Famiglie amputate: quando la povertà diventa discriminazione istituzionale
La storia di una bambina cresciuta in comunità, mentre la madre e il padre combattono da oltre dieci anni nelle aule dei tribunali per riunire la famiglia.
La povertà è reato?
Anna compie 18 anni questo mese. Da ora potrà decidere se lasciare la struttura dove ha vissuto per circa dodici anni. I genitori avrebbero voluto essere presenti in questo momento, dopo aver combattuto a lungo nelle aule dei tribunali per riportarla a casa. Nonostante il grande impegno nel riunire la famiglia, non sono riusciti.
Dopo l’allontanamento di Anna (nome di fantasia) e dei suoi fratelli, la madre si è gravemente ammalata. È tornata a vivere nel paese di origine, in ex-Jugoslavia.
Con il padre, continua da lontano il lungo iter di processi e procedure per riavere i quattro fratelli di Anna, tre dei quali sono in adozione e di cui uno è rimasto in comunità. Durante le udienze non è mai stato accertato alcun reato, né abuso da parte dei genitori.
L’unico elemento emerso con certezza è la condizione di povertà estrema in cui la famiglia versava.
La storia
Anna, quando è arrivata in comunità per la prima volta, aveva sette anni. È stata descritta fin da subito dagli operatori come una bambina ben educata. I fratelli, tutti più piccoli di lei, sono stati trovati in salute. Se per un fanciullo, il tempo di una settimana lontano dal proprio genitore può sembrare un’eternità, nel caso di Anna e dei suoi fratelli la lontananza da mamma e papà, senza una chiamata, né una visita, dura sei mesi.
La madre, che all’inizio dell’intervento viene giudicata “agitata”, capirà presto che “collaborare” con le istituzioni è d’obbligo. In ogni caso attenderà otto mesi per parlare la prima volta al telefono con i figli. Nel frattempo durante il percorso di valutazione della genitorialità farà di tutto per dimostrarsi disponibile e capace di risanare la questione economica.
Nel mentre viene avviata la procedura di adottabilità. L’iter deciderà se i bambini possono tornare dai genitori o devono essere dati in adozione.
Le telefonate con i genitori
Arriva una buona notizia: vengono autorizzate le chiamate con i genitori supervisionate dagli operatori. Durante una di queste telefonate, come una piccola donna di casa, Anna promette che si prenderà cura dei fratelli. Alle operatrici dice di essere contenta di parlare con la madre e nei giorni seguenti realizza per lei un disegno. Vi compaiono i cinque fratelli, ciascuno con un volto segnato da una virgola piangente; mentre i genitori sono rappresentati all’altro margine del foglio con espressioni serene. Sopra scrive: “Mamma ti voglio bene”.
Nonostante tutto, viene dichiarata l’adottabilità di tutti e cinque i bambini.
Trascorrono sei anni e Anna viene vista che parla con una sconosciuta in un negozio. “Dov’è mia madre?” le chiede. Intanto la speranza di poter un giorno tornare dai genitori vacilla, fino a estinguersi.
Alcuni anni dopo arriva la perizia dello psichiatra conferma che, nella storia di Anna, non si è trattato di abbandono. Ma è tardi per mettere in discussione il percorso verso l’adozione.
L’accertamento dello stato di abbandono
Secondo la Treccani, il termine “abbandono” significa “lasciare definitivamente” o anche “lasciare per sempre”. La legge 184 del 4 maggio 1983, che si occupa della tutela del minore, afferma che è “l’accertamento dello stato di abbandono del minore” a condurre alla “dichiarazione di adottabilità”, cioè quando il minore è privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori.
In questi mesi Anna forse farà i conti con un passato di cui nessuno le ha mai spiegato i veri perché. Tra le carte dei processi noterà forse che la madre faceva l’elemosina.
L’accattonaggio in Italia non è reato dal 1999, e la legge a tutela del minore afferma: “Il bambino ha diritto di crescere e di essere educato nell’ambito della propria famiglia” e, per evitare fraintendimenti, aggiunge: “Le condizioni di indigenza dei genitori (…) non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia”.
Si renderà conto che la povertà non è colpa della madre? E scoprirà di non essere mai stata abbandonata dai genitori?
Povertà e migranti
Nel 2023, secondo il Ministero del Lavoro, il 35 per cento circa delle famiglie composte da soli stranieri in Italia viveva in povertà assoluta, contro il 6 per cento circa delle famiglie italiane.
Le famiglie migranti rappresentano circa un terzo di tutte le famiglie povere, pur essendo solo il 9 per cento di quelle residenti. Spesso e volentieri si tratta di famiglie che vengono discriminate per il colore della pelle o per l’etnia, famiglie le cui madri o i padri sono in Europa alla ricerca di un benessere economico nel quale allevare i propri figli.
Carlo Stasolla, presidente dell’associazione Articolo 21, spiega i retroscena di una pratica discussa già molti anni fa e di cui ancora oggi tante famiglie subiscono le conseguenze: “È dimostrato come l’essere povero conduca a compiere azioni che vengono condannate dalla società maggioritaria”. E se per alcune persone certi comportamenti, come l’accattonaggio, sono difficili da spiegare, Stasolla continua: “La povertà conduce a vere situazioni di deprivazione, e si può arrivare a chiedere l’elemosina”.
Secondo l’esperto, oggi “l’Italia, invece di rimuovere le cause della povertà, agisce aggredendo i nuclei economicamente svantaggiati: uno strumento di condanna per la famiglia è la sottrazione del minore”.
L’intervento delle istituzioni nelle famiglie
Roberta Aria, avvocato del Foro di Napoli, commenta: “Dovremmo riflettere sulle modalità degli interventi. Oggi, in quasi tutti gli allontanamenti, i minori possono vedere il genitore un’ora a settimana. Una mamma, se non ha compiuto abusi verso i propri figli e si dimostra collaborativa con i servizi sociali, potrebbe essere coinvolta di più nella vita del figlio. Un’ora a settimana è un tempo davvero esiguo. Si crea una frattura tra bambino e genitore che – con procedimenti che durano dai due anni in su – è difficile risanare”, e continua: “Oggi ci sono molte famiglie con un background migratorio, famiglie con poche risorse economiche. Per essere sicuri di compiere l’intervento migliore, è fondamentale coinvolgere un mediatore o una mediatrice dello stesso paese della famiglia”.
Aria prosegue: “In molte situazioni abbiamo sperimentato difficoltà nel trovare i mediatori per le udienze e presso le ASL. C’è da dire che la loro assenza rischia di pregiudicare il lavoro”, e continua: “Anche nell’ambito della psicologia e della psichiatria, la formazione di un professionista della salute mentale italiano può portare a interpretare i comportamenti o le parole in relazione alla nostra cultura, quando invece andrebbe presa come riferimento anche la cultura della famiglia. Per questo motivo, in questo settore, emerge un elevato bisogno di etnopsicologi ed etnopsichiatri. Figure che collaborino con il Tribunale dei Minorenni”, e conclude: “Oggi le istituzioni dovrebbero sedersi a un tavolo e ridiscutere le competenze alla luce delle nuove complessità che stanno emergendo, anche in un’ottica transculturale”.
Laura Ghiandoni
Questo articolo è stato realizzato con il supporto di Journalismfund Europe

