Educare al consenso sin dalla tenera età per crescere adulti consapevoli

Insegnare a comprendere le emozioni, saperle esprimere e saperle interpretare. Perché è bene iniziare presto. Ne parliamo con la dott.ssa Giulia Marchesi e Francesca Palazzetti.

Per imparare a guidare i nostri genitori ci fanno fare pratica o ci segnano in una scuola guida. Per imparare a nuotare facciamo anni e anni di piscina. Per imparare a leggere ci mandano a scuola. Tutto giusto, direi. Perché, come diceva quella santa donna di mia nonna, “nessuno nasce imparato”. 

Questo si applica alla stragrande maggioranza delle conoscenze e delle competenze. Ma ancora è difficile che il concetto passi in riferimento all’educazione affettiva e sessuale. L’educazione sessuale, o anche la sola idea di parlare come genitori di sesso ai nostri figli e figlie sembra rimanere un tabù

Sono una figlia degli anni Ottanta. I miei genitori mi hanno fatto studiare, ho una laurea e più di un master, sono andata all’estero per imparare le lingue. Eppure i miei genitori (non me ne vogliano se li prendo ad esempio qui) non mi hanno mai parlato di sesso, non mi hanno mai spiegato come funziona il mio corpo, né mostrato i metodi contraccettivi. A un certo punto ho avuto le prime mestruazioni e i miei primi fidanzati e ancora nessuno si è premurato di sedermisi accanto o di fronte e condividere con me un paio di pensieri a riguardo. 

I ragazzi e le ragazze di oggi non hanno maggiore fortuna lato genitori. Da un’indagine nazionale del Ministero della salute sulla salute sessuale e riproduttiva degli adolescenti, pubblicata nel 2019, emerge infatti che in famiglia difficilmente si affrontano questi temi, difficilmente si parla di sessualità, di infezioni sessualmente trasmissibili o di contraccezione. Si rileva anche che, in un contesto in cui l’educazione sessuale è assente, frammentaria, approssimativa e geograficamente disomogenea, la stragrande maggioranza degli adolescenti italiani (l’89 per cento dei ragazzi e l’84 per cento delle ragazze) è costretta a informarsi ricorrendo ad internet.

Questa è la grande differenza tra la me adolescente negli anni Novanta e i ragazzi e le ragazze di oggi. Diversamente da me sono bombardati di informazioni: esposti alla rete globale, hanno accesso a contenuti di ogni tipo: la sovrabbondanza di informazioni non necessariamente corrette (per la serie: non è che se lo dice Google sia per forza vero….) certe volte crea più danni che benefici.

Dall’altra parte l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole è ancora a carissimo amico. E l’Italia, non che questo ci consoli, sta messa male quanto altri paesi. Il rapporto “Policies for Sexuality Education in the European Union” (2013) pubblicato dal Dipartimento Direzione generale per le politiche interne del Parlamento europeo disegna una mappa di come gli Stati europei si orientano rispetto all’insegnamento dell’educazione sessuale che varia da paese a paese. Risulta che «molti giovani europei non sembrano essere informati sulle questioni fondamentali di educazione sessuale, specialmente sui temi della salute e dei diritti riguardo il sesso e la riproduzione».

Eppure l’opportunità di un’educazione affettiva rivolta ai nostri figli e le nostre figlie inizia ancora prima. Come genitori o come educatori ed educatrici non si può ignorare questo aspetto. Non possiamo aspettarci che, senza agire in maniera consapevole prima, i ragazzi e le ragazze arrivate alla pubertà semplicemente si scoprano “imparati”. Così come a quell’età sanno nuotare perché glielo abbiamo insegnato, o sanno leggere e scrivere perché da anni è stato avviato il processo di alfabetizzazione, o sanno andare in bicicletta perché con fatica e mal di schiena li abbiamo accompagnati e incoraggiati nei loro tentativi di trovare da sé un equilibrio e la propria velocità, allo stesso modo è dalla loro tenerissima età che è utile riflettere e agire, noi adulti intendo, per educarli anche all’affettività, al consenso e al rispetto dell’altro.

Qualche mese fa ho seguito il webinar “L’albero del consenso” rivolto a genitori ed educatori ed educatrici di bambini della fascia anagrafica 2-8 anni. Ad organizzarlo sono la dott.ssa Giulia Marchesi – psicologa, sessuologa, oltre al lavoro clinico da qualche anno si occupa proprio di educazione sessuale ed affettiva – e Francesca Palazzetti – dott.ssa in scienze sociali, doula, lavora per il diritto al buon inizio e alla buona continuazione, crede nel far rete, e da donna e genitore le sono particolarmente cari i temi dell’educazione emotiva, affettiva e sessuale. Trovate a seguire la breve intervista in cui ho approfondito con loro alcuni di questi temi.

D. Perché avete deciso di dedicarvi alla fascia d’età 2-8 anni?

R. Sentivamo il bisogno di colmare questo spazio lasciato vuoto e senza risposte. Quando ci siamo conosciute Francesca ed io, avevo già provato ad occuparmi dell’educazione sessuale in questa fascia d’età trovando molti riscontri da parte delle famiglie che su questo tema si sentono impreparate e spaventate. Con Francesca, che incontrava lo stesso bisogno espresso da genitori anche con bambini piccolissimi, abbiamo ampliato l’offerta, prendendoci cura di diversi aspetti legati alla sessualità e rivolgendoci non solo ai genitori ma anche a tutte le figure educative che ruotano attorno alla vita dei più piccol*.

Pensiamo ad esempio a come viviamo e interpretiamo, a come narriamo e come agiamo rispetto ai corpi di bambini e bambine, delle persone più giovani, ed alle loro scelte. Tendiamo a non riconoscere loro una validità, un’interezza e una proprietà, almeno fin quando non ci sembrano “cresciuti”, anche se nessuno individua con chiarezza dove si colloca questo “quando”. Con l’adolescenza si attiva una sorta di allarme, perché li percepiamo vicini all’età adulta, piena di tante complicazioni e difficoltà che spesso sono state nostre, magari ancora non del tutto comprese ed elaborate.

Sono proprio i primi anni di vita quelli in cui gli adulti di riferimento e il loro sguardo sulle cose, le parole che usano, gli approcci e le reazioni che hanno, diventano esempio e guida per bambini e bambine. Vogliamo supportare gli adulti e la loro consapevolezza in quel ruolo delicato e prezioso, nella costruzione di un clima di fiducia che a seconda dell’età sarà base sicura per la condivisione di esperienze e nuove frontiere.

D. Cosa vuol dire educare al consenso nella fascia di età 2-8 anni?

R. Educare al consenso significa tante cose: significa accettare le diversità, comprendere le emozioni, saperle esprimere e saperle interpretare. Significa educare al rispetto del proprio corpo e di quello altrui, ma anche più in generale rispettare l’altr* nella sua interezza. Scegliere questa fascia d’età per noi è scontato: è solo da qui che si possono instillare le basi per una comprensione reale del concetto di consenso, perché esso riguarda tutto, non solo la sessualità. Ed è proprio tra i 2 e gli 8 anni che lo si può leggere in tutte le azioni quotidiane.

Il sottotitolo del nostro webinar è “dalle mura di casa al mondo esterno”: partiamo dall’osservazione di piccoli gesti che accompagnano le giornate, prima nel nucleo familiare, poi nel raggio delle relazioni esterne più vicine, via via estendendolo verso il mondo fuori. Sin dalla culla siamo immersi in un sistema di relazioni con altre persone: riflettere sul modo in cui, come persone adulte, gestiamo i confini e le emozioni e come possiamo trasmetterne il valore alle persone più giovani è per noi un modo per contribuire ad una società più consapevole e più libera di scegliere.

D. Uno dei concetti principali condivisi durante il webinar è stato quello della validazione del No del bambino o della bambina. Potete spiegarci perché è così importante e come si fa?

R. Spesso nei nostri webinar * partecipanti hanno paura che validare i NO significhi “cedere” sempre, o eliminare le regole. In realtà non è così: validare i NO può convivere con le regole familiari e le necessità non negoziabili (ad es. scuola e visite mediche). Semplicemente si modifica la comunicazione, che non si baserà più sull’imposizione ma sull’ascolto.

Culturalmente ci circondano ancora molti retaggi di una visione dei bambini come mini-adulti da indirizzare e plasmare, spesso presenti anche nelle storie delle persone che partecipano ai nostri incontri. Rendere normale e validare l’individualità, il potenziale di scelta e il suo valore, allenare la verbalizzazione degli stati d’animo che l’accompagnano, l’accoglienza delle differenze, la pratica del rispetto, sono opportunità che possono in primis cambiare il nostro approccio, e offrirne uno più consapevole alle persone più giovani.

D. Perché è tanto difficile che l’educazione affettiva e sessuale trovi lo spazio adeguato e necessario nel sistema scolastico pubblico?

R. Una delle difficoltà è che seppur siamo in uno stato laico, la religione risulta ancora ingombrante nel sistema scolastico. L’altra è che * dirigenti hanno paura di inserire lezioni così cariche di tabù e preoccupazioni da parte delle famiglie, quando basterebbe leggere le linee guida dell’OMS al riguardo e approfondire gli incontri informativi. Inoltre si pensa (erroneamente) che ci siano cose più importanti dell’educazione sessuale, quando in realtà essa è alla base del benessere e della salute globale degli individui.

La scuola è un luogo di crescita e di apprendimento ed è un presidio sociale in cui a prescindere dalle differenze si può aver cura di coltivare una cittadinanza attiva: l’educazione emotiva, affettiva e sessuale è alla base delle interazioni con gli altri individui e ha un valore enorme anche in termini di prevenzione, sia di esperienze che possano essere subite, ma ancora di più agite.

D. Durante il webinar ad un certo punto si è detto: “non conta quel che c’è fuori, se loro (i nostri figli) sono solidi dentro”. Cosa intendevate?

R. Attraverso gli incontri de l’albero del consenso ci muoviamo in un percorso che si ingrandisce dalle nostre case fino agli scambi con persone esterne, anche quelle che non si conoscono. Condividiamo in ogni edizione con chi partecipa, il campanello d’allarme che da qualche parte è sempre presente quando si parla di consenso, rispetto alle minacce, ai pericoli, alla parola più difficile per tutt*, gli abusi.

Se è vero che non abbiamo potere sul controllo del mondo esterno, ne abbiamo tantissimo sul nutrimento e l’allenamento di una relazione di fiducia e trasparenza con i bambini e le bambine per cui siamo riferimento, tale che possano sempre sentir-si e riconoscer-si a proprio agio oppure no e poterlo riconoscere nell’altr*, non avere dubbi sulla validità di quelle sensazioni, e sapere che rappresentiamo persone sicure con cui potranno condividerlo. La solidità della consapevolezza dei propri confini è un potere legittimo che possiamo costruire insieme e non sarà mai troppo presto per iniziare.

A breve la dott.ssa Giulia Marchesi e Francesca Palazzetti animeranno una nuova edizione de “L’albero del consenso” nei giorni 10, 17 e 24 maggio. Per maggiori informazioni è possibile consultare le pagine Instagram @se4sexeducation e @mammafrau

@vivileggiama

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