Vertice NATO a L’Aia e l’Italia: sulla spesa il governo passa in minoranza

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A L’Aia, i governi alleati hanno raggiunto un accordo economico sulla spesa da destinare alla NATO. Il 5% del PIL piace a Trump ma mette in disaccordo l’Italia dove il governo si trova in minoranza

Il 24 e 25 giugno 2025, a L’Aia, nei Paesi Bassi, i capi di Stato e di governo dei 32 Paesi membri della NATO si sono riuniti per discutere il futuro della sicurezza euro-atlantica in un contesto segnato dalla guerra in Ucraina e dalla crescente pressione degli Stati Uniti affinché gli alleati europei assumano una quota maggiore dei costi della difesa. Il risultato principale del vertice è stato l’accordo su un nuovo obiettivo di spesa: portare entro il 2035 gli investimenti annuali nella difesa e nella sicurezza al 5% del PIL. Questo aumento percentuale corrisponde a una sostanziale corsa al riarmo.

La necessità, secondo gli Alleati, è di rafforzare la capacità di deterrenza e difesa della NATO in un quadro dove la Russia viene indicata come la principale minaccia di lungo periodo. Viene ribadita anche la necessità di contrastare il terrorismo e le minacce ibride, comprese quelle rivolte contro infrastrutture e reti informatiche. Il vertice ha inoltre rappresentato un passaggio importante nel rapporto tra Stati Uniti ed Europa. L’aumento della spesa risponde infatti alle continue accuse mosse da Donald Trump agli altri membri dell’alleanza. Per il presidente USA, questi altri – cioè Europa e Canada – spendono troppo poco approfittandosi della tutela americana.

Se è vero che una più equa distribuzione degli oneri all’interno dell’Alleanza riduce lo squilibrio tra il contributo americano e quello degli alleati, si pone il problema, all’interno di ogni Stato membro dell’Unione europea, se sia giusto o meno procedere in questa direzione, se esistano alternative al riarmo. In Italia, oltre a questo si accende la discussione su dove trovare le risorse. L’impegno preso dal governo trova infatti resistenze all’interno della sua stessa maggioranza.

Il futuro della NATO: cosa si è deciso a L’Aia

Al vertice dell’Aja la NATO si è data una cifra e un limite temporale preciso: si dovrà arrivare al 5% entro il 2035. Questa percentuale è da scorporare in due obiettivi differenti.

Il 3,5% sarà destinato alle esigenze fondamentali della difesa: forze armate, equipaggiamenti, armamenti e raggiungimento degli obiettivi di capacità stabiliti dalla NATO. Fino all’1,5% del PIL potrà invece essere destinato a spese legate alla sicurezza in senso più ampio. Rientrano in questa categoria la protezione delle infrastrutture critiche, la cybersicurezza, l’innovazione tecnologica e il rafforzamento dell’industria della difesa.

La scelta del 2035 è significativa perché consente agli Stati membri di procedere con un aumento graduale della spesa. I governi dovranno presentare piani annuali che mostrino un percorso credibile e progressivo verso il nuovo obiettivo. L’equilibrio tra le diverse componenti della spesa sarà poi sottoposto a una revisione nel 2029, alla luce dell’evoluzione dello scenario strategico.

Cosa significa per l’Italia

Per l’Italia l’accordo al 5% di spesa rappresenta soprattutto un problema finanziario e industriale. Si partiva da una spesa per la difesa pari a circa l’1,57% del PIL nel 2024 e il governo aveva indicato l’obiettivo di raggiungere il 2% nel 2025. Il nuovo impegno rende quindi necessario un ulteriore aumento.

Portare la spesa militare dal livello attuale al 3,5% del PIL significa destinare progressivamente alla difesa risorse molto maggiori, in un Paese caratterizzato da un elevato debito pubblico e da numerose altre esigenze di spesa. In un articolo pubblicato su Mil€x – l’osservatorio indipendente che si occupa del monitoraggio delle spese militari italiane, Enrico Piovesana fa una stima dell’impegno economico che l’Italia si è assunta a L’Aia. Il giornalista afferma che se l’obiettivo dell’1,5% è raggiungibile attraverso il “dirottamento” di voci di spesa già sostenute o programmate, alcune finanziate con i fondi europei Pnrr, per l’obiettivo del 3,5% la faccenda è più complicata. Si tratterebbero di investimenti  militari “puri” che richiedono reperite risorse nuove.

Partendo da una spesa pari all’1,57%, l’obiettivo al 3,5% comporterebbe un incremento di circa due punti di PIL per la componente strettamente militare. Questo si traduce in un impegno cumultaivo, da qui al 2035, pari a 700 miliardi. Dove trovare le risorse?

Le critiche dall’opposizione e non solo

Il Movimento 5 Stelle considera l’obiettivo del 5% troppo oneroso per l’Italia. La politica di riarmo porterebbe inevitabilmente alla sottrazione di risorse da altri settori cruciali, come sanità, welfare, scuola e investimenti. Sulla stessa linea Alleanza Verdi e Sinistra che oltre alla spesa critica la logica stessa del riarmo. Per AVS, infatti, sarebbe preferibile investire su diplomazia, cooperazione europea, strumenti comuni di difesa e risoluzione politica dei conflitti.

Più complessa la posizione del PD, che non critica il principio di investire maggiormente nella difesa, ma il principio di farlo a scapito di altre priorità sociali e senza un quadro di riferimento europeo comune.

A rendere interessante lo schieramento dei “no” è la presa di posizione della Lega. Il partito, oggi all’interno della maggioranza di governo, è favorevole ad aumentare le spese della difesa, purché queste non si traducano in nuove tasse imposte dall’alto (cioè dall’Europa) o tagli alla spesa interna. Sebbene quindi nei fatti si sostenga il vertice di governo, all’interno della stessa maggioranza la posizione della Lega rivela una diversa sensibilità riguardo ai temi dei conti pubblici, obblighi NATO e priorità nazionali.

La vera sfida dell’Italia, quindi non è più come raggiungere il 5%. Si tratta di decidere oggi fino al 2035 come verrano decise le priorità di investimento per non toccare risorse essenziali a sanità, pensioni e istruzione. Lo scontro politico potrebbe assumere dimensioni assai più ampie.

Articolo a cura di Andrea Pezzullo

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