, perché corrisponde ai loro valori. E perché è il futuro, e il futuro – questo è l’unico dato fondamentale e incontrovertibile – appartiene a loro. Bisogna partire da qui. Da qui bisogna costruire i programmi futuri. Partendo dai valori.
Articolo a cura di Andrea Pezzullo
