Filippine, avanti con Rodrigo Duterte

La Repubblica asiatica conferma l’appoggio al Presidente e alla sua politica ultra-repressiva
Filippine, Rodrigo Duterte

Fonte immagine: Aljazeera.com

Le elezioni di medio termine tenutesi il 13 maggio scorso rinsaldano il legame tra le Filippine e il suo leader Rodrigo Duterte. Il Presidente della Repubblica, ormai in carica da quasi tre anni, potrà contare adesso sull’appoggio di 17 senatori su 24: un numero che farà la differenza e che marcherà un’inversione di rotta nell’approvazione di leggi proposte da Duterte – alcune delle quali avevano superato l’approvazione del Senato, fino a questo momento.

Adesso, invece, con 12 seggi in più a proprio favore, Duterte potrà inasprire la sua politica ultra-repressiva che vede nella tolleranza zero contro il crimine il suo principale obiettivo. Una vittoria che non arriva inaspettata: le previsioni lo davano all’80% (dati Social Weather Station).

Rodrigo Duterte, eletto Presidente nel Giugno 2016, ha instaurato un clima di terrore in nome della lotta a spacciatori e criminali: secondo Human Rights Watch sono 20 mila le uccisioni extra giudiziali ed arbitrarie perpetrate dal governo ai danni di persone sospettate di reati, di spaccio o consumo di droga – o comunque vicine a giri malavitosi. Una risoluzione senza processi e tribunali, completamente al di fuori da percorsi legali.

Metodi sui quali lo stesso Duterte tempo fa si espresse in questi termini: “Nel nostro Paese ci sono oltre 3 milioni di tossicodipendenti: sarò felice di massacrarli. E per quanto riguarda spacciatori e trafficanti – aveva continuato – li ucciderò tutti, fino all’ultimo”. È questo l’operato che ha reso Duterte famoso sia in patria che agli occhi di quell’opinione pubblica internazionale che lo critica per le palesi violazioni di diritti umani e civili del suo governo – che è formalmente una Repubblica ma nella pratica ricorda una dittatura, peraltro efferata. Nonostante Istituzioni come l’ONU, la Chiesa cattolica, l’Unione europea ed una nazione come gli Stati Uniti abbiano pubblicamente e ripetutamente condannato la sua condotta, supportando gruppi di attivisti indigeni, il consenso locale, comunque, permane e cresce.

Da Luglio, sarà operativo il nuovo assetto. In agenda, innanzitutto il piano sicurezza: ripristino della pena di morte e abbassamento a 12 anni come soglia anagrafica per essere legalmente incriminati. Le Filippine avevano abolito la massima pena nel 2006, grazie alla pressione della Chiesa; ma negli ultimi anni fu proprio Duterte a riaprire il discorso: nel 2017, il Parlamento propose una legge che prevedeva il ripristino della pena capitale per chi possedesse mezzo chilo di marijuana o dieci grammi di cocaina, eroina o estasi. Fu il Senato a respingerla: quella parte di Senato indipendente e d’opposizione che a breve non ci sarà più.

Ma i cambiamenti potranno riguardare anche aspetti fiscali, amministrativi e politici. Da un sistema d’amministrazione centralizzato, Duterte potrebbe proporre un federalismo in modo da aumentare i poteri delle regioni e poter effettuare maggiore pressione a livello locale.

Non a caso, in questa tornata elettorale si decidevano anche 18 mila incarichi amministrativi e tra gli eletti figurano membri della famiglia del Presidente (famiglia di sangue, non entourage o partito): Paolo, il figlio maggiore siederà nel consiglio della città di Davao; la figlia Sara è stata confermata sindaca della stessa Davao (dove era stato primo cittadino il padre) e di lei già si parla di futura presidenza quando finirà il mandato paterno; il figlio Sebastian sarà vicesindaco della stessa località ereditando il posto dal fratello maggiore, il suddetto Paolo. A rischio anche il capitolo della Costituzione che prevede un limite temporale al mandato governativo, ad oggi previsto di 6 anni. Già in passato si era parlato di una rieleggibilità senza tetto.

Oltre alla preoccupazione per la sicurezza della popolazione asiatica, si prospetta una saga familiare a sfondo politico. Se queste sono le premesse, il futuro potrebbe essere ben più preoccupante. Il Paese tornerà al voto nel 2022: l’esigua opposizione ha tre anni di tempo per risvegliare le coscienze.

Sara Gullace

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