“Judy”, nelle sale luci e ombre dietro la stella di Garland

“Judy” arriva in tutte le sale italiane. Il biopic di Rupert Goold racconta l’ultima Judy Garland, svelando la verità dietro la leggenda. Dall’abuso di farmaci all’amore per il suo pubblico, contraddizioni e fragilità della stella più luminosa di Hollywood

Voce del secolo, fidanzatina d’America, regina indiscussa di Hollywood. Sembra incredibile che siano già trascorsi 50 anni (più uno con il 2020) dalla morte di Judy Garland.

Tutti la ricordano con l’abito celeste e le trecce, mentre interpreta Dorothy nel “Mago di Oz” di Victor Fleming, ma pochi conoscono i tormenti che attraversò la giovane Frances Gumm (il suo vero nome). Quando morì, nel 1969, aveva 47 anni e di quel dolore che la portò a un’overdose di barbiturici nessuno volle più parlare. Tutti preferivano ricordarla energetica e dolce, al top della sua carriera, e forse anche per questo non è mai stato facile farne un ritratto completo.

A raccontarla nei suoi ultimi giorni di buio e luce ci ha provato il regista inglese Rupert Goold con “Judy“, nelle sale italiane da oggi 30 gennaio. Nel film è Renée Zellweger a darle corpo e figura, con un’interpretazione che le è già valsa la nomination agli Oscar 2020 come “Miglior attrice protagonista“.

La linea temporale è quella dettata da uno dei pochi spettacoli teatrali che provò a raccontare l’ultima Judy, “End of the rainbow” di Peter Quilter. Si comincia infatti nel dicembre 1968, quando l’attrice – sepolta dai debiti – accetta un ingaggio di cinque settimane a Londra, nel night club “Talk of the Town“, dove è invitata a esibirsi con le sue canzoni più famose.

Nella pellicola di Goold, però, a quei momenti si affiancano flashback ambientati nel passato dorato dell’attrice. Tutte le figure che ruotavano intorno alla bimba prodigio tornano qui con i contorni sfocati, perché se ne leggano le vere intenzioni. Louis B. Mayer prima di tutti. Il boss della MGM, casa di produzione che scoprì Garland, aleggia intorno alla ragazza con le sembianze di un orco spietato e mellifluo, che ne seda ogni ribellione con velate minacce. “Forse vuoi tornare a essere una come tutte le altre – le dice in una scena – forse non lo vuoi abbastanza”.

Il contrasto tra i colori accesi dei set cinematografici e la patina di disperazione che copre gli occhi di Judy rende l’effetto desiderato. Il regista punta i riflettori soprattutto sull’abuso che ogni singolo adulto sembra perpetrare ai danni della ragazza.

Agli orari di lavoro massacranti si uniscono le pillole che le vengono somministrate in continuazione durante la pellicola, creando un ritornello quasi disgustoso. Pasticche per non sentire la fame  – “Non possiamo rischiare che ingrassi, Judy” – sonniferi per dormire anche a stomaco vuoto, antidepressivi mascherati da energizzanti, tutto prima che arrivi l’età giusta per cominciare con l’alcol.

La giovane Judy, che appare in controluce alla sua figura adulta, sembra trascinata dalla corrente. Sola, priva di un appoggio familiare e di una qualsiasi figura che le mostri affetto autentico. Galleggia e si confonde, tanto da dover chiedere a Mickey Rooney durante una scena de “L’amore trova Andy Hardy”, se quell’appuntamento che stanno girando per il film sia o meno reale. L’obbiettivo del regista è eliminare ogni dubbio su quanto pesante e disastrata sia stata la vita vera dell’attrice più amata del suo tempo. Goold non dà tregua allo spettatore, perché veda la macchina di Hollywood in azione e impallidisca di fronte allo sfruttamento di cui le mini-star erano vittime.

Capello nero e scomposto, fisico esile e camminata frantica, la Judy di Zellweger si racconta senza veli già dalla prima inquadratura. Una donna spezzata e potentissima contemporaneamente, innamorata dei propri figli – Liza Minnelli, Joey e Lorna Luft – e consapevole della sua straordinarietà in maniera quasi dolorosa. Quando accetta di fare i concerti a Londra, lascia l’America come già convinta di non farvi ritorno. Morirà, infatti, a Londra nel bagno dell’appartamento che condivideva con il suo ultimo marito, Mickey Deans.

In “Judy” la narrazione si svolge alternando momenti personali e performance più o meno positive. Anche se la sua vita sembra cadere a pezzi, la Garland di Zellweger riesce comunque a trovare una ragione di vita sul palcoscenico. L’entusiasmo del pubblico sembra ancora il suo unico desiderio. E quando con voce spezzata dice: “Vi amo, non vi dimenticherete di me vero?“, c’è dentro quella richiesta ogni speranza della ragazzina ambiziosa e ogni sogno della donna delusa.

Tra i suoi ammiratori Goold non dimentica il pubblico queer, affezionato a Judy Garland con la religiosità che si deve a una leggenda. Filo conduttore di questa affezione è una coppia gay che sarà l’unica controparte positiva nella resa dei rapporti della cantante. A loro dedicherà quella “Over the rainbow” che è un grido d’amore finale.

Film che deve molto alla performance straordinaria di Renée Zellweger, “Judy” prova a vedere la donna sotto la star e non ha paura della tristezza che questa scelta cela. Goold le rende un omaggio postumo e meritato, che ne mostra le sofferenze senza più tabù. Si rivolge direttamente al pubblico e gli svela, senza nascondersi, cosa c’è davvero dietro una leggenda.

Gloria Frezza

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